Novembre 2025. Belém, la porta dell’Amazzonia, non è stata solo la sede della COP30; è stata il palcoscenico di una rivelazione. Mentre i delegati governativi discutevano di quote di carbonio e finanza climatica, le comunità religiose di tutto il mondo, unite ai popoli indigeni, hanno strappato il velo dell’ipocrisia globale, proponendo una visione che scuote le fondamenta stesse del nostro vivere civile.
Per molto tempo, nel mio percorso di ricerca e su tommasoautore.it, ho indagato quel presunto “ossimoro” che è il legame tra spiritualità e politica. Spesso ci viene detto che la cura dell’anima richiede il ritiro dal mondo, mentre la politica richiede un pragmatismo cinico, privo di afflato spirituale. La COP30 ha dimostrato esattamente il contrario: non può esserci guarigione del pianeta senza una trasformazione dei cuori, e non può esserci spiritualità autentica che non si sporchi le mani con il fango della storia e la sofferenza del creato.
Eppure proprio qui, in questa dichiarazione di principio bellissima e necessaria, si annida la prima insidiosa incongruenza: quella tra parola profetica e pratica ecclesiale concreta.
L’ossimoro necessario: quando la spiritualità diventa politica dura
Quando le istituzioni religiose parlano di giustizia climatica, entrano in un terreno minato dalle loro stesse contraddizioni. La Chiesa cattolica gestisce un patrimonio immobiliare colossale con standard energetici obsoleti. Le chiese evangeliche nordamericane provengono da contesti dove il negazionismo climatico è maggioritario. Le chiese ortodosse mantengono legami con regimi petroliferi.
Il nesso tra spiritualità e impegno politico è un ossimoro vissuto quotidianamente da chiunque cerchi di tenere insieme meditazione mattutina e picchetto sindacale, preghiera contemplativa e occupazione di un cantiere estrattivo. La spiritualità autentica, quella che non si riduce a tecnica di benessere o rifugio consolatorio, deve necessariamente aprirsi alla dimensione politica, riconoscendo che ogni pratica spirituale che non interroghi le strutture di potere è spiritualità dimezzata, evasiva, complice.
Le incongruenze strutturali: “transizione” o “trasformazione”?
Il primo punto di rottura emerso a Belém è semantico, ma denso di conseguenze politiche. Il mondo politico ed economico parla incessantemente di “transizione energetica”, un termine rassicurante che suggerisce di poter mantenere il nostro modello di sviluppo semplicemente sostituendo i combustibili fossili con pannelli solari.
Le chiese e i movimenti di base hanno smascherato questa come una delle “false soluzioni”. Cambiare la fonte di energia senza cambiare la logica di potere non è giustizia, è manutenzione del sistema.
Quali sono concretamente queste false soluzioni? Il mercato delle emissioni di carbonio che permette alle corporation di continuare a inquinare. Le mega-infrastrutture per le rinnovabili che riproducono l’estrattivismo su nuovi terreni. La finanziarizzazione della natura che trasforma foreste e oceani in asset speculativi.
L’incongruenza è lampante: si cura il sintomo ignorando la malattia. La proposta emersa a Belém è una “trasformazione socio-ecologica”: ripensare il concetto di “benessere”, spostandolo dal possesso alla relazione, dall’estrazione alla cura.
Ma molte istituzioni religiose che denunciano queste false soluzioni hanno fondi pensione e investimenti gestiti da quegli stessi soggetti che lucrano sul greenwashing. Queste istituzioni sono intrappolate nella stessa architettura finanziaria globale. Ma proprio questo dovrebbe spingerle verso una radicalità maggiore: se sei strutturalmente complice, devi essere strutturalmente sovversivo.
Il debito climatico e la saggezza indigena: da folklorizzazione a soggettività politica
La voce più potente a Belém non è stata quella dei climatologi, ma quella dei custodi ancestrali della terra. L’alleanza tra le grandi religioni mondiali e la spiritualità indigena ha messo sul tavolo il tema del debito climatico.
Non è una metafora. È il riconoscimento che il Nord del mondo ha costruito la sua ricchezza consumando lo spazio atmosferico comune e distruggendo ecosistemi vitali per tutti. La richiesta di cancellazione del debito finanziario dei paesi poveri, in cambio del riconoscimento del loro credito ecologico, non è solo una manovra economica: è un atto di riparazione spirituale.
Riconoscere che la terra non è una risorsa inerte ma un soggetto vivente, la Pachamama per gli andini, il Creato per i cristiani, cambia radicalmente la giurisprudenza. Se la terra è sacra, l’estrazione diventa sacrilegio.
L’aspetto più promettente della COP30 è stato lo spostamento dei popoli indigeni dal ruolo decorativo a quello di soggetti politici con diritti territoriali e saperi legittimi. Quando gli indigeni parlano di “foresta viva”, descrivono un sistema di relazioni ecologiche che le scienze occidentali hanno impiegato decenni per comprendere parzialmente. Loro vedono soggetti dove noi vediamo risorse, vedono reti di reciprocità dove noi vediamo capitale naturale.
Eppure anche il linguaggio della “giustizia climatica” può diventare colonialismo linguistico se impone categorie occidentali su cosmologie che funzionano con altri paradigmi. La vera trasformazione richiederebbe alle istituzioni religiose non di “dare voce” agli indigeni paternalisticamente, ma di tacere abbastanza a lungo da essere trasformate dai loro paradigmi.
La cancellazione del debito climatico implicherebbe una redistribuzione planetaria rivoluzionaria. Il nostro tenore di vita europeo è insostenibile e deve essere drasticamente ridotto. Non “migliorato” con tecnologie verdi, ma ridotto. Meno tutto, materialmente.
Verso una “mistica politica”: i tre livelli della trasformazione
La lezione della COP30 valida una tesi fondamentale: l’interiorità è la più grande forza di cambiamento sociale. La crisi climatica non è un problema di ingegneria, è un problema etico e spirituale.
Una spiritualità politica matura si articola su tre livelli inscindibili:
Consapevolezza, la mente. Comprendere che tutto è connesso. Ma questa consapevolezza deve tradursi nella capacità di tracciare concretamente le catene di complicità: da dove viene l’energia che uso? Chi ha estratto il coltan del mio smartphone? La spiritualità come consapevolezza è un’archeologia materiale della responsabilità.
Compassione, il cuore. Sentire il dolore della terra non come statistica, ma come ferita propria. La compassione non è sentimentalismo ma capacità di patire-con, di stare nella sofferenza senza fuggire. La mia liberazione spirituale non può essere separata dalla liberazione materiale di chi soffre l’estrattivismo.
Resistenza, l’azione. Opporsi alle “false soluzioni” e costruire alternative comunitarie. La spiritualità è la forza che permette di stare nel conflitto senza diventarne prigionieri, rifiutando la violenza ma esigendo giustizia.
Questa articolazione dissolve l’ossimoro apparente: spiritualità e politica sono due nomi per lo stesso processo di trasformazione simultanea del sé e del mondo.

La trasformazione dei cuori e delle strutture: simultanea, non sequenziale
“Trasformazione dei cuori e delle economie”: l’appello di Belém rischia di rimanere retorico se si pensa che prima si convertono i cuori e poi cambiano le strutture. I cuori individuali sono plasmati dalle strutture materiali di potere molto più di quanto queste siano plasmate dalle conversioni interiori.
La spiritualità politica autentica riconosce che trasformazione interiore e strutturale sono simultanee e reciproche. Non posso meditare sulla compassione se la mia vita dipende dallo sfruttamento altrui. O meglio, posso, ma pratico una spiritualità dimezzata, che usa la tecnica contemplativa come anestetico della coscienza invece che come amplificatore.
Le comunità religiose potrebbero mostrare concretamente come si trasforma simultaneamente interiorità e strutture: modelli economici basati sulla reciprocità, proprietà collettiva della terra, sistemi di mutuo soccorso. Alcune lo fanno già, ma queste esperienze rimangono marginali perché assumerle come modello significherebbe mettere in discussione l’intera architettura di potere ecclesiastico.
Le opportunità reali: tre piste concrete per il rinnovamento
L’appello di Belém per una “trasformazione dei cuori e delle economie” ci offre una straordinaria opportunità. Ci libera dall’ansia di dover “salvare il mondo” con le sole forze tecnologiche e ci invita a rientrare nel mondo come creature tra creature, custodi e non padroni.
Prima opportunità: trasformare il patrimonio ecclesiastico in laboratorio ecologico. Le istituzioni religiose controllano milioni di edifici. Potrebbero diventare centri di sperimentazione per architettura bioclimatica, energie rinnovabili, orti collettivi, economia solidale. Ogni parrocchia potrebbe diventare un nodo di mutuo soccorso ecologico, ogni monastero un laboratorio di decrescita, ogni centro religioso uno spazio di resilienza comunitaria.
Seconda opportunità: creare reti transnazionali di santuario ecologico. Le comunità religiose hanno ancora una capacità di coordinamento internazionale unica. Potrebbero proteggere attivisti perseguitati, territori minacciati, comunità espulse. Il concetto di “santuario” ha radici bibliche e potrebbe diventare protezione concreta per chi resiste all’estrattivismo.
Terza opportunità: riformulare la teologia a partire dall’ecologia. Non aggiungere “il creato” a una teologia antropocentrica, ma rifare l’impianto teologico riconoscendo che l’umano è natura che prende coscienza di sé. Questo richiederebbe di abbandonare secoli di dualismo per abbracciare cosmologie più simili a quelle indigene e mistiche eterodosse sempre marginalizzate.
La spiritualità politica come pratica della contraddizione
Spiritualità e politica diventano necessariamente intrecciate se per spiritualità intendiamo trasformazione radicale della coscienza e per politica costruzione di forme di vita collettiva alternative.
La vera sfida spirituale del nostro tempo non è l’illuminazione solitaria, ma la capacità di costruire un’arca comune dove dignità umana e integrità del creato siano indissolubili. La politica senza spiritualità diventa burocrazia senz’anima; la spiritualità senza politica è narcisismo sterile.
La lezione della COP30 sta nella possibilità che le comunità religiose accettino di vivere la contraddizione di istituzioni compromesse che cercano la sovversione, e proprio da questa posizione scomoda pratichino una trasformazione simultanea del sé e del mondo.
Significa accettare che non esiste purezza possibile, che ogni azione è ambigua, che ogni dichiarazione profetica è minata dalla complicità strutturale. Ma significa anche rifiutare il cinismo paralizzante. La spiritualità politica è la capacità di agire sapendo di essere compromessi, di trasformare sapendo di essere trasformati.

Conclusione: l’opportunità del rinnovamento radicale
Le chiese di Belém hanno l’opportunità storica di smettere di posizionarsi come maestri morali e iniziare a praticare, sporcarsi le mani, fallire, correggere, ricominciare. E soprattutto, accettare che la guida verrà dai popoli indigeni che resistono da cinque secoli, dalle comunità contadine che praticano l’agroecologia, dai movimenti di base. Il compito delle istituzioni religiose è imparare, amplificare, proteggere.
La trasformazione spirituale della società non è un programma da realizzare ma una pratica quotidiana da incarnare. Ogni atto di resistenza all’estrattivismo è un atto spirituale. Ogni pratica di condivisione economica è un atto mistico. Ogni lotta per la giustizia è una preghiera fatta con il corpo.
La lezione di Belém è che abbiamo bisogno di entrambe, spiritualità e politica, ora più che mai. Abbiamo bisogno di comunità disposte a rischiare la marginalità istituzionale per guadagnare la centralità profetica. Abbiamo bisogno di istituzioni religiose che accettino di diventare irrilevanti per il potere costituito e vitali per le resistenze che costruiscono l’alternativa.
Tutto il resto è solo un altro documento da archiviare, un’altra conferenza da dimenticare, un’altra occasione persa. Un momento che non chiede dichiarazioni ma trasformazioni. Non appelli ma pratiche. Non spiritualità disincarnata ma carne che diventa spirito attraverso la lotta per la giustizia.
