L’Epifania e il sacro che arriva da fuori
C’è un dettaglio nel racconto dei Magi che la tradizione preferisce ammorbidire: quelli che riconoscono il Messia non sono i custodi della fede, ma degli stranieri. Gente che veniva «da Oriente», che seguiva le stelle, che non conosceva le Scritture. Nel frattempo, a Gerusalemme, i sacerdoti e gli scribi sapevano tutto: sapevano dove doveva nascere il Cristo, sapevano citare i profeti, sapevano rispondere alle domande di Erode. Eppure non si mossero. Nemmeno di un passo.
Matteo costruisce il suo Vangelo su questo contrasto, e non è un dettaglio decorativo. È una provocazione che attraversa i secoli e arriva intatta fino a noi: si può frequentare i luoghi della religione, maneggiare parole sacre, sentirsi parte di una tradizione, e tuttavia non riconoscere il momento in cui Dio passa davvero.
A Crans-Montana, pochi giorni fa, un vescovo ha celebrato i funerali di quaranta ragazzi morti in un incendio nella notte di Capodanno. Ha detto: «L’uomo non è fatto per la notte, non è fatto per la morte, ma per la luce. Siamo sconvolti come i Magi che non trovano Gesù». È una frase che mi ha colpito, perché rovescia la prospettiva abituale. Non siamo i Magi che arrivano e adorano. Siamo, più spesso, quelli che cercano nel buio senza trovare. Oppure, peggio, quelli che non cercano affatto.
Chi sono i Magi oggi?
Se l’Epifania ha ancora qualcosa da dire, forse è questo: il sacro non rispetta i confini che gli abbiamo assegnato. Non sta necessariamente dove lo aspettiamo, nelle chiese piene la domenica, nei discorsi edificanti, nelle appartenenze certificate. Spesso arriva da fuori, da chi non ha tessere da esibire.
Penso agli stranieri che incontro nel mio lavoro, persone in fuga da guerre e miseria che conservano una capacità di gratitudine e di preghiera che molti «credenti» hanno smarrito. Penso ai carcerati, che in celle di pochi metri quadrati scoprono domande sulla vita che fuori, nella frenesia, non ci si pone mai. Penso agli atei onesti, quelli che rifiutano un Dio troppo simile ai nostri interessi ma conservano un’inquietudine che somiglia molto alla fede.
Il racconto dei Magi ci ricorda che Dio non è proprietà di nessuno. Che la verità può essere riconosciuta da chi viene da lontano, mentre chi sta vicino resta cieco. Non per cattiveria, ma per abitudine. Per quella familiarità con il sacro che finisce per anestetizzarlo.
Tornare per un’altra strada
Il finale del racconto è spesso trascurato: dopo aver adorato il bambino, i Magi «tornarono al loro paese per un’altra strada». Non perché avessero trovato una scorciatoia, ma perché l’incontro li aveva cambiati. Non si torna uguali da un’esperienza di verità. Si cambia direzione, anche quando la meta sembra la stessa.
È forse questa la conversione che l’Epifania ci propone: non un pentimento moralistico, ma uno spostamento dello sguardo. Accettare che la luce possa venire da dove non ce l’aspettiamo. Riconoscere nei «lontani» una ricerca che noi, troppo sicuri delle nostre risposte, abbiamo smesso di fare.
Gli scribi di Gerusalemme conoscevano le Scritture a memoria. I Magi conoscevano solo una stella. Eppure furono loro ad arrivare.
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