Tommaso Sabbia era in piedi davanti al cavalletto da prima dell’alba. Teneva il pennello come si tiene una domanda: con fermezza, ma senza stringere troppo. Sul canvas bianco stava nascendo un volto. Il suo volto. Lo sapeva senza doverlo guardare allo specchio, perché aveva smesso di usare gli specchi da quando aveva capito che riflettono solo la superficie, e lui cercava altro.
Tommaso Blu era seduto su uno sgabello basso, con una mano che reggeva il pennello nell’aria come se stesse per pronunciare una parola importante e se la fosse dimenticata a metà. Guardava il ritratto che prendeva forma sul cavalletto di Sabbia e sentiva una strana vertigine. “Quello sono io” pensava. Poi correggeva: “No. Quello è ciò che lui vede di me.” La differenza lo inquietava e insieme lo affascinava. Essere visti era un rischio. Era anche, forse, l’unico modo per esistere davvero.
Tommaso Marrone stava inginocchiato sul pavimento con la tavolozza in mano. Non stava dipingendo nessun ritratto grande, nessuna tela da appendere. Stava lavorando sui dettagli minimi: le dita, la texture di un polso, il modo in cui la luce cadeva su una nocca. Era lui il più silenzioso dei cinque, e forse il più necessario. Sapeva che le grandi idee muoiono se non c’è qualcuno disposto a occuparsi dell’infinitamente piccolo. Ogni tanto alzava gli occhi e osservava gli altri con un’espressione che non era giudizio: era misura.
Tommaso Cremisi giaceva disteso su una poltrona larga, avvolto in un tessuto che sembrava assorbirlo lentamente. Non dormiva. Stava ascoltando. Sentiva i movimenti degli altri tre come si sentono i rumori di una casa di notte: familiari, remoti, necessari. Dentro di lui si agitavano immagini che nessuno degli altri avrebbe saputo dipingere, perché non avevano ancora forma. Erano desideri senza nome, paure senza oggetto, memorie di cose che non erano ancora accadute. Era lui il più antico dei cinque, e il meno capito. Quando qualcuno degli altri lo guardava con aria interrogativa, sorrideva appena.
Tommaso Bianco era il ritratto sul cavalletto.
Non si muoveva, ovviamente. Ma aveva una qualità strana: sembrava più reale degli altri quattro messi insieme. Era il punto verso cui convergevano tutti gli sguardi, tutti i pennelli, tutta la fatica. Era la risposta che nessuno aveva ancora finito di formulare. Sabbia lo stava costruendo, Blu lo stava abitando con paura e con speranza, Marrone lo stava rifinendo con pazienza, Cremisi lo stava sognando da qualche luogo profondo e buio. Eppure Bianco era già lì, incompleto e compiuto al tempo stesso, come tutte le cose che contano.
A un certo punto della mattina, Sabbia appoggiò il pennello e disse, senza rivolgersi a nessuno in particolare: “Non so se sto dipingendo me stesso o se mi sto inventando.”
Nessuno rispose. Ma Cremisi aprì gli occhi, Blu abbassò il pennello, Marrone smise di lavorare sulla nocca e rimase immobile. Tutti e quattro guardarono il ritratto.
Tommaso Bianco non disse nulla. Non poteva ancora.
Ma nella stanza era entrata una luce nuova, e per un momento i cinque non sembravano cinque persone diverse. Sembravano una sola persona che finalmente si stava guardando in modo onesto.
Era già qualcosa.
