Ci sono immagini che, accostate, raccontano le contraddizioni del nostro tempo molto più di mille analisi geopolitiche. In questa primavera del 2026, tre episodi ci costringono a fare i conti con il rapporto tra religione, potere e diritto.
A Gerusalemme, la forza dello Stato impedisce la preghiera. A Washington, la preghiera viene usata per benedire la forza dello Stato. A Kampen, nei Paesi Bassi, la preghiera diventa giustizia.
La preghiera negata e la preghiera strumentalizzata
La Domenica delle Palme, il 29 marzo 2026, la polizia israeliana ferma il cardinale Pierbattista Pizzaballa e il Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, mentre si recano privatamente (senza processione, senza folla) a celebrare la Messa al Santo Sepolcro. È la prima volta da secoli. Lo Statu Quo, il regime che dal firmano ottomano del 1852 garantisce la libertà di culto nei Luoghi Santi, confermato dal Trattato di Berlino del 1878 e dall’Accordo Fondamentale Israele-Santa Sede del 1993, viene calpestato in nome della “sicurezza”. Perfino i sultani ottomani, sovrani assoluti, avevano compreso che i luoghi sacri appartengono a chi vi prega, non a chi detiene il potere militare.
Poche settimane prima, il 5 marzo, nello Studio Ovale della Casa Bianca, una ventina di leader evangelici impone le mani sul presidente Trump e prega per la vittoria delle truppe americane nella guerra in Iran. Non si invoca la pace; si benedice chi conduce la guerra. Le chiese valdesi del Primo Distretto rispondono richiamando il profeta Isaia: «Quando stendete le mani, distolgo gli occhi da voi; anche quando moltiplicate le vostre preghiere, io non ascolto; le vostre mani sono piene di sangue» (Is 1,15). L’UCEBI prende le distanze da «ogni uso strumentale della preghiera e del nome di Dio per legittimare la guerra e la violenza».
Due scene, una stessa logica: il Diritto (internazionale a Gerusalemme, morale a Washington) viene piegato dalla forza. La religione perde la sua funzione di spazio libero e profetico.
Ma un’altra via è possibile.
La preghiera che si fa giustizia: 500 giorni a Kampen
A Kampen, nei Paesi Bassi, la chiesa protestante Open Hof tiene servizi di culto continui, ininterrottamente, dal 21 novembre 2024. Alla Pasqua del 2026 saranno esattamente 500 giorni. Dodicimila ore. Circa tremila persone tra pastori, volontari e musicisti. Migliaia di visitatori.
Lo scopo: impedire l’espulsione della famiglia Babayants, di origine uzbeka, che vive in Olanda da undici anni. I genitori, Aleksandr e Karina, e i loro quattro figli: Aram (21 anni, diplomato in informatica), Ariana (15, si prepara per gli esami), Amelia (11, segue le lezioni con docenti volontari che vengono in chiesa per lei), e la piccola Aleksa (4 anni). Due dei quattro figli sono nati nei Paesi Bassi. Parlano olandese, pensano in olandese, sono olandesi in tutto tranne che per un pezzo di carta. Eppure, dopo undici anni di procedure e ricorsi, la loro domanda di asilo è stata respinta e il Servizio Immigrazione ne ha disposto la deportazione verso l’Uzbekistan.
Nei Paesi Bassi esiste una tradizione secolare, il kerkasiel (asilo ecclesiastico): la polizia non è autorizzata a fare irruzione in un luogo di culto durante una funzione religiosa. Se il culto non si interrompe mai, la famiglia non può essere prelevata.
Quando la persona di fiducia della famiglia bussò alla porta della Open Hof, la comunità stava avviando un progetto sulle sette opere di misericordia. La reazione dei diaconi fu immediata: «Possiamo buttare nel tritadocumenti tutti i nostri bei progetti, se non rispondiamo a questa invocazione». Il consiglio di chiesa votò all’unanimità, tra le lacrime. Non era la prima volta che una chiesa olandese compiva un gesto simile: la stessa persona di fiducia aveva coordinato il kerkasiel della Bethelkapel dell’Aia nel 2018, quando per 96 giorni una chiesa protesse la famiglia armena Tamrazyan, costringendo il governo a rivedere centinaia di casi e a concedere protezione a circa 700 minori.
Da allora, la candela che arde sull’altare della Open Hof viene passata di mano in mano, da un celebrante all’altro, senza mai spegnersi. Si alternano pastori di ogni denominazione, musicisti, volontari laici, persone non credenti che sentono di voler partecipare. La Chiesa Protestante dei Paesi Bassi e il Consiglio delle Chiese hanno espresso sostegno ufficiale.
Ariana, 15 anni, ha raccontato la differenza tra il prima e il dopo: «Nel centro di accoglienza dormivamo sempre con un occhio aperto, nella paura di essere prelevati nel cuore della notte. Qui nella Open Hof dormiamo finalmente con entrambi gli occhi chiusi». Il pastore Kasper Jager sa che questa azione ha un limite: «Sappiamo che un giorno finirà, ma speriamo che prima venga trovato un buon accordo per questa famiglia e per tutti i bambini che hanno messo radici nei Paesi Bassi. Non si tratta solo di loro, ma di circa 350 bambini che vivono qui da più di cinque anni e sono completamente olandesi».
Il Diritto che si fa giustizia
A Gerusalemme il Diritto viene superato con la forza. A Washington il Diritto morale viene ribaltato. In entrambi i casi, la religione è o vittima o complice del potere.
A Kampen succede il contrario. La religione riacquista il suo senso più profondo e il Diritto viene usato non per opprimere, ma per proteggere chi fugge. Una norma giuridica che nasce come tutela della sacralità del culto si trasforma, nelle mani di una comunità coraggiosa, in uno strumento di giustizia per gli ultimi. Il culto non è una cerimonia vuota: è resistenza civile, è preghiera incarnata, è la fede che si fa corpo per fare scudo.
I diaconi della Open Hof hanno posto la questione con una chiarezza che toglie il fiato: «Come chiesa, non possiamo accettare di scegliere tra la protezione del diritto dei bambini e il rispetto per le autorità». È la stessa domanda che le comunità valdesi hanno posto lungo i secoli della loro storia, pagandola con il sangue: la coscienza del credente è subordinata allo Stato, oppure esiste un’obbedienza più alta?
Forse, per ritrovare la bussola, avremmo bisogno di imparare la lezione di una comunità olandese che, cantando e pregando ininterrottamente per 500 giorni, ha ricordato al mondo cosa significhi davvero dare asilo: non uno status giuridico da concedere o negare, ma una porta aperta che non si chiude di fronte a chi bussa.
