Tre colpi sordi sulla Porta Ovest della Cattedrale di Canterbury. Sarah Mullally bussa, aspetta, viene accolta da un gruppo di bambini di una scuola locale. Poi entra, attraversa la navata, si siede sulla Cattedra di Sant’Agostino, una sedia di pietra del XIII secolo. Riceve il pastorale. Diventa la 106ª persona a guidare la Chiesa d’Inghilterra, la prima donna in millequattrocento anni.
È il 25 marzo 2026, festa dell’Annunciazione. La coincidenza liturgica è stata sottolineata da tutti: come Maria disse «Eccomi» all’angelo, così Mullally dice «Eccomi» alla Chiesa. Al dito porta l’anello che Paolo VI donò all’arcivescovo Ramsey nel 1966, segno di una fraternità ecumenica mai completamente spezzata. La fibbia che chiude il piviale è quella della cintura della sua divisa da infermiera, il mestiere che ha fatto per decenni prima di prendere gli ordini. I Principi del Galles sono in prima fila. Il Primo Ministro Starmer anche. Ventiseimila primati anglicani da tutto il mondo assistono.
La stampa internazionale celebra il momento come una svolta storica. E lo è, sotto molti aspetti. In quindici secoli nessuna donna aveva mai occupato quel seggio. La Chiesa anglicana ha ordinato le prime sacerdotesse solo nel 1994, la prima donna vescovo nel 2015. Appena undici anni dopo, una donna ne guida l’intera struttura. È un percorso rapidissimo se lo si confronta con i tempi geologici delle istituzioni ecclesiastiche.
Eppure, nel guardare quella scena, mi torna in mente un’altra scena. Quella del deserto.
La tentazione che torna
Il diavolo conduce Gesù su un monte altissimo, gli mostra tutti i regni del mondo e la loro gloria, e gli dice: «Ti darò tutto questo potere, perché a me è stato dato e io lo do a chi voglio. Se ti prostrerai davanti a me, tutto sarà tuo» (Luca 4,5-7).
Gesù rifiuta. Non negozia, non chiede condizioni migliori, non propone un uso più giusto di quel potere. Lo rifiuta alla radice. «Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto.» Il problema non è chi esercita il dominio sui regni, ma il dominio stesso. Non è la persona seduta sul trono; è il trono.
Giovanni racconta la stessa dinamica da un’altra angolazione. Dopo la moltiplicazione dei pani, la folla vuole prendere Gesù «per farlo re» (Giovanni 6,15). Lui si ritira sul monte, da solo. Davanti all’offerta del potere politico e religioso non dice «sì, ma lo eserciterò meglio». Si sottrae.
Questo rifiuto non è un episodio isolato nella vita di Gesù. È il fondamento della sua concezione dell’autorità. «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi tra voi è il più grande diventi come il più piccolo, e chi governa come colui che serve» (Luca 22,25-26). Non sta proponendo una gerarchia più gentile. Sta capovolgendo il concetto stesso.
La papessa anglicana
Chi è Sarah Mullally, nella struttura della Chiesa d’Inghilterra?
È il Vescovo diocesano della Diocesi di Canterbury. È il Metropolita della Provincia del Sud, con giurisdizione su trenta diocesi. Tutti i vescovi della sua provincia le devono «dovuta e canonica obbedienza». Può confermare l’elezione dei nuovi vescovi, presiedere i tribunali provinciali, ordinare visite ispettive nelle diocesi. Può concedere dispense con validità nazionale, autorizzare ordinazioni in deroga ai limiti di età, rilasciare permessi a ministri stranieri. Siede alla Camera dei Lord come prima dei ventisei Lord Spirituali. È lei che incorona il re.
Se togliamo i titoli e guardiamo la sostanza, quello che abbiamo davanti è una figura che cumula potere spirituale, giurisdizionale, legislativo e cerimoniale in una sola persona. È, a tutti gli effetti, una papessa. Anglicana, certo: senza l’infallibilità dottrinale, senza la giurisdizione universale, senza la possibilità di scomunicare. Ma è il vertice assoluto di una chiesa di Stato, con un’autorità che nessun’altra figura religiosa in una democrazia occidentale possiede in modo così esplicito.
E allora la domanda che mi pongo non è «è giusto che una donna occupi quel ruolo?». La tradizione riformata che ho imparato ad amare, quella valdese, riconosce da decenni la piena parità ministeriale delle donne. Il problema non è il genere di chi bussa alla porta. Il problema è la porta stessa, e ciò che c’è dietro.
Il metro sbagliato
L’apostolo Paolo scrive ai Galati: «Non c’è più né giudeo né greco, non c’è più né schiavo né libero, non c’è più né maschio né femmina, perché tutti siete uno in Cristo Gesù» (Galati 3,28). È il versetto più citato da chi sostiene l’ordinazione femminile, e a ragione: esprime un principio di uguaglianza radicale che attraversa le barriere etniche, sociali e di genere.
Ma quel versetto parla di uguaglianza in Cristo, non di uguaglianza nell’organigramma. Paolo scriveva a una comunità che non aveva cattedre di pietra, né seggi parlamentari, né il potere di incoronare re. La parità che annunciava riguardava la dignità davanti a Dio e la reciprocità nella comunità dei credenti, non l’accesso a strutture di potere che non esistevano ancora.
Quando usiamo Galati 3,28 per giustificare l’ingresso delle donne in un modello di governo verticistico e clericale, stiamo facendo un’operazione legittima? O stiamo piegando un testo che parla di liberazione per metterlo al servizio di un sistema che il Vangelo stesso metterebbe in discussione?
Se la parità femminile si misura con la possibilità per una donna di diventare papessa, stiamo usando un metro che il Vangelo non riconosce. Perché quel metro presuppone che il trono sia legittimo, e che il problema fosse solo chi ci siede sopra.
Il nodo che resta
Quattro giorni prima dell’insediamento di Mullally, a Canterbury i giornali ricordavano ancora le ragioni per cui il suo predecessore, Justin Welby, si era dimesso. Nel novembre del 2024 un rapporto indipendente aveva rivelato che la Chiesa d’Inghilterra, sotto la sua guida, aveva fallito nel gestire e denunciare gli abusi sessuali e fisici sistematici perpetrati da John Smyth su giovani ragazzi, nel Regno Unito e in Africa. Oltre millecinquecento membri della Chiesa avevano chiesto formalmente le dimissioni di Welby.
Mullally ha posto il safeguarding al centro del suo mandato. Ha parlato di cura, compassione, trasparenza. Ha usato parole giuste. Ma il sistema che ha prodotto quegli abusi, e che li ha coperti, non è un sistema malato per caso. È un sistema in cui un singolo individuo, in virtù del suo ufficio, concentra un’autorità tale da poter ignorare, insabbiare, ritardare. Lo scandalo Smyth non è nato dalla cattiveria di Welby. È nato dalla struttura: da un modello in cui il potere è concentrato, la trasparenza è facoltativa e il controllo dal basso è debole.
Cambiare il genere di chi occupa quel ruolo non cambia la struttura. La rende più inclusiva, il che non è poco: per milioni di donne anglicane nel mondo l’insediamento di Mullally ha un significato concreto, non solo simbolico. Ma non la trasforma.
Un’altra porta
Nella tradizione valdese, il Moderatore della Tavola è eletto dal Sinodo. Ha un mandato a termine. Risponde alla comunità. Può essere rimosso. Non siede in nessun parlamento, non incorona nessun re, non ha giurisdizione su nessun altro pastore al di fuori delle procedure sinodali. È un servo della Parola sottoposto al controllo della comunità, non un sovrano che concede di essere controllato.
Non idealizzo questo modello: ha i suoi limiti, le sue lentezze, le sue opacità. Ma ha una coerenza evangelica che il modello di Canterbury, per quanto riformato, non possiede. Perché parte da un presupposto diverso: l’autorità nella Chiesa appartiene a Cristo, e la comunità la esercita collegialmente, in forma revocabile e trasparente.
Gesù, nel Vangelo di Matteo, dice: «Bussate e vi sarà aperto» (Matteo 7,7). Ma bussava alla porta del Regno, non alla porta di un palazzo. Il giorno in cui le chiese cristiane smetteranno di confondere le due porte, forse avremo fatto un passo avanti più decisivo di qualsiasi nomina, maschile o femminile che sia.
Non ho nulla contro Sarah Mullally. Dal poco che so di lei, il suo percorso personale (da infermiera a guida spirituale) contiene una coerenza umana che merita rispetto. Il problema non è lei. Il problema è il sistema che la accoglie, la riveste di paramenti e la siede su un trono che nessun discepolo di quel Gesù del deserto avrebbe dovuto accettare.
Una donna sul trono non cambia il trono. Lo rende più giusto nel suo accesso, ma non nella sua natura. E il Vangelo, se lo leggiamo senza gli occhiali del potere, ci chiede qualcosa di più radicale: non un trono migliore, ma la sua conversione in servizio.
Tommaso Scicchitano è scrittore e giornalista calabrese, appassionato della tradizione teologica valdese. Il suo ultimo libro è «La Cattedrale del Silenzio: Cronache dall’inchiesta su un caso di abuso spirituale».

Perfettamente d’accordo