20 Mag 2026 · articolo, I miei libri, Scrittura

Dieci canzoni per un libro che canta. La colonna sonora di Le Radici e le Ali

Copertina Kindle di Le radici e le ali

Le Radici e le Ali non è un romanzo silenzioso. Ha un ritmo, un battito. Ha l’odore del fritto che entra dalle finestre, il clic di un accendino che scandisce il tempo, il ronzio di un neon alle tre di notte, il rumore di un autobus che cambia la vita in dodici fermate. Se fosse musica, sarebbe una canzone italiana: quella che ti fa ridere e piangere nello stesso momento. Quella in cui alla fine non vince nessuno, ma qualcuno fiorisce lo stesso.

Ho costruito questa playlist come una mappa sonora del libro. Ogni canzone è una porta d’ingresso, un modo per entrare dentro Via degli Stadi prima ancora di aprire la prima pagina. O, se l’avete già letto, per tornarci con le orecchie.


1. Pensa — Fabrizio Moro

Paolo ha sedici anni e una sola sillaba da pronunciare. «No.» La più pesante che abbia mai detto. Carmine gli offre cinquanta euro per portare un pacchetto, e lui sa già cosa viene dopo quel pacchetto: un altro, poi le riscossioni, poi il bar di Tonino col sorriso che si accende troppo tardi, poi il fosso vicino alla statale. Pensa è il grido di chi sceglie di restare umano quando tutto intorno spinge nella direzione opposta. Nel libro, il no di Paolo ha le gambe che tremano e la faccia che non trema, perché «da queste parti le gambe possono tremare quanto vogliono, basta che la faccia non lo sappia.»

2. Il ragazzo della via Gluck — Adriano Celentano

Via degli Stadi non ha il verde della via Gluck, ma ha lo stesso cuore: un posto che il mondo guarda dall’alto in basso e che chi ci vive difende con gli occhi. Il vecchio Ferrante, ottantadue anni, urla dal balcone ai ragazzi del centro che fotografano i muri: «Voi vedete i muri scrostati. Io vedo cinquant’anni della mia vita.» L’orgoglio di chi ha costruito qualcosa con le mani e non accetta che gli altri ne facciano una cartolina.

3. Sally — Vasco Rossi

Ci sono madri nel libro che non piangono. O piangono di notte, quando pensano che i figli dormano. La madre di Paolo è una donna con le mani rosse che ogni sera spalma di crema Nivea, nella scatola blu, e le mani diventano lucide per cinque minuti e poi tornano rosse. Non ha mai letto l’articolo che il figlio ha scritto su di lei, perché non sa leggere abbastanza bene per un testo lungo. Ma quando Paolo le dice che ci sono le sue mani, lei se le guarda, le gira, palmo su, palmo giù, e dice solo: «Le mie mani.» Sally canta per tutte le donne che stringono la vita come i panni e non gli esce neanche una lacrima.

4. La cura — Franco Battiato

Il Faro è un appartamento al secondo piano con un campanello senza nome. Giacomo apre la porta, offre un piatto di pasta al sugo e dice: «Mangia. Poi parliamo. Oppure non parliamo. Come preferisci.» Generosità senza calcolo. Una cosa che al bar di Tonino non esiste. La cura di Battiato è la canzone di chi non chiede nulla in cambio, di chi lascia una luce accesa per chi non sa ancora di aver bisogno di trovarla.

5. Strada facendo — Claudio Baglioni

Antonio prende l’autobus alle sette e ventidue. Alla fermata di Via degli Stadi sale con le spalle strette, lo sguardo a un metro davanti ai piedi. Alla fermata di Piazza Bilotti si raddrizza. Le spalle si aprono. «Una mutazione che dura dodici fermate. Una specie di evoluzione accelerata.» Antonio è l’uomo che diventa un altro a ogni fermata, che formula la frase tre volte prima di dirla, che stringe una penna Bic come un direttore d’orchestra «dirigendo un concerto che nessuno sente.» Strada facendo è il suo inno: la strada che ti cambia mentre la percorri.

6. Luce (Tramonti a Nord Est) — Elisa

Nell’ultima pagina del libro, Paolo collega un filo, abbassa un interruttore, e una lampadina si accende. Quaranta watt. Non è una grande luce. Ma l’ha accesa lui. E la sera, a casa, dice a suo fratello Marco: «Ti insegno come si collega un filo.» La faccia di Marco si illumina. «Non come una lampadina da quaranta watt. Come un sole.» Questa canzone è quel momento esatto: la luce che nasce nel punto più buio, non perché il buio se ne va, ma perché qualcuno ha imparato a fare luce.

7. Io vagabondo — Nomadi

Antonio abita a Via degli Stadi ma lo nasconde. Dice «periferia sud» a una compagna che gli chiede dove vive, «che è vero come dire che il Titanic ha avuto un problema idraulico.» Vive in mezzo a due mondi: il liceo classico dove parla di Spinoza e il muretto dove lo chiamano «professore» con la voce di chi prende in giro e forse un po’ ammira. Non è un vagabondo per scelta. Lo è per necessità. Ma il giorno in cui dice alla preside «abito lì», smette di vagare e trova, per la prima volta, il punto esatto in cui le sue due vite si toccano.

8. Meraviglioso — Domenico Modugno

«Il vulcano. La ginestra sa che il vulcano la distrugge. Ma fiorisce lo stesso. A Via degli Stadi è uguale. Sai che il quartiere ti mangia. E ci resti lo stesso. E qualcuno fiorisce.» Sono le parole di Paolo in classe, davanti a ventisei compagni e una professoressa che per una volta nella vita fa la cosa più difficile: stare zitta e lasciare che le parole di un ragazzo lavorino da sole. Il meraviglioso di Modugno è quel fiorire contro ogni logica, quell’ostinarsi a trovare bellezza dove nessuno la cerca.

9. A mano a mano — Rino Gaetano

Due «ehi». Ecco cosa resta dell’amicizia tra Paolo e Carmine. «Due ehi e un accendino che fa clic.» Erano insieme alle elementari. Giocavano a pallone nel cortile della chiesa, Paolo in porta, Carmine centravanti. Adesso, quando si incrociano, l’amicizia è diventata cautela, «che è la paura educata, e fa più male.» Questa canzone è per le amicizie che il mondo ha piegato senza spezzare del tutto, per quei ponti che non portano da nessuna parte ma che si percorrono lo stesso, «perché camminare insieme è meglio che stare fermi da soli.»

10. La leva calcistica della classe ’68 — Francesco De Gregori

C’è un campetto a Via degli Stadi. Palloni sgonfi e magliette troppo grandi. Marco, il fratellino di Paolo, stringe una macchinina del turbo nel pugno e sorride come solo i bambini sanno fare: con il sole dentro. È il futuro. È la leva nuova, quella che forse avrà una possibilità diversa. Perché Paolo ha detto no. Perché una professoressa ha dato un foglietto. Perché un tipo con la barba corta ha aperto una porta senza nome e ha detto: «C’è da mangiare, se hai fame.» De Gregori canta i ragazzini che giocano come se il mondo non esistesse. Questo libro racconta quelli che giocano sapendo che il mondo esiste. E ci giocano lo stesso.


Ali a metà. Che è già più di zero.

Le Radici e le Ali — Quattro voci da Via degli Stadi è disponibile su Amazon in formato eBook, paperback e copertina rigida.

Se questa colonna sonora vi ha fatto venire voglia di entrare dentro Via degli Stadi, aprite il libro. Non è un romanzo che si legge. È un romanzo che si ascolta.

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