C’è un’immagine che Giorgia Meloni ha sempre amato proiettare di sé: quella dell’“underdog”, di chi è arrivato al vertice senza “amicizie importanti” o contesti familiari favorevoli. Una narrazione potente, quella della meritocrazia contro i salotti buoni. Eppure, a guardare la mappa del potere oggi, questa immagine si incrina, rivelando una profonda contraddizione. Il potere del governo Meloni non sembra fondato sull’apertura al merito, ma sulla chiusura in una cerchia ristrettissima di fedelissimi. Una fortezza costruita non sulla roccia, ma sul vetro fragile dei legami personali.
La Famiglia al Centro: un Fatto Inedito
Il primo, ineludibile, dato di fatto è la centralità della famiglia. Con la sorella Arianna Meloni nominata responsabile della segreteria politica e del tesseramento di Fratelli d’Italia, e il cognato Francesco Lollobrigida al Ministero dell’Agricoltura, si è creata una concentrazione di potere familiare che non ha precedenti nella storia della Repubblica Italiana.
Le critiche delle opposizioni, che hanno parlato di “affare di famiglia”, sono state respinte rivendicando la lunga militanza di Arianna Meloni. Ma la percezione esterna è quella di un partito che, cresciuto troppo in fretta, si affida alle uniche persone di cui la leader si fida incondizionatamente: i suoi familiari. È un segnale di forza o, al contrario, di una profonda insicurezza? Un leader che si fida solo del proprio sangue rivela la debolezza di non aver costruito una classe dirigente autonoma e credibile.
Il Paradosso del “Merito”
La contraddizione diventa quasi grottesca quando si analizza il Ministero dell’Istruzione, ribattezzato con l’altisonante aggiunta “e del Merito”. Una dichiarazione d’intenti che si scontra con la realtà delle nomine. Il ministro leghista Giuseppe Valditara, infatti, è stato accusato di aver usato il suo dicastero per “piazzare una serie di politici leghisti con difficoltà di carriera” e amici personali. Ex parlamentari non rieletti e persino il coautore di un suo libro hanno trovato un incarico, trasformando il tempio del “merito” in un rifugio per fedelissimi.
Questo schema si ripete. Al Ministero dell’Agricoltura, il cognato d’Italia Francesco Lollobrigida ha riempito il suo staff e gli enti collegati con un esercito di collaboratori, amici e figure legate al partito, tanto da far parlare la stampa di un vero e proprio “poltronificio”.
L’Amicizia come Valore, la Competenza come Optional

Due casi emblematici mostrano come la lealtà e l’amicizia personale siano diventate la vera moneta di scambio. Il primo è quello di Pino Insegno. Amico personale della Premier, ha ottenuto la conduzione di programmi di punta in Rai nonostante un precedente flop di ascolti con Il Mercante in Fiera, crollato a uno share quasi irrisorio. Il suo nuovo show estivo,
Facci Ridere, ha scatenato un’ondata di critiche per la sua qualità, culminata con l’esibizione di un concorrente che ha eseguito “rutti a tempo di musica” in prima serata, un momento definito da molti “indegno” per il servizio pubblico. In un normale contesto, un professionista con questi risultati verrebbe ridimensionato. Invece, l’amicizia con il vertice sembra garantire un’immunità dal fallimento.
Il secondo caso è quello di Geronimo La Russa. Figlio del Presidente del Senato, è stato eletto alla presidenza del potente Automobile Club d’Italia (ACI). Nonostante un curriculum di tutto rispetto, in molti hanno visto nella sua nomina l’esito di un percorso palesemente agevolato dall’influenza paterna, un esempio di “amichettismo” che premia l’appartenenza più che il merito.
Un Potere che si Isola, una Fiducia che si Sgretola
Il nepotismo non è certo un’invenzione di questo governo. La storia italiana è piena di “parentopoli”, dallo scandalo dell’ATAC nella Roma di Alemanno alla sanitopoli lombarda di Formigoni. Ma la pratica attuale sembra diversa: più sfacciata, più centralizzata e in stridente contrasto con la retorica del cambiamento.
Un potere che si chiude a riccio, che si fida solo della famiglia e degli amici di lunga data, è un potere che ha paura. Paura del dissenso, della critica, della complessità. È un potere che, invece di aprirsi alla società per trovare le migliori energie, si barrica nel suo fortino dorato. Ma le fortezze costruite sulla lealtà cieca sono fragili. Corrodono la fiducia dei cittadini, che vedono le porte dello Stato aprirsi non per merito, ma per conoscenza. Demotivano i talenti e, alla lunga, rendono le istituzioni più deboli e meno efficienti.

La vera forza non sta nell’occupare ogni sedia con un volto amico, ma nel saper governare un Paese complesso con l’aiuto di tutti, anche di chi non fa parte del cerchio magico. Altrimenti, la fortezza rischia di rivelarsi per quello che è: una prigione di vetro, destinata a frantumarsi sotto il peso delle sue stesse contraddizioni.
