Le storie che tengono aperta una scuola

Sullo spopolamento del Sud si scrivono molti numeri e poche storie. Eppure la differenza tra un territorio che muore e uno che resiste passa quasi sempre da qualcuno che ha deciso di restare, e da chi sa dargli un nome.
Un paese di poche centinaia di anime ha tenuto aperta la sua scuola grazie ai figli di chi è arrivato da lontano. È una notizia, certo. Ma è soprattutto una storia, e le storie chiedono di essere raccontate bene, senza ridurle a slogan né a statistiche da relazione di fine progetto.
Succede ad Acquaformosa, in provincia di Cosenza, dove un progetto di accoglienza ha inserito nuclei di rifugiati e minori non accompagnati, e quelle iscrizioni in più hanno garantito il numero minimo per non far chiudere la scuola del borgo. Detta così, sembra una formula amministrativa. In realtà è una delle cose più radicali che possano accadere a una comunità: decidere che il futuro non è finito, e farlo non con un proclama ma con dei bambini che la mattina entrano in un’aula.
Questa settimana ho letto molte notizie che ruotavano intorno allo stesso nodo. La Calabria all’ultimo posto in Italia per investimenti nel welfare locale, con cifre pro capite che fanno quasi tenerezza se non facessero rabbia. Un bando, «Riabitare il Sud», che mette risorse vere sul tavolo per i piccoli comuni e prova a programmare l’inversione di rotta. Cooperative di comunità che nascono per riaprire un bar, custodire un bosco, dare lavoro a chi altrimenti partirebbe. E un borgo della Locride, Martone, che entra nella rete dell’accoglienza con la sua prima famiglia, leggendo lo spopolamento non come una condanna ma come una domanda.
C’è un filo che tiene insieme tutto questo, ed è un filo che riguarda anche il mio mestiere. Quasi tutte queste vicende arrivano al grande pubblico in due forme, e quasi sempre solo in due forme. La prima è il numero: percentuali di spopolamento, posti di accoglienza attivi, milioni stanziati. La seconda è la retorica: il borgo «che resiste», la comunità «che non si arrende», il Sud «che riparte». La prima forma è esatta e fredda. La seconda è calda e vuota. In mezzo, dove abitano le persone vere, non scrive quasi nessuno.
Eppure è proprio in mezzo che si gioca tutto. Un dato non commuove e non convince: informa, e poi scivola via. Uno slogan commuove per un istante, ma chi lo legge sente, anche senza saperlo dire, che lo si potrebbe applicare a qualunque altro paese, a qualunque altra causa. È intercambiabile, quindi è dimenticabile. Una storia ben raccontata, invece, fa una cosa che né il dato né lo slogan sanno fare: rende quel luogo, quella persona, quella scelta non sostituibili con nessun’altra. E ciò che non è sostituibile, resta.
Lo dico perché è esattamente il punto in cui un ente del terzo settore rischia di indebolire da solo il proprio lavoro. Un’associazione che tiene aperta una scuola, che accompagna una famiglia, che riapre un servizio in un paese che lo aveva perso, fa una cosa straordinaria. Poi, quando deve raccontarla, troppo spesso la consegna alla lingua dei bandi: obiettivi, output, beneficiari, indicatori. Tutto corretto, tutto necessario per la rendicontazione, e tutto inadatto a far sentire a un lettore, a un donatore, a un cittadino, perché quel lavoro conta davvero. La storia c’è. Manca solo qualcuno che la scriva senza farla sembrare un modulo.
Non è una questione di abbellire. È una questione di rispetto verso ciò che è accaduto. Raccontare bene Acquaformosa non significa caricarla di aggettivi commossi: significa il contrario, restituire i fatti nella loro complessità, le fatiche e le contraddizioni comprese, perché solo una storia onesta è anche una storia credibile. La narrazione pietistica, quella del povero Sud da salvare, fa male quanto la freddezza dei numeri, perché toglie alle persone la loro statura. Le rende oggetto di pietà invece che soggetti di una scelta.
Chi lavora nel sociale al Sud lo sa: la posta in gioco di una scuola che resta aperta non è solo una scuola. È il segnale che un luogo è ancora un luogo, e non solo un indirizzo da cui andarsene. Tradurre questo in parole che lo facciano sentire anche a chi è lontano non è un lusso comunicativo. È parte del lavoro stesso, perché un progetto che nessuno capisce è un progetto che prima o poi nessuno sostiene.
Per questo continuo a pensare che raccontare i territori sia un atto serio, quasi un atto di cura. E che meriti lo stesso scrupolo che un’associazione mette nel suo lavoro sul campo. Le storie importanti non si scrivono da sole. Ma quando trovano la persona giusta, hanno il potere di tenere aperta una scuola anche nella testa di chi quel paese non lo vedrà mai.
Ti piace quello che leggi?
Articoli, podcast e storie ogni settimana. Zero rumore.
Iscriviti alla newsletterContinua a leggere



Lascia un commento