Spesso pensiamo che per sopravvivere a questo mondo, alla burocrazia, alle ingiustizie, alla fretta che ci mangia le giornate, dobbiamo diventare duri. Ci costruiamo una corazza, ci induriamo come pietre, convinti che sia l’unico modo per non farci spezzare.
Io per molto tempo l’ho creduto.
Poi ho iniziato a conoscere loro. I migranti.
Ho visto persone che avevano perso tutto, che aspettavano da anni un pezzo di carta, che venivano rimbalzate da un ufficio all’altro per una virgola fuori posto. E ho notato una cosa che mi ha spiazzato.
Mentre io mi arrabbiavo, urlavo contro il sistema e riempivo ogni silenzio con la mia ansia, molti di loro restavano calmi. Non rassegnati: calmi. Possedevano una dignità silenziosa, una capacità di “restare morbidi” di fronte alle tempeste che io non avevo.
Mi hanno insegnato che la vera forza non è nel diventare rigidi, ma nel saper tenere la vela quando il vento è contrario.
“Il silenzio di Ibrahima” è il succo di tutto questo.
Non è solo un racconto. È il distillato di ciò che ho imparato guardando negli occhi tanti ragazzi e uomini venuti da lontano.
Questa storia, però, non è solo frutto della mia fantasia. Prende spunto dalla realtà nuda e cruda che molti vivono ogni giorno nella nostra città. Molti degli episodi burocratici che leggerete nascono dalle denunce reali di avvocati che, come raccontato anche da Cosenza Channel, si battono quotidianamente contro le disfunzioni dell’Ufficio Immigrazione della Questura di Cosenza.
Ho messo dentro questa storia il contrasto tra noi, sempre di corsa, sempre rumorosi, terrorizzati dal vuoto, e loro, che a volte custodiscono un segreto per abitare quel vuoto senza paura, nonostante gli ostacoli (reali, purtroppo) che il sistema gli mette davanti.
Nella storia c’è Marco, che siamo un po’ tutti noi, alle prese con la nevrosi quotidiana e una burocrazia assurda (il famoso “modulo mancante”). E c’è Ibrahima, che non risponde alla rabbia con altra rabbia, ma con una presenza che disarma.
Ho scritto questa storia perché volevo fissare sulla carta quella sensazione precisa: il momento in cui smetti di agitarti e capisci che, forse, il mare è lo stesso per tutti.
Venerdì prossimo regalerò questo racconto a tutti gli iscritti alla mia newsletter.
Non lo pubblicherò sul blog, né sui social. Voglio che sia un regalo privato, da me a voi, per prenderci dieci minuti di tempo e provare a guardare il mondo – e le nostre fatiche quotidiane – con gli occhi di Ibrahima.
Se vuoi riceverlo, ti basta iscriverti qui sotto.
Spero che questa storia vi doni la stessa pace che scriverla (e viverla, in qualche modo) ha donato a me.
A venerdì,
Tommaso

Buona iniziativa
Grazie Franco