Modena non è una questione di confini. È una questione di welfare.
Sabato 16 maggio, in via Emilia Centro a Modena, un’auto lanciata a folle velocità ha travolto otto persone. Due donne hanno perso le gambe. Quattro feriti sono in condizioni gravi. Il responsabile, Salim El Koudri, 31 anni, è stato fermato con l’accusa di strage e lesioni aggravate.
Nelle ore immediatamente successive, come da copione, il dibattito pubblico si è spaccato lungo le stesse linee di sempre. Da una parte chi ha invocato la “remigrazione”, dall’altra chi ha chiesto cautela. Ma il punto è un altro, ed è un punto che la cronaca di questi fatti rende quasi impossibile da ignorare, per chiunque abbia la pazienza di leggerla con attenzione.
Chi era Salim El Koudri prima di sabato
Salim El Koudri è un cittadino italiano, nato a Seriate (Bergamo), laureato in Economia, incensurato. Non sono stati trovati legami con gruppi terroristici e la Procura, almeno al momento, non contesta reati legati al terrorismo.
Quello che emerge dalle indagini racconta una storia diversa da quella che qualcuno vorrebbe scrivere. Tra il 2022 e il 2024, El Koudri era stato seguito dal Centro di salute mentale di Castelfranco Emilia per un quadro compatibile con un disturbo schizoide della personalità, caratterizzato da forte isolamento sociale e difficoltà relazionali. Nello stesso periodo aveva interrotto gli studi magistrali, smettendo di rinnovare l’iscrizione. Risultava disoccupato. Agli inquirenti avrebbe raccontato di sentirsi emarginato e bullizzato.
E poi il dato che dovrebbe far riflettere più di qualunque slogan. La prefetta di Modena, Fabrizia Triolo, ha dichiarato in conferenza stampa che dopo il primo periodo di osservazione presso il Centro di salute mentale, del paziente “se ne erano perdute le tracce”. La sindaca di Ravarino ha confermato che El Koudri era stato seguito fino al 2024, per poi allontanarsi autonomamente dal percorso di cura. Due anni di silenzio clinico. Due anni in cui un cittadino con una diagnosi documentata e un percorso terapeutico avviato è semplicemente scomparso dai radar dei servizi sanitari.
Il ministero sbagliato
Matteo Salvini non ha perso tempo: ha definito El Koudri “criminale di seconda generazione”, spostando il dibattito dall’allarme sanitario a quello migratorio, come se il cognome del responsabile fosse di per sé una spiegazione sufficiente. È la stessa grammatica politica di sempre: se il nome suona straniero, il problema è l’integrazione; se il nome suona italiano, il problema è altro. Ma questa volta i fatti oppongono una resistenza particolare alla propaganda.
Perché El Koudri non è un migrante irregolare sbarcato ieri. È un cittadino italiano nato in Lombardia, cresciuto in Emilia, che ha frequentato l’università italiana e parlava perfettamente la lingua del Paese in cui è nato. Se la sua vita è andata in frantumi, non è stato per un difetto di integrazione culturale: è stato per un difetto strutturale del sistema di protezione sociale.
Lo ha detto chiaramente il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele De Pascale, richiamando con forza il tema della salute mentale e spiegando che un episodio come questo deve interrogare su come potenziare i servizi e dare maggiore supporto.
Ed è esattamente qui che il discorso pubblico dovrebbe fermarsi e cambiare direzione.
Integrare rispetto a cosa?
L’integrazione, nel discorso politico italiano, viene trattata quasi esclusivamente come una questione di ordine pubblico: controllo dei flussi, identificazione, rimpatri, sicurezza urbana. In una parola, una competenza del Ministero dell’Interno. Ma il caso di Modena dimostra che il fallimento è avvenuto altrove: nei servizi di salute mentale territoriali, nelle politiche del lavoro, nella capacità di una comunità di intercettare e sostenere chi sta scivolando verso l’isolamento totale.
Nel sistema italiano, salvo casi eccezionali che giustifichino un TSO, i percorsi di cura psichiatrica si basano sulla volontarietà del paziente. Se un soggetto decide di non presentarsi più alle visite, i centri non hanno gli strumenti legali o logistici per continuare il monitoraggio. Questo non è un problema di frontiere. È un problema di welfare.
Il professor Alessandro Bertolino, psichiatra dell’Università di Bari, ha osservato che è possibile che El Koudri abbia sospeso i farmaci e che per questo abbia sviluppato deliri e convinzioni persecutorie che lo hanno spinto a compiere il gesto. Anche questa non è una questione di confini: è una questione di continuità terapeutica, di presa in carico, di risorse destinate ai Dipartimenti di salute mentale.
Una rete che non c’è
Un uomo con una diagnosi psichiatrica documentata, senza lavoro, progressivamente isolato dalla vita sociale, scompare per due anni dalla vista dei servizi. E ricompare al volante di un’auto a cento all’ora nel centro di una città.
Se la risposta politica a questo scenario è “più controlli alle frontiere” o “rimpatri più rapidi”, allora non abbiamo capito nulla. Perché non si rimpatria un cittadino italiano. E non si previene la violenza con le telecamere, se a monte non c’è un sistema che si prende cura delle persone prima che le persone smettano di prendersi cura di sé stesse.
L’integrazione non è una questione di passaporti. È una questione di servizi sociali funzionanti, di centri di salute mentale con personale sufficiente, di politiche attive del lavoro che non lascino i laureati senza occupazione per anni, di comunità locali attrezzate per intercettare il disagio prima che diventi catastrofe.
È, in una parola, una questione di welfare. Non del Ministero dell’Interno.
E finché continueremo a trattarla come una questione di ordine pubblico, continueremo a piangere i feriti sui marciapiedi delle nostre città, chiedendoci perché nessuno se ne fosse accorto prima.
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