Non vengono in Europa. Non attraversano il Mediterraneo. Non sbarcano a Lampedusa.
Eppure sono migranti, e rischiano di morire per questo. Almeno 65 giovani etiopi si trovano a rischio imminente di esecuzione in Arabia Saudita secondo Human Rights Watch; fonti cattoliche e mediatiche parlano di circa duecento persone coinvolte nel braccio della morte, nella prigione saudita di Khamis Mushait, nella regione dell’Asir. Il loro crimine: aver portato con sé delle foglie di khat, una pianta stimolante che in Etiopia si mastica come da noi si beve il caffè. In Arabia Saudita, quella stessa foglia è classificata come droga. E la droga, in Arabia Saudita, si paga con la testa.
La rotta che non conosciamo
C’è una narrazione dominante sulla migrazione africana che funziona come un paraocchi: “vengono tutti da noi.” È falso, ed è utile che sia creduto falso. La realtà è che la maggior parte dei migranti africani si sposta all’interno del continente o verso il Golfo Persico. La rotta dall’Etiopia allo Yemen e poi all’Arabia Saudita è una delle più pericolose al mondo, e una delle meno raccontate.
Chi parte lo fa per sopravvivere. Chi arriva, quando arriva, lo fa per lavorare e mandare soldi alla famiglia rimasta indietro. Questi ragazzi venivano in gran parte dal Tigray, la regione devastata dalla guerra civile tra il 2020 e il 2022. Fuggivano da una violenza che ha prodotto centinaia di migliaia di sfollati, attraversavano il Golfo di Aden su imbarcazioni di fortuna, risalivano lo Yemen in guerra, per raggiungere il regno saudita e trovare un lavoro qualsiasi. Alcuni portavano con sé il khat: una pianta legale nel loro paese, parte della loro cultura quotidiana, qualcosa di così normale da non pensare nemmeno che potesse essere un problema.
La foglia e la spada
Il khat (Catha edulis) è una pianta le cui foglie, masticate fresche, producono un blando effetto stimolante. In Etiopia, in Yemen, a Gibuti, in Somalia, è un elemento della socialità ordinaria: si mastica khat come in Italia ci si siede al bar per un espresso. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo classifica tra le sostanze a basso potenziale di dipendenza. Non è eroina, non è cocaina, non è nemmeno lontanamente paragonabile alle droghe per cui, nella percezione comune, si giustifica la severità penale.
In Arabia Saudita, invece, il khat è illegale. E il sistema giudiziario saudita prevede la pena di morte per traffico di sostanze stupefacenti, senza distinzioni di pericolosità, senza proporzione, senza appello reale. Secondo Human Rights Watch, i processi a carico di questi migranti si sono svolti in modo sommario: senza interpreti, senza avvocati, senza che gli imputati comprendessero le accuse. Alcuni sarebbero stati picchiati e costretti a firmare documenti in una lingua che non conoscevano. Poi la condanna. Poi l’attesa.
Il 21 aprile 2026, tre di loro sono stati giustiziati. Gli altri aspettano.
Il razzismo delle leggi
Qui si apre la questione che dovrebbe interessarci tutti, anche noi che ci crediamo lontani da questa storia.
Quando una civiltà giuridica punisce con la morte un comportamento che in un’altra civiltà è perfettamente lecito, e lo fa nei confronti di stranieri poveri, vulnerabili, privi di qualsiasi tutela, non siamo di fronte a un semplice “conflitto tra ordinamenti.” Siamo di fronte a una forma strutturale di razzismo, tanto più insidiosa perché si presenta con il volto impersonale della legge.
L’Arabia Saudita ha eseguito centinaia di condanne a morte nel 2024 e nel 2025, stabilendo record mondiali per due anni consecutivi secondo le organizzazioni per i diritti umani. Nel 2025 le esecuzioni per reati di droga non violenti hanno pesato in modo decisivo sull’aumento delle condanne capitali. E molti condannati erano stranieri: lavoratori, migranti, persone che non avevano né voce né diritti dentro quel sistema. Non è giustizia: è una macchina che seleziona i più deboli e li elimina.
Il principe ereditario Mohammed bin Salman aveva promesso nel 2018 di ridurre drasticamente il ricorso alla pena capitale. Da allora, l’Arabia Saudita ha giustiziato oltre duemila persone. Nel 2023, Human Rights Watch ha documentato l’uccisione di centinaia di migranti etiopi al confine con lo Yemen da parte delle guardie di frontiera saudite, definendola un possibile “crimine contro l’umanità.” Non c’è stata nessuna conseguenza.
Il silenzio complice
Il vescovo cattolico Tesfaselassie Medhin, eparca di Adigrat, ha lanciato un appello accorato alla comunità internazionale. Le Nazioni Unite hanno condannato la pratica. Ma il governo etiope non ha rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale. E i governi occidentali, che con Riad intrattengono rapporti commerciali e militari miliardari, tacciono.
Questo silenzio non è neutrale. È una scelta. Ogni contratto di fornitura di armi, ogni stretta di mano diplomatica, ogni barile di petrolio comprato senza condizioni porta con sé il peso di quelle vite sospese tra una cella e il boia.
Quello che ci riguarda
A chi legge da un paese europeo, da un divano italiano, questa storia potrebbe sembrare lontana. Non lo è.
Non lo è perché la stessa logica che condanna a morte un ragazzo etiope per una foglia di khat è la logica che criminalizza la povertà ovunque nel mondo. Non lo è perché il nostro immaginario sui migranti (“vengono tutti qui, vogliono tutto da noi”) è costruito apposta per non farci vedere storie come questa, dove la migrazione non ha niente a che fare con l’Europa e tutto a che fare con la sopravvivenza nuda. Non lo è perché il razzismo giuridico non è un’esclusiva saudita: è il principio per cui le leggi si applicano con rigore diverso a seconda della nazionalità, del colore della pelle, del conto in banca.
Decine di ragazzi etiopi, forse più di duecento secondo gli appelli rilanciati in questi giorni, aspettano di sapere se vivranno o moriranno. La loro colpa è aver masticato, o trasportato, una foglia che a casa loro si compra al mercato. Il mondo che li ha condannati è lo stesso mondo in cui viviamo. Il silenzio che li circonda è anche il nostro.
Fonti
- Human Rights Watch, 28 aprile 2026
- Agenzia Fides, 5 maggio 2026
- AsiaNews, 9 maggio 2026
- ACI Africa, 7 maggio 2026
- The Reporter Magazine, Addis Abeba
