Steccato di Cutro, 26 febbraio 2023: una poesia per non dimenticare

Il mare quella notte aveva la voce piatta di chi esegue.
Sulla riva, un bambino con i sandali allacciati. Qualcuno lo aveva preparato per arrivare. Qualcuno aveva stretto quei nodi con le mani che stringono i nodi quando si spera ancora.
Nei telefoni spezzati sull’acqua le ultime parole galleggiavano intatte: abbiamo visto le luci.
Le luci eravamo noi. Noi che guardavamo da lontano, noi che sapevamo, noi che avevamo i radar accesi nel buio e le imbarcazioni ferme nei porti.
Il dolore dei sopravvissuti non urla. Diventa silenzio verticale, un posto nel petto senza nome e senza fondo.
Novantaquattro volte qualcuno aspettava. Novantaquattro volte il mare ha tenuto i conti al posto nostro.
Chiamarla tragedia è già una bugia. La tragedia è quando non si poteva fare nulla. Qui si poteva. Qui si scelse di non farlo.
E quel bambino con i sandali allacciati non era un’emergenza da gestire, non era una rotta da bloccare, non era una voce nei dati di un rapporto ministeriale.
Era un bambino. Con le mani di qualcuno che lo amava ancora annodate nei lacci delle scarpe.
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