23 Mag 2026 · articolo, Società

Corpi disarmati contro il mare: la nonviolenza come unica rotta possibile

Una barca a vela solitaria naviga sul Mediterraneo al tramonto con giubbotti di salvataggio arancioni

Dalle flottilie per Gaza al dottor Abu Safiya, il filo che lega chi resiste senza armi


C’è un momento, nel racconto di Noa Avishag Schnall e Anna Liedtke pubblicato da Drop Site News il 2 maggio 2026, che contiene tutta la grammatica della nonviolenza. È la mattina dell’8 ottobre 2025, le cinque del mattino. La nave Conscience si trova a 120 miglia nautiche da Gaza, 19 miglia dall’Egitto, in pieno Mediterraneo: acque internazionali, lontanissime da qualsiasi giurisdizione israeliana. La radio gracchia. Una voce militare ordina di scaricare i medicinali nel porto israeliano di Ashdod. L’avvocata Huwaida Arraf, cofondatrice del movimento delle flottilie, risponde affermando il diritto al libero passaggio e la base giuridica della missione. La risposta dei militari è secca: «Preparatevi. Stiamo arrivando».

Novantadue persone di ventidue nazionalità diverse si radunano nella stazione d’emergenza. Medici, infermiere, giornalisti, un pompiere, operatori sociali, avvocati per i diritti umani. Indossano i giubbotti di salvataggio arancioni. Tengono le mani aperte davanti a sé. Dai gommoni militari che emergono dal buio con le luci spente, dai due elicotteri che calano i soldati con le corde, ripetono un’unica frase, in coro: «Siamo giornalisti! Siamo medici! Siamo giornalisti! Siamo medici!».

Mani aperte. Giubbotti arancioni. Voci alzate nel vento del Mediterraneo. Contro elicotteri, navi da guerra, blindati marini. È la sproporzione assoluta: la stessa che, in forme diverse, si ripete da decenni nella storia della resistenza nonviolenta.

Le mani legate e i corpi feriti

Ciò che è accaduto dopo l’abbordaggio della Conscience è documentato dall’organizzazione israeliana per i diritti umani Adalah, che ha assistito legalmente 145 dei detenuti. Huwaida Arraf, rientrata a Detroit il 16 ottobre 2025, ha raccontato davanti alle telecamere di essere stata legata con fascette di plastica, picchiata, presa a calci al torace per giorni. Le radiografie fatte in Giordania non hanno rilevato fratture, ma il dolore persisteva ogni volta che respirava profondamente o si muoveva nel sonno.

La giornalista tedesca Anna Liedtke ha denunciato, nel dicembre 2025 attraverso l’organizzazione femminile ZORA, di aver subìto violenza sessuale da parte delle guardie carcerarie durante la detenzione. Noa Avishag Schnall, giornalista americana ed ebrea, di origine yemenita e con cittadinanza israeliana poi rinunciata, ha scritto insieme a Liedtke un resoconto in prima persona di quei giorni, pubblicato da Drop Site News: il racconto di un sistema detentivo costruito per spezzare la dignità delle persone.

E poi c’è il maggio 2026. La Global Sumud Flotilla salpa dalla Turchia con 428 passeggeri, cibo, medicine, forniture umanitarie. Viene intercettata nell’arco di diversi giorni. L’organizzazione Adalah documenta, anche stavolta, un livello di violenza altissimo: decine di persone con sospette fratture costali, uso sistematico di taser e proiettili di gomma, violenza sessuale. Secondo la dichiarazione della Global Sumud Flotilla riportata dalla CNN il 22 maggio 2026, gli attivisti denunciano abusi gravissimi in custodia. Procure italiane e tedesche hanno aperto indagini per possibili reati, inclusi sequestro e violenza sessuale.

Tutto questo è accaduto a civili disarmati. A persone che trasportavano latte in polvere, farina, riso, pannolini, kit medici, stampelle. A medici che avevano già operato sotto le bombe. A giornalisti che volevano documentare ciò che il mondo non riesce a vedere.

L’altra sponda: il dottor Abu Safiya e i bambini che non contano

Se c’è una storia che racconta Gaza dall’interno, è quella di Hussam Abu Safiya, il pediatra e neonatologo direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord della Striscia. Nato nel campo profughi di Jabaliya, da una famiglia cacciata dalla propria città con la Nakba del 1948, Abu Safiya ha salvato centinaia di bambini sotto il fuoco dei cecchini e i colpi dei carri armati. Il 25 ottobre 2024 è stato arrestato una prima volta con 44 colleghi, interrogato, insultato, minacciato. È tornato al suo ospedale. Il 23 dicembre 2024 ha raccontato alla NBC come il fuoco israeliano avesse danneggiato l’asilo e il reparto maternità. Poi è stato preso di nuovo e non è più tornato.

Come riporta Nicoletta Dentico su Altreconomia nel marzo 2026, Abu Safiya è detenuto nel carcere militare di Ofer, in Cisgiordania, senza accuse formali, senza processo. Ha perso circa quaranta chili. Il suo avvocato dice che il suo cuore è esausto, il corpo devastato da mesi di torture. Il freddo della cella aggrava le sue condizioni.

Abu Safiya non è un combattente. Non ha mai imbracciato un’arma. Ha imbracciato neonati, ha operato senza anestesia, ha cercato di mantenere in piedi una struttura sanitaria mentre il mondo guardava altrove. La sua clinica Al-Rahma, fondata alla fine del 2024 come ultima struttura di cura gratuita nell’area, è stata colpita più volte.

E intorno a lui, i numeri che non dovremmo mai permetterci di normalizzare: secondo Save the Children, dall’accordo di cessate il fuoco dell’ottobre 2025 almeno due bambini al giorno sono stati uccisi o feriti a Gaza. L’UNICEF, nel gennaio 2026, ha documentato oltre cento bambini uccisi dall’inizio della tregua (circa una bambina o un bambino al giorno), e centinaia di feriti. Più di 64.000 bambini uccisi o feriti e più di 58.000 che hanno perso un genitore dall’inizio del conflitto. Una generazione segnata nel corpo e nella psiche.

La forza di chi non spara

Mi fermo a pensare a Huwaida Arraf. Avvocata, nata a Detroit da genitori palestinesi, laureata all’Università del Michigan. Da più di vent’anni porta aiuti in Palestina. L’hanno picchiata, detenuta, deportata. E ogni volta torna. Alla Democracy Now! ha detto una cosa che è una domanda rivolta a tutti noi: perché siamo noi, su una piccola barca in acque internazionali, a dover affrontare uno degli eserciti più brutali del mondo? Perché i nostri Paesi lo permettono.

È la domanda che resta sospesa. E la risposta, per chi crede nella nonviolenza come pratica politica (e non come rassegnazione), è che la forza di chi non spara non è debolezza: è l’unica forma di resistenza che non riproduce il meccanismo della sopraffazione.

Gandhi lo sapeva. Martin Luther King lo sapeva. Le madri di Plaza de Mayo lo sapevano. I partigiani che scelsero la disobbedienza civile prima ancora della montagna lo sapevano. Lo sapeva mio nonno Ernesto, che contro il fascismo mise in gioco il corpo prima ancora delle idee.

Lo sanno le persone sulle flottilie. Lo sa il dottor Abu Safiya nella sua cella. Lo sanno le volontarie e i volontari di Medici Senza Frontiere che nel solo gennaio 2026 hanno garantito oltre 83.000 visite mediche a Gaza, gestito un letto ospedaliero su cinque, assistito un parto su tre.

La nonviolenza non è l’assenza di conflitto. È la scelta di non cedere alla logica della forza. È la decisione consapevole di opporre al dispotismo non la simmetria della violenza (che il dispotismo vince sempre, perché ha più armi), ma l’asimmetria della coscienza. Una barca contro una flotta militare. Un camice bianco contro un carro armato. Un giubbotto arancione contro un fucile.

Protesta e proposta

Chi sale su una flottiglia per Gaza non compie solo un atto di protesta. Compie un atto di proposta politica. Dice: esiste un’alternativa. Il diritto internazionale esiste, il diritto umanitario esiste, e noi lo pratichiamo con i nostri corpi mentre i governi lo tradiscono con le loro firme.

La Freedom Flotilla Coalition lo ha scritto con una semplicità disarmante: «Non siamo governi. Siamo persone. Agiamo dove le istituzioni hanno fallito. Questa missione è per i bambini di Gaza».

Per i bambini di Gaza. Per i bambini di ogni luogo in cui il potere decide che alcune vite valgono meno di altre. Per ogni luogo in cui la protervia si traveste da sicurezza e la sopraffazione si maschera da legittima difesa.

L’unica strada, l’unica che la storia ci ha insegnato funzionare nel lungo periodo, è quella della resistenza civile, della disobbedienza ragionata, della proposta politica che parte dal basso. Non si vince un esercito con un altro esercito. Si vince un sistema di oppressione costruendo, pezzo dopo pezzo, un sistema di giustizia. Si vince con le mani aperte, con i documenti legali, con le navi cariche di medicine, con i giornalisti che raccontano, con i medici che curano, con le persone che non si arrendono.

La violenza contro chi è disarmato non è forza. È la confessione di una debolezza morale assoluta. E chi la subisce senza rispondere con le armi, ma con la voce e con il corpo, costruisce qualcosa che nessun esercito potrà mai distruggere: il precedente. La prova che un altro modo è possibile. La memoria che un giorno diventerà giustizia.


Questo articolo è basato su fonti pubblicamente disponibili: il reportage di Noa Avishag Schnall e Anna Liedtke su Drop Site News (2 maggio 2026), le testimonianze raccolte da Adalah, i reportage di CNN, Democracy Now!, Click On Detroit, UNICEF, Save the Children, Altreconomia e Medici Senza Frontiere.

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