Quella notte, Valerio non riuscì a dormire. Le facce si sovrapponevano nella sua mente in un’allucinazione silenziosa: il volto trionfante di Terzi che descriveva il capolavoro del compromesso; il volto scavato del professor Carini che mendicava dignità. Le due immagini erano inconciliabili, due mondi che si guardavano attraverso un vetro infrangibile. L’istituzione che aveva servito per tutta la vita gli appariva ora come un corpo estraneo, un’entità che parlava di compassione con la freddezza di un chirurgo e che maneggiava la verità come un’arma diplomatica.
Si alzò e tornò nel suo studio. La Basilica di San Pietro dormiva sotto la luna, un guscio immenso e magnifico. Ma a Valerio, per la prima volta, quella magnificenza parve vuota. Potere, pensò. Architettura del potere.
Cosa fare? Una lettera di dimissioni sarebbe stata un gesto inutile, assorbito e archiviato dalla burocrazia curiale in meno di un’ora. Lo avrebbero sostituito con un altro, più fedele, più cieco. Un atto di denuncia pubblico, una telefonata a un giornalista? Non era nel suo stile. Lui era un uomo di documenti, di dossier, di parole pesate e archiviate. La sua vita era fatta di carta e di inchiostro. E la sua ribellione, se doveva esserci, avrebbe usato gli stessi strumenti.
Si sedette alla scrivania. Sullo schermo del computer, c’era ancora aperto il suo lavoro: note, analisi, bozze di discorsi. Materiale che aveva contribuito alla “vittoria” di cui Terzi si era vantato. Lo guardò con distacco, come un archeologo guarda i resti di una civiltà perduta. Chiuse ogni finestra. Aprì un documento vuoto. Il cursore lampeggiava nel bianco, un piccolo cuore pulsante nell’oscurità.
Gli tornò in mente la frase del Vangelo di Giovanni che aveva letto pochi giorni prima, una vita fa. “Santificali nella verità. La tua parola è verità”.
Quale parola? Quale verità? La parola della Curia, cesellata per non offendere i potenti e per preservare i privilegi? La verità di una legge di compromesso, che salvava i principi e dimenticava le persone? O la parola rotta, ansimante, del professor Carini? La verità di un uomo che, di fronte alla fine, chiedeva solo pace?
Valerio posò le dita sulla tastiera. Non stava scrivendo una memoria per un superiore o un’analisi strategica. Stava per compiere l’unico atto di vera obbedienza che gli fosse rimasto. Obbedienza a quella verità nuda, scomoda, che aveva incontrato in un appartamento di Prati.
Il titolo che scrisse fu semplice, quasi una beffa ai documenti che maneggiava ogni giorno: Rapporto sulla Civiltà della Compassione.
Poi, iniziò a scrivere. Non sapeva dove lo avrebbe portato quello scritto. Se sarebbe rimasto sepolto per sempre nel suo computer o se avrebbe trovato, un giorno, una via d’uscita. Ma per la prima volta dopo anni, Monsignor Valerio Costantini non si sentiva un ufficiale dello Stato Vaticano che negoziava i confini del potere. Si sentiva un uomo che, nel silenzio della notte romana, cercava di essere fedele a una Parola. E il ticchettio dei tasti, unico suono nella quiete del Palazzo, era il rumore della sua coscienza che aveva finalmente iniziato a parlare.
