9 Ago 2026 · Calabria, domenicale

Catanzaro, orgoglio di Calabria

La folla del primo Catanzaro Pride durante il corteo dell'8 agosto 2026

C’è una frase che si dice qui da noi quando una cosa sembra impossibile e la si fa lo stesso: lanciare il cuore oltre l’ostacolo. La usano gli alpinisti, la usavano i ciclisti, la usa chi sa che certe volte il corpo si muove solo se qualcosa gli è già andato avanti. Giovanni Carpanzano, presidente di Arci Equa e portavoce del Catanzaro Pride, l’ha detta dal palco alla fine della giornata, quando la piazza era ancora piena: quattro mesi fa erano in quattro attorno a un tavolo, lui non voleva farlo, diceva che non era il momento, che la città non era pronta. Poi ha aggiunto la cosa che mi resta più di tutte: «il cuore è arrivato dall’altra parte dello Ionio».

Il primo Pride della storia di Catanzaro si è tenuto sabato 8 agosto. Corteo da piazza Garibaldi, comizio finale, patrocinio del Comune, patrocinio della Regione. Sul numero dei partecipanti si discuterà, come sempre. Ma il numero, per una volta, è la parte meno interessante.

La città che si giustifica

Se sei nato in Calabria conosci a memoria il copione. Qualcuno propone qualcosa, e prima ancora che si discuta il merito arriva la domanda che chiude tutto: «Ma qui siamo pronti?». È una frase che sembra prudenza e invece è pedagogia. Ci hanno insegnato a considerare il nostro territorio come un luogo in ritardo permanente, dove le cose si possono fare solo dopo che altrove sono state fatte e verificate. Il Sud come provincia culturale, che riceve i diritti quando ormai sono diventati innocui.

Una bandiera arcobaleno sventola sopra il corteo del Catanzaro Pride
Primo Catanzaro Pride, 8 agosto 2026. Foto di Tommaso Scicchitano

Catanzaro poi ha una versione aggravata di questo copione. Anche dentro la regione porta addosso la fama del capoluogo grigio, la città amministrativa, quella meno vivace di Cosenza e meno affacciata di Reggio. Lungo il percorso del corteo ho parlato con tre famiglie eterosessuali, gente che era lì semplicemente perché passava di lì e ha deciso di restare. Tutte e tre mi hanno detto la stessa identica cosa, con parole diverse: al di là di quella fama, in città si respirava da tempo il bisogno di una manifestazione così. Non l’attesa di un evento. Il bisogno di uno spazio.

Ecco il punto che vorrei tenere fermo. Non è che sabato la Calabria è diventata pronta. È che ha smesso di aspettare di esserlo.

Orgoglio non vuol dire vanto

La parola pride si traduce con orgoglio, e in italiano la traduzione ci frega, perché orgoglio suona come vanto, come petto in fuori. Ma il contrario di orgoglio non è modestia. Il contrario di orgoglio è vergogna.

E la vergogna è esattamente la materia prima con cui questa terra è stata educata a guardarsi. Vergogna dell’accento, del paese, del cognome che finisce male sui giornali nazionali, della famiglia che non capisce, del corpo che non corrisponde. Chi cresce qui impara presto a fare la lista delle cose di sé che è meglio non dire. Poi impara che quella lista si accorcia soltanto in un modo: andandosene.

Una famiglia con due bambini piccoli partecipa al Catanzaro Pride
Una famiglia al primo Catanzaro Pride. Foto di Tommaso Scicchitano

Per questo un Pride a Catanzaro non è un evento di costume. È un’operazione sulla vergogna, e riguarda molte più persone di quante sabato indossassero una bandiera. Riguarda chiunque, in questa regione, abbia imparato a rimpicciolirsi per stare tranquillo.

Il dato politico che nessuno si aspettava

C’è poi un fatto che merita di essere registrato con freddezza, perché è insolito. Al Pride di Catanzaro ha dato il patrocinio anche la Regione Calabria, amministrata dal centrodestra, e l’assessora alle Pari opportunità Pasqualina Straface ha mandato un videomessaggio letto dal palco: annuncia una rete regionale di centri contro le discriminazioni con supporto psicologico, sociale e legale, finanziata con seicentomila euro di fondi europei, e l’avvio del tavolo regionale UNAR per i diritti delle persone LGBT.

Non ho intenzione di trasformarlo in una assoluzione, e non lo fa nemmeno chi organizzava, che dal palco ha attaccato con durezza il governo nazionale. Ma segnalo la cosa per quello che è: un pezzo di istituzione che, invece di ignorare, si presenta e si impegna su misure verificabili. La differenza tra riconoscimento formale ed effettività dei diritti si misurerà lì, sui centri che apriranno davvero e sui tavoli che si riuniranno davvero. Un patrocinio costa una firma. Una rete di servizi costa lavoro. Da questo momento in poi il Pride ha il diritto di chiedere il conto, e quella richiesta vale più di qualsiasi polemica.

Quello che succede lunedì

La parte che secondo me distingue Catanzaro da un rito arcobaleno di mezza estate è un dettaglio quasi amministrativo, di quelli che non fanno titolo. Gli organizzatori non hanno ottenuto solo il sostegno per la giornata dell’8 agosto: hanno ottenuto il sostegno comunale per un anno intero di iniziative. Cioè hanno trasformato una manifestazione in un calendario.

Una manifestante mostra un cartello con la scritta Nessuno è libero finché non lo saranno tutti
«Nessunə è liberə finché non lo saranno tuttə». Foto di Tommaso Scicchitano

È la differenza tra una festa e una infrastruttura. Le feste si ricordano, le infrastrutture si usano. Una madre dell’Agedo, dal palco, ha detto una frase che i genitori presenti hanno ascoltato in un silenzio diverso da tutto il resto della serata: «i nostri figli sono parte del mondo, non un mondo a parte». Una delle coppie che ho incontrato ha scoperto proprio in quel momento, ascoltandola, che esiste un’associazione di genitori che si incontrano e si sostengono. Con l’omosessualità della figlia avevano fatto i conti da soli, come si fa qui, in silenzio. Ci hanno messo una sera per capire che potevano smettere.

Ecco a cosa serve, concretamente, una piazza.

Il cuore è già dall’altra parte

Il figlio di Giovanni e Stefano, che ha letto una poesia scritta dalla sua maestra, ha spiegato meglio di tutti gli interventi della serata che cos’è una famiglia: un’automobile di cui non conta la carrozzeria, conta il motore, e il motore si chiama amore. Quel bambino cresce a Catanzaro, non a Berlino. È il risultato di una scelta, quella di due padri che potevano andarsene e hanno deciso di restare.

Restare qui non è una virtù automatica e non va romanticizzato: per moltissimi resta un obbligo, non una scelta. Ma quando diventa scelta, cambia natura. Diventa una forma di rivendicazione. E l’orgoglio di cui parlo non è quello dei manifesti turistici sui tramonti e sul mare, è questo: gente che decide di pretendere qui le stesse cose che potrebbe ottenere altrove, senza fare la valigia.

Un bambino sulle spalle di un adulto guarda il tramonto durante il Catanzaro Pride
Il tramonto sul corteo del primo Catanzaro Pride. Foto di Tommaso Scicchitano

Il cuore, sabato, è stato lanciato oltre l’ostacolo. Adesso viene la parte scomoda, quella che nessuno fotografa: il corpo deve andargli dietro. Servono i centri annunciati, le carriere alias nelle scuole, i percorsi sanitari, gli sportelli che restano aperti a novembre quando non c’è più musica in piazza. Servono le associazioni che non si sciolgono a settembre e le amministrazioni che mantengono la parola data davanti a una piazza intera.

Ma una cosa è successa e non si disfa. Per un giorno Catanzaro non ha chiesto se era pronta. Ha semplicemente fatto.

Le fotografie della giornata

Ho attraversato il corteo con la macchina fotografica. Queste sono le immagini dell’8 agosto: le pubblico qui perché restino disponibili a chi c’era e a chi vorrà raccontare quella giornata.

Tutte le fotografie sono di Tommaso Scicchitano. Possono essere utilizzate citando l’autore.

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