Il confine e il divieto

C’è una differenza che ho imparato con la macchina fotografica al collo, prima ancora di saperla dire. Il divieto e il confine sembrano la stessa cosa: tutti e due segnano un punto oltre il quale non si va. Ma non nascono nello stesso modo, e non lasciano le persone nello stesso stato. Il divieto lo decide uno solo, e chiude il discorso. Il confine si traccia in due, e apre una relazione.
Le parole lo sanno meglio di noi. «Confine» viene dal latino confinis: cum e finis, il limite che si ha in comune. Non esiste un confine da soli; esiste solo dove due terre si toccano e si riconoscono. «Divieto» viene invece da vetare, impedire: è una parola che scende dall’alto, non chiede di essere capita, chiede soltanto di essere obbedita.
Un no davanti al forno
Qualche tempo fa, in un paese dell’entroterra, una donna stava infornando il pane nel forno a legna del vicinato. Ho alzato la macchina fotografica e lei ha alzato la mano: niente foto. Avrei potuto mettere via tutto e finirla così, oppure scattare lo stesso, con la scusa della strada pubblica. Non ho fatto né l’una né l’altra cosa. Abbiamo parlato, e un po’ ho insistito, lo ammetto. Lei mi ha spiegato perché: il suo viso no, perché non voleva ritrovarsi in rete; la nipote che giocava lì accanto nemmeno. Io le ho detto che cosa volevo raccontare e come. Alla fine il no non è sparito, ma è cambiato di forma: le mani nella farina sì, il fuoco sì, il pane che usciva dalla bocca del forno sì. È diventato un perimetro preciso, con un dentro e un fuori, che avevamo disegnato insieme. Quel limite l’ho rispettato fino all’ultimo scatto, più di quanto avrei rispettato un divieto, perché adesso era anche mio.
È questa la differenza. Il divieto si rispetta per paura o per regola, e appena chi lo ha posto si volta qualcuno cerca il modo di aggirarlo. Il confine si rispetta per fedeltà, perché porta dentro una parola data.
Togliti i sandali
La Bibbia conosce i divieti, certo, ma il suo modo più profondo di parlare del limite è un altro. Quando Mosè si avvicina al pruno che arde senza consumarsi, la voce gli dice: «Non avvicinarti qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro» (Esodo 3,5). Non è un divieto che lo respinge. È un limite che gli insegna come avvicinarsi. Mosè non viene mandato via: viene chiamato per nome, e la conversazione più importante della sua vita comincia proprio lì, a piedi nudi, alla distanza giusta.
Ogni volta che punto l’obiettivo su una persona, sto davanti a un pruno che arde. C’è una vita che non mi appartiene, una storia che non è mia, un volto che può essere ferito da come lo guardo. Il confine sacro non mi dice «non guardare»; mi dice «guarda, ma togliti i sandali». Cioè: arriva senza pretese, senza fretta, senza le scarpe dure di chi crede di avere diritto a tutto.
Anche i Proverbi parlano di confini: «Non spostare il termine antico, che i tuoi padri hanno posto» (Proverbi 22,28). Il confine, qui, è memoria condivisa, una pietra che due famiglie hanno riconosciuto insieme e che nessuno dei due può spostare da solo. È esattamente il contrario di un divieto calato da uno sull’altro.
Il volto che chiede
Emmanuel Lévinas ha scritto pagine decisive sul volto dell’altro: il volto, prima ancora di parlare, mi chiede di non fargli del male. È il primo comandamento, ma non arriva come un ordine dall’esterno: arriva come una supplica dall’interno dell’incontro. Chi fotografa e chi racconta lo sente ogni giorno. Una persona davanti all’obiettivo è sempre un po’ indifesa; quello che sceglierò di inquadrare, tagliare, pubblicare può restituirle dignità o togliergliela.
Per questo il mio lavoro ha bisogno di confini, e non li vivo come un peso. La legge me ne indica alcuni: l’articolo 10 del codice civile e gli articoli 96 e 97 della legge sul diritto d’autore dicono quando il ritratto di una persona si può esporre e quando no. Poi ci sono i confini che nessuna legge scrive: il bambino che non deve essere riconoscibile, la persona migrante che ha una storia da proteggere, chi sta piangendo e non vuole essere ricordato così. Quelli si costruiscono solo parlando, uno per uno.
Il divieto che ci tiene bambini
C’è un modo di vietare che non protegge nessuno e serve soprattutto a chi vieta. È il divieto paternalistico, quello che non spiega, non ascolta, non distingue, e che tratta l’altro come qualcuno di cui non ci si può fidare. Paolo scrive: «Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino» (1 Corinzi 13,11). Il divieto assoluto ci tiene tutti bambini: chi lo pone, che non deve mai mettersi in gioco, e chi lo riceve, che non è mai chiamato a una responsabilità propria.
Gesù lo dice con una frase che ancora oggi spiazza: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Marco 2,27). Il limite esiste per custodire la vita, non per dominarla. Quando una regola smette di proteggere le persone e comincia a proteggere soltanto sé stessa, o il potere di chi la amministra, ha già perso il suo senso.
Non scrivo questo per chiamarmi fuori. Sbaglio anch’io, e mi è capitato di non vedere un limite che avrei dovuto vedere. Proprio per questo preferisco i confini ai divieti: un confine si può correggere insieme, un divieto si può solo subire o trasgredire. E chiedere il permesso non è una debolezza del mio mestiere. È il momento in cui il mio sguardo smette di essere un furto e diventa un incontro, a patto che dall’altra parte non arrivi soltanto un sì o un no, ma l’inizio di una conversazione.
Raccontare a piedi nudi
Se dovessi dire che cosa sia, per me, il lavoro di chi fotografa e racconta nella sua dimensione spirituale, direi questo: è stare sul limite dell’altro senza invaderlo e senza fuggire. Non è la distanza fredda di chi non vuole sporcarsi, e non è la vicinanza predatoria di chi prende quello che gli serve. È la distanza di Mosè davanti al pruno: abbastanza vicina da ascoltare la voce, abbastanza rispettosa da togliersi i sandali.
Nella Bibbia c’è una donna che attraversa un confine che le era vietato: malata da dodici anni, impura per la legge, tocca il mantello di Gesù in mezzo alla folla. Lui non la rimprovera. Si ferma e chiede: «Chi mi ha toccato le vesti?» (Marco 5,30). Non cerca un colpevole, cerca un volto. E quando lei si fa avanti, tremando, non riceve un divieto ma una parola che la rimette in piedi: «Figliola, la tua fede ti ha salvata».
Mi piace pensare che il mio lavoro, nei giorni buoni, somigli a quella domanda. Non al divieto che separa, ma all’incontro che riconosce. Chiedere chi sei, ascoltare dove non vuoi essere guardato, e lì fermarmi: non perché qualcuno me lo impone, ma perché quel confine, adesso, lo abbiamo in comune.
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