28 Giu 2026 · Calabria, domenicale

Leta, la presbitera di Tropea. La Calabria non chiedeva permessi a Roma per un dono che viene da Dio

Antica epigrafe cristiana di Leta presbitera, Tropea, V secolo

Nel 2026 il Vaticano ha chiuso «per una generazione» la porta alla predicazione delle donne. Ma sotto le pietre della Calabria c’è il nome di una donna che, sedici secoli fa, saliva all’altare senza chiedere licenza a nessuno. La sua storia ribalta l’argomento di Roma.

C’è una pietra, a Tropea, che racconta una storia che non avremmo dovuto conoscere.

Fu ritrovata nel 1857, dentro le mura del castello. È un’iscrizione cristiana della metà del V secolo, e dice che lì riposa Leta presbitera, vissuta quarant’anni, otto mesi e nove giorni. Non «vedova di un presbitero». Non «moglie del prete». Presbitera, al femminile, come titolo che appartiene a lei, alla persona deposta sotto quella lastra. Una donna che, nella Calabria tardoantica, esercitava un ministero presbiterale nella sua comunità.

Epigrafe cristiana del V secolo con il monogramma di Cristo murata nella pietra, a richiamo della lastra di Leta presbitera a Tropea
Un’iscrizione cristiana del V secolo murata nella pietra: come quella che a Tropea custodisce il nome di Leta presbitera.

Per oltre mille anni quel nome è stato un imbarazzo da spiegare via, da addolcire, da seppellire una seconda volta sotto le interpretazioni. Lo storico Giorgio Otranto, dell’Università di Bari, ha avuto il coraggio di leggerlo per quello che dice, insieme a decine di altre epigrafi e alle fonti antiche. La sua conclusione pesa come quella pietra: nei primi secoli alcune donne furono realmente ordinate e svolsero le funzioni che la tradizione successiva avrebbe riservato ai soli uomini. Un fenomeno minoritario, certo. Ma scritto nella terra, nelle ossa, nel marmo.

Tengo a mente quel luogo e quella data, perché la stessa scena si recita oggi, sullo stesso palcoscenico.

La porta chiusa nel 2026

Pochi giorni fa, nel giugno 2026, il dicastero vaticano per il culto divino ha detto no ai vescovi tedeschi che chiedevano di poter affidare, in casi eccezionali, l’omelia della messa anche a un fedele laico, uomo o donna, formato in teologia e mandato dal proprio vescovo. La motivazione non è stata «non vogliamo». È stata più sottile e più definitiva: «non possiamo». La riserva dell’omelia ai soli ministri ordinati, ha spiegato Roma, non è una semplice regola di disciplina, da cui si possa derogare. Discende «dalla natura stessa della liturgia».

Una fonte vaticana ha tradotto tutto in una frase che vale più dell’intero documento: «La porta resta chiusa per una generazione».

È qui che la pietra di Tropea torna a parlare. Perché se l’esclusione delle donne fosse davvero iscritta nella natura delle cose, eterna e immutabile come Roma sostiene, allora Leta non potrebbe esistere. E invece esiste.

La prima «stretta romana» colpì proprio la Calabria

La prova che Leta non era un’eccezione bizzarra non viene da chi difende le donne all’altare. Viene da chi le combatté.

Nel 494 papa Gelasio I scrisse ai vescovi di tre regioni del Sud: Lucania, Bruzio, cioè la nostra Calabria, e Sicilia. Si diceva indignato perché aveva appreso che «le donne sono ammesse a servire ai sacri altari» e a compiere «funzioni riservate al sesso maschile». Il linguaggio della lettera è pieno, esplicito: parla di attribuzioni sacramentali e liturgiche autentiche, non di mansioni di contorno.

E qui c’è il punto che quasi nessuno dice ad alta voce. Una lettera che condanna esiste solo perché esiste ciò che condanna. Gelasio non scriveva contro un’ipotesi astratta. Scriveva perché in Calabria, nel Sud, donne presbitere stavano davvero salendo all’altare. La sua indignazione è la confessione involontaria del fatto. Il documento che doveva cancellare quella realtà è diventato, sedici secoli dopo, il certificato che attesta che quella realtà c’era.

La geografia, allora, si fa beffarda. La terra su cui oggi Roma chiude la porta «per una generazione» è la stessa terra dove la porta, un tempo, era spalancata. La Calabria non è la periferia che chiede un permesso inaudito. È il luogo da cui le donne furono attivamente rimosse, con una circolare, dal centro.

Ciò che è natura non si decreta

E veniamo al cuore. Roma dice che l’esclusione viene «dalla natura della liturgia». Ma c’è un cortocircuito che quella parola, natura, non riesce a reggere.

Se l’esclusione delle donne fosse natura, non sarebbe servito un papa, nel 494, per imporla. Non sarebbero serviti concili, canoni, secoli di silenzio per farne sparire la memoria. Ciò che è natura non ha bisogno di essere decretato. Si decreta soltanto ciò che è storia, cioè ciò che si vuole impedire o cancellare. Una legge di creazione non si difende con una lettera amministrativa. Si difende da sé, perché è come stanno le cose.

La sequenza reale è l’esatto rovescio del racconto ufficiale. Prima, nei primi secoli, in Calabria e altrove, ci sono donne presbitere: è un dato. Poi, nel 494, Roma interviene per fermarle: è un atto di governo. La rimozione riesce, e col tempo viene riscritta come se le donne all’altare non ci fossero mai state. Infine, nel 2026, quella rimozione ormai sedimentata viene presentata come «natura», come se fosse sempre stata vera.

È il meccanismo della tradizione inventata: un atto di potere, ripetuto abbastanza a lungo, si traveste da ordine naturale e cancella le proprie tracce. Leta è la traccia che non si è lasciata cancellare.

Il dono non chiede licenza

Qui sta la cosa che le chiese antiche di Calabria avevano capito, e che noi abbiamo dimenticato.

Loro non chiedevano il permesso a Roma per riconoscere un dono. Perché un carisma, una chiamata, una capacità di annunciare la Parola non è una concessione che un ufficio rilascia o nega. È qualcosa che viene per natura, per creazione, per volontà di Dio. E il Vangelo non fa che mostrarlo, di continuo, con un’ostinazione che dovrebbe metterci in imbarazzo.

È alle donne, non agli apostoli, che viene consegnata la notizia più grande, la risurrezione, davanti a un sepolcro vuoto e a degli uomini che non credono. Prima ancora, è a una samaritana, una donna straniera e con una vita irregolare, che Gesù affida il primo annuncio in terra di Samaria. Nel momento culminante, l’annuncio del Vangelo è messo in bocca a chi non ha alcun titolo ufficiale per pronunciarlo. La logica del Regno rovescia, sistematicamente, la gerarchia delle competenze riconosciute.

Le comunità calabresi del V secolo vivevano dentro questo rovesciamento. Vedevano in una donna il dono, e a quel dono davano un posto: l’altare. Non perché Roma lo permettesse, ma perché lo riconoscevano come venuto da Dio. La «natura» che contava, per loro, non era la natura giuridica della liturgia. Era la natura del dono, che precede ogni ufficio e ogni circolare.

Roma ha invertito i termini. Ha chiamato «natura» la propria regola, e ha trattato il dono come una pretesa da contenere. Ha messo l’ufficio davanti al carisma, la norma davanti alla persona, la porta davanti a chi bussava. È lo stesso ribaltamento che il Vangelo denuncia quando Gesù ricorda che il sabato è per l’uomo, e non l’uomo per il sabato.

La pietra che accusa

Resta una domanda, e la lascio aperta come una lama. Se la natura della liturgia escludesse davvero le donne, come ha fatto Leta a esistere?

O la pietra mente, o mente l’aggettivo «eterno». E la pietra non sa mentire. È solo una data, un nome, un titolo declinato al femminile, sopravvissuto a sedici secoli di tentativi di farlo tacere.

Ogni «porta chiusa per una generazione» del 2026 è la continuazione, in diretta, della chiusura del 494. Ma il Vangelo ha un’abitudine fastidiosa per chi chiude porte: continua a riaffiorare dove lo si era sepolto. Come Leta, dal castello di Tropea. La Calabria aveva le sue presbitere prima che una lettera da Roma le cancellasse dalla memoria. Riconoscere oggi quel nome non è nostalgia. È restituire alla terra una verità che le era stata tolta, e ricordare che il dono di Dio non ha mai avuto bisogno di un permesso per essere quello che è.


Fonti: Giorgio Otranto, Il sacerdozio femminile nell’antichità cristiana; epigrafe di Leta presbitera, Tropea, metà del V secolo; lettera di papa Gelasio I ai vescovi di Lucania, Bruzio e Sicilia, anno 494; nota del Dicastero per il culto divino sul rifiuto della predicazione laica ai vescovi tedeschi, giugno 2026.

4 risposte a “Leta, la presbitera di Tropea. La Calabria non chiedeva permessi a Roma per un dono che viene da Dio”

  1. Credo che alle donne non manchi niente se non possono essere sacerdoti ordinati, visto che col battesimo lo siamo tutti e tutte, grazie al sacerdozio universale del Cristo.
    È alla chiesa che mancano le donne, una grave lacerazione che il Cristo non ha mai voluto e che il dominio maschile ha sancito.

  2. Credo che alle donne non manchi niente se non possono essere sacerdoti ordinati, visto che col battesimo lo siamo già tutti e tutte grazie al sacerdozio universale del Cristo.
    È alla chiesa che mancano le donne, una grave lacerazione che il Cristo non ha mai voluto e che il dominio maschile ha sancito.

  3. Maria Concetta hai esattamente capito il punto cruciale, ma esistono tante tradizioni ecclesiali antiche che questo problema non se lo pongono proprio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ti piace quello che leggi?

Articoli, podcast e storie ogni settimana. Zero rumore.

Iscriviti alla newsletter

Continua a leggere

Le parole giuste #3 — L'esercizio: tre aggettivi, tre fatti

L'uomo qualunque, di nuovo. Anatomia del fenomeno Vannacci

Questo sito utilizza cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie analitici per capire come viene usato il sito e migliorare i percorsi di lettura e contatto. Chiudendo questo banner o negando il consenso, navigherai senza tracciamenti.
Privacy Policy · Cookie Policy