L’uomo qualunque, di nuovo. Anatomia del fenomeno Vannacci

C’è una scena che si ripete, ormai, con la regolarità di un rito. Un generale in pensione si siede in un salotto televisivo, pronuncia una frase costruita per urtare, e nel giro di poche ore il Paese intero si divide. Da una parte l’indignazione, fragorosa, competente, sicura di sé. Dall’altra un uomo che resta calmo, le mani ferme, lo sguardo di chi non ha nulla da temere perché sa di aver già vinto. Non ha vinto un argomento. Ha vinto la scena. E la scena, in politica, vale più di mille argomenti.
Conviene dirlo subito, prima che la cronaca prenda il sopravvento sull’analisi: il fenomeno Vannacci non coincide con l’uomo Vannacci. Studiare la sua comunicazione non significa costruire il ritratto di un personaggio, significa leggere una domanda politica che esisteva prima di lui e che continuerebbe a esistere senza di lui. Il generale è il punto visibile di qualcosa che sta sotto. È la febbre, non la malattia.
E quella febbre l’Italia l’ha già avuta. Più volte.
La macchina, vista da vicino
Chi si limita a indignarsi per i contenuti di Vannacci commette un errore di messa a fuoco. I contenuti sono in larga parte ripetitivi, persino prevedibili: immigrazione, sicurezza, identità, una certa idea di normalità contrapposta a un mondo che sarebbe andato “al contrario”. Non è lì la sua forza. La forza sta nella confezione, e la confezione è una macchina che funziona sempre allo stesso modo.
Il meccanismo primario è un ciclo. Vannacci pronuncia una provocazione calibrata, qualcosa che viola un confine del dicibile. I media e gli avversari reagiscono con sdegno, e così facendo amplificano enormemente la portata di quella frase, che da sola sarebbe rimasta inerte. Poi arriva il rientro, giudiziario o politico: la provocazione si sgonfia, raramente produce conseguenze. Ma resta in piedi un’immagine, una sola, ed è quella che conta: l’uomo solo contro il sistema, il martire del senso comune censurato dall’élite. Ogni passaggio di questo ciclo è una vittoria sua. L’indignazione altrui non è un effetto collaterale che subisce. È il carburante che lo alimenta.
A questo si aggiunge una lingua povera, e proprio per questo potente. Frasi semplici, formule che si fissano in mente senza bisogno di interpretazione, fatte per essere ripetute. Non è un limite culturale, è una scelta strategica. La stessa che permise a Umberto Bossi di condensare un’intera visione del Paese in due parole, “Roma ladrona”. Una lingua che si scrive sui muri e si grida nelle piazze batte sempre, sul terreno del consenso, una lingua che ha bisogno di una nota a piè di pagina.
C’è poi la mossa più sottile, quella che mette in difficoltà tutti. Vannacci, che è collocato a destra senza ambiguità, ogni tanto si appropria di una bandiera altrui, il salario minimo per esempio, una battaglia storicamente progressista. I consulenti americani la chiamano triangolazione: collocarsi a metà tra i temi della maggioranza e quelli dell’opposizione, occupare un varco che nessuno presidiava. Il risultato è che il centrodestra non sa se annetterlo o escluderlo, e il centrosinistra si ritrova derubato di un tema che credeva proprio. Chi gioca su quel varco non ha bisogno di avere ragione. Gli basta spiazzare.

L’eterno ritorno
Qui la cronaca deve cedere il passo alla storia, perché è la storia a dirci che non stiamo assistendo a un’anomalia, ma a una puntualissima riapparizione.
Nel 1944 un commediografo napoletano, Guglielmo Giannini, fonda un settimanale e lo intitola “L’Uomo qualunque”. Nel giro di un anno supera le ottocentomila copie. Due anni dopo il movimento che ne nasce ottiene il cinque per cento e manda trenta deputati alla Costituente. Il bersaglio era la politica con i suoi riti, la casta che parlava una lingua incomprensibile mentre il popolo comune chiedeva soltanto di essere lasciato in pace. Insoddisfazione, insofferenza, voglia di reazione contro il modo in cui andavano le cose. Chi rilegge oggi quelle pagine fatica a non sentirvi l’eco precisa del libro che ha lanciato Vannacci.
Tra Giannini e oggi c’è una catena ininterrotta. C’è Bossi, che porta in politica il corpo, la virilità, il rifiuto del decoro come dichiarazione di guerra all’élite raffinata e ipocrita. C’è Berlusconi, che inventa la discesa in campo del competente venuto da fuori a sistemare i professionisti del Palazzo. C’è Grillo, il cui Vaffa-Day di diciannove anni fa qualcuno ha già rievocato come il precedente più diretto del caso Vannacci: la rabbia anti-casta, il linguaggio sacrilego, la trasgressione verbale come prova di autenticità. E c’è il Salvini del Papeete, l’erede immediato, l’uomo che al trentaquattro per cento delle Europee sembrava avere in mano il Paese e che oggi si ritrova scavalcato proprio sul terreno che aveva inaugurato.
Perché questo è il punto. In politica gli spazi si riempiono in fretta. Quando la Lega è entrata al governo ha smesso di essere la novità di protesta, ha perso la maschera dell’outsider, e ha lasciato scoperto un fianco. Vannacci ha semplicemente occupato quel vuoto. Non ha inventato nulla. Ha raccolto una funzione che era rimasta vacante.
Cambiano i volti, ma resta la struttura. La domanda seria non è chi sia Vannacci, ma perché l’Italia produce un uomo qualunque ogni volta che la politica smette di parlare ai bisogni profondi.
Il vuoto che lo genera
La risposta più scomoda riguarda chi a Vannacci si oppone, non chi lo segue.
Ogni ondata di questo tipo cresce su un’assenza. Cresce dove i corpi intermedi, i partiti di massa, i sindacati, le parrocchie, le associazioni che un tempo traducevano e organizzavano la domanda sociale, si sono svuotati, lasciando il cittadino solo davanti al potere. In quel vuoto di mediazione resta soltanto il rapporto diretto tra un capo e il suo popolo, che è esattamente la forma del populismo. La lingua povera prospera proprio lì, dove non c’è più nessuno a fare da interprete.
E i numeri, letti con attenzione, raccontano qualcosa che dovrebbe far riflettere chi spera di liquidare il fenomeno come una deriva interna alla destra. Una parte del consenso che si raccoglie attorno a Vannacci non arriva dalla destra delusa. Pesca nell’area che fu del Movimento 5 Stelle e, soprattutto, in quella marea grigia dell’astensione che storicamente svuota le urne del riformismo. Non è un travaso, è un drenaggio. E un drenaggio non si ferma erigendo barriere a destra. Si ferma soltanto tornando a presidiare il terreno da cui l’acqua defluisce.
Per questo l’errore più diffuso tra chi lo combatte è anche il più comprensibile. Rincorrerlo. Raccogliere ogni provocazione, rispondere colpo su colpo, inseguirlo sul suo terreno. Ma ogni provocazione raccolta è una vittoria sua, perché significa accettare che sia lui a scrivere il calendario del dibattito. E rispondere alla sua retorica identitaria con il solo richiamo astratto all’uguaglianza, per quanto giusto, non intercetta il bisogno a cui quella retorica parla: la paura, il declino, il desiderio di essere riconosciuti. Il principio giusto, detto nella cornice sbagliata, suona come la predica di un’élite. Che è precisamente ciò che lui sostiene di voler combattere.
Esiste una sola via che non sia né la rincorsa né il silenzio. Cambiare il gioco invece di giocare la sua partita. Spostare il discorso dal terreno dell’identità contro i diritti a quello dei bisogni concreti, il lavoro, la sanità, la sicurezza vissuta, il futuro dei figli, dove si può proporre e non soltanto reagire. Riappropriarsi dei temi materiali che sono stati lasciati sguarniti, perché se una bandiera può essere rubata è perché qualcuno l’aveva abbandonata. E ricordare, infine, una cosa che la retorica della smentita dimentica sempre: un racconto non si batte con una correzione, si batte con un racconto migliore.
Una febbre che torna
Il qualunquismo di Giannini fu travolgente all’inizio ed effimero alla prova del governo. È la sorte ricorrente della pura protesta: potentissima finché sale, fragile quando deve trasformarsi in proposta amministrativa. Forse anche il fenomeno di oggi conoscerà quella parabola. Ma sarebbe un errore consolarsi con la storia, perché la storia, in questo caso, insegna l’esatto contrario di ciò che vorremmo sentirci dire. Insegna che la febbre torna. Che cambia nome ogni quindici o vent’anni, ma torna, ogni volta che il termometro misura la stessa cosa: una distanza non colmata tra chi governa e chi si sente abbandonato.
Vannacci, allora, è meno una risposta da temere e più una domanda da ascoltare. La domanda di un Paese che continua a chiedere di essere riconosciuto nei suoi timori e che, quando non trova chi sappia farsene carico con serietà, finisce per affidarsi a chi quei timori sa soltanto cavalcare. Il giorno in cui il riformismo tornerà a parlare quella lingua, diretta, concreta, senza inseguire le risposte autoritarie ma senza nemmeno fingere che le paure non esistano, il prossimo uomo qualunque troverà lo spazio già occupato.
Fino ad allora, continueremo a stupirci, ogni volta, di un fenomeno che conosciamo già a memoria.
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Tommaso Scicchitano è scrittore e si occupa di comunicazione: dà forma a messaggi pubblici che vogliono essere ascoltati, non solo gridati. Affianca chi fa politica in modo riformista nel costruire una voce chiara, credibile e capace di parlare ai bisogni reali delle persone, senza rincorrere l’avversario sul suo terreno.
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