Quando la fede fa da garanzia

C’è un modo pigro di leggere una vicenda giudiziaria: aspettare la sentenza, indignarsi in anticipo, scegliere la squadra. E c’è un modo più scomodo, che consiste nel mettere da parte tutto ciò che è ancora accusa e chiedersi se quel poco che resta, i fatti nudi, non dica già abbastanza. Il caso di Mario Adinolfi, finito agli arresti domiciliari l’8 luglio 2026 nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Roma sulla cosiddetta «scommessa collettiva», si presta esattamente a questo esercizio. Perché la parte più interessante, per chi come me guarda ai meccanismi sociali prima che ai codici, non è nelle imputazioni. È in ciò che nessuno contesta.
Cosa è un fatto e cosa non lo è
Un provvedimento cautelare è un fatto: è stato disposto, non è una condanna. Le imputazioni, invece, restano ipotesi che dovranno reggere in dibattimento, e vanno lasciate lì, sospese, dove le colloca la presunzione di innocenza. Non mi interessa stabilire se ci sia stata truffa. Mi interessa ciò che è documentato e che nemmeno la difesa nega.
È documentato che esistesse, da anni, un modello chiamato «scommessa collettiva»: quote di partecipazione versate su conti personali, senza contratto, per finanziare giocate su scommesse sportive. È documentato che a quelle quote fossero associate promesse di rendimento elevatissimo, nell’ordine del quaranta per cento, e la garanzia del capitale, secondo la formula per cui chi entra non può perdere. È documentato che su quei conti siano transitati diversi milioni di euro. È documentato che intorno a quella rete siano nate associazioni dal nome esplicitamente cristiano, con tessere e versamenti, e che il bacino di riferimento fosse quello del cattolicesimo conservatore, avvicinato attraverso Radio Maria, le dirette sul Vangelo, la reputazione pubblica di un uomo che di quei valori si era fatto vessillifero. È documentato, infine, che il giudice abbia riconosciuto la particolare fragilità di molte delle persone coinvolte: anziani, persone con disabilità, redditi bassissimi.
Persino la linea difensiva è un fatto, nella misura in cui è stata pronunciata. La «scommessa collettiva» viene descritta da chi la promuoveva come un’associazione di amici e un bene rifugio. Bene. Prendiamola per buona. Prendiamo la versione più benevola possibile e vediamo dove ci porta.
Un modello già lontano dal Vangelo
Ci porta a una constatazione che non ha bisogno di alcuna sentenza. Anche nella sua forma più innocente, quella rivendicata dall’interessato, un meccanismo che promette il quaranta per cento garantito a persone che vivono con settecento o ottocento euro al mese è, in sé, l’esatto rovescio di ciò che la tradizione cattolica insegna sul denaro.
Il Catechismo è netto: le scommesse non sono di per sé contrarie alla giustizia, ma lo diventano quando privano la persona di ciò che le è necessario per sé e per gli altri, e la passione del gioco rischia di diventare una grave schiavitù. La stessa dottrina sociale chiede alle istituzioni di disincentivare gli strumenti che, direttamente o indirettamente, sono causa di usura, e colloca l’azzardo tra questi. Non è una posizione marginale o recente. È il filo che tiene insieme la condanna dell’usura, il monito evangelico per cui non si può servire insieme Dio e mammona, l’invettiva della lettera di Giacomo contro i ricchi che accumulano trattenendo il salario ai deboli. Ed è la stessa linea che papa Francesco ha reso ruvida parlando di un’economia che uccide e di idolatria del denaro, fino a bollare la «cultura del jackpot».
Detto in modo diretto: promettere rendimenti fuori mercato ai poveri, raccoglierli senza tutele e avvolgerli nel linguaggio della fede è già una contraddizione, prima e a prescindere dal fatto che i soldi siano tornati indietro o no. Il discrimine morale non passa per l’esito, passa per la struttura. Un modello che chiede ai fragili di scommettere la pensione non diventa cattolico perché lo firma un cattolico. Semmai accade il contrario: la firma rende la contraddizione più grave.
Il sistema che fabbrica le vittime
Qui la questione smette di riguardare un uomo e diventa una critica di sistema, che è poi ciò che davvero conta. Perché di sistemi, in questa storia, ne agiscono due, incastrati l’uno nell’altro.
Il primo è il sistema economico dell’azzardo travestito da investimento, che vive di una promessa impossibile, il guadagno certo, e prospera esattamente dove la razionalità finanziaria è più debole e il bisogno più forte. Non è un caso che le sue prede tipiche non siano i benestanti smaliziati, ma chi ha poco e sogna molto. L’abuso della persona fragile non è un incidente del modello, ne è il carburante.
Il secondo sistema è quello che produce la fiducia necessaria a far funzionare il primo. È il tessuto religioso e mediatico che trasforma un ambiente devozionale in un elenco di contatti disposti a fidarsi. Una radio cattolica, una diretta sul Vangelo, un’associazione dal nome sacro non sono, in sé, strumenti di raggiro. Ma diventano un’infrastruttura di credito relazionale potentissima, capace di abbassare le difese proprio in chi ha meno strumenti per verificare. La fragilità delle vittime, in questo quadro, non è ingenuità. È appartenenza. Le persone non si sono fidate nonostante la loro fede, si sono fidate a causa del modo in cui quella fede è stata usata come segno di garanzia. Ecco il punto che dovrebbe inquietare una comunità cristiana molto più del singolo indagato: la facilità con cui il suo capitale simbolico, la sua reputazione morale, il suo linguaggio, possono essere prelevati e messi a garanzia di operazioni che con il Vangelo non hanno nulla da spartire.
Il discrimine
Resta la domanda più difficile, quella che non ha una risposta comoda. Qual è il discrimine per una comunità che fatica a prendere le distanze da chi ne usa e ne abusa l’immagine?
La fatica c’è, ed è onesto chiamarla per nome. Nasce da una confusione che negli ultimi anni si è fatta strutturale: quella tra la difesa di un’identità e la sequela del Vangelo. Una parte del mondo cattolico ha imparato a riconoscere i propri dai segni di schieramento, le posizioni sulla famiglia, la battaglia contro il cosiddetto wokismo, la retorica dei valori non negoziabili, e ha smesso di guardare all’unica cosa che il Vangelo indica come prova. Perché il criterio, lì, è disarmante nella sua semplicità: dai loro frutti li riconoscerete. Matteo mette in guardia dai falsi profeti che vengono in veste di pecore, e non offre altra verifica che i frutti. Non le parole d’ordine, non l’ortodossia esibita, non la militanza. I frutti.
Il discrimine, allora, non è dottrinale e non è politico. È il trattamento dei più piccoli. Chi monetizza la fiducia dei fragili, quali che siano le sue posizioni pubbliche, si è già collocato fuori, e per dirlo non serve attendere alcun verdetto. La comunità che sente il bisogno di una sentenza per prendere le distanze sta in realtà confessando qualcosa di sé: che tiene ai propri simboli e ai propri campioni più di quanto tenga ai propri poveri. Il Vangelo, su chi fa inciampare uno di questi piccoli, non è ambiguo, e l’immagine della macina da mulino al collo non lascia molto spazio alle attenuanti.
La distanza, quindi, non va presa dall’uomo quando cade. Va presa dal meccanismo, sempre, e per tempo. Significa smettere di prestare la propria credibilità come collaterale. Significa ricordare che la fede non è una garanzia finanziaria, che l’appartenenza non è un merito di solvibilità, e che un ambiente il quale confonde le due cose è esposto per definizione. Il vero scandalo, alla fine, non è che un uomo abbia potuto costruire tutto questo. È quanto poco gli sia costato trovare, in una comunità distratta, chi fosse pronto a garantirgli, senza chiedere i frutti.
2 risposte a “Quando la fede fa da garanzia”
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Ottimo intervento, caro Tommaso. Non vi alcuna presenza del Vangelo in tutto quello che, hai pienamente ragione, esiste. Grazie di questo tuo intervento—
Purtroppo la ludopatia è un male di cui pochi parlano e quasi nessuno cerca di estirpare. Lo Stato ne trae cospicui benefici economici e quindi non mette in campo azioni per arginare questa tragedia. Perché di tragedia si tratta. Pensionati che giocano tutto e per mangiare ritirano i pacchi alimentari della Croce Rossa. La “trappola religiosa” è inquietante. Hai messo il dito in una ennesima piaga della Chiesa.