30 Ago 2026 · Calabria, domenicale

1484, visto da Montalto. La strega di Francesca Michielin, il valdese e il papa che li mise allo stesso rogo

Incisione a due colori: una porta medievale ad arco, nera, con una falce di luna rossa dentro l'apertura

«Magia bianca» apre con l’anno della bolla contro le streghe. Tre anni dopo lo stesso papa bandì la crociata contro i valdesi, e quel fuoco nel 1561 arrivò fin qui, alla Porta del Sangue di Guardia e alle forche di Montalto. Preso in parola, il disco dice più di quanto sappia. E da qui comincia una storia che sta per diventare un libro.

Il 19 agosto, a Stelletanone di Laureana di Borrello, una cantautrice veneta ha cantato un disco sulle streghe in piazza Santa Maria della Minerva, dentro i festeggiamenti per San Rocco, ingresso libero. Nessuno ci ha visto una contraddizione, e infatti non c’è: nei paesi del Sud il santo che protegge dalla peste e la donna che toglie il malocchio hanno sempre abitato la stessa piazza. È da lì, da una festa patronale della Piana, che ho deciso di riascoltare «Magia bianca» di Francesca Michielin. E soprattutto la sua prima traccia, che non ha un titolo ma una data: 1484.

Quell’anno, visto da Montalto, ha un seguito che il disco non conosce.

Chi vuole ascoltare mentre legge trova qui il disco intero.

Che male ti può fare una vecchia fattucchiera

Il 5 dicembre 1484 Innocenzo VIII firma la bolla Summis desiderantes affectibus. Non è un testo teologico, è un atto amministrativo. Dice che nelle regioni renane la stregoneria esiste, che fa danno a uomini, bestie e raccolti, e conferisce pieni poteri a due inquisitori domenicani, Heinrich Kramer e Jakob Sprenger, che due anni dopo la stamperanno in apertura del loro Malleus Maleficarum come sigillo di autorità. Michielin l’ha studiata con un filologo, lo racconta lei stessa, e la canzone la restituisce con una domanda che sembra ingenua: «Che male ti può fare una vecchia fattucchiera».

Non è ingenua. Per cinque secoli e più quella era stata la posizione ufficiale della Chiesa. Il Canon Episcopi, un testo del X secolo poi confluito nel diritto canonico, sosteneva che le donne convinte di volare di notte al seguito di Diana erano vittime di un’illusione: in errore era chi credeva a quel volo, non chi lo sognava. Il 1484 rovescia esattamente questa posizione. Da «non è vero» a «è vero, e va perseguito». Il verso della canzone ripete, senza saperlo, la sentenza che la bolla ha abrogato.

Va detta anche una cosa che il disco non dice: i roghi non sono medievali. La bolla legittima; i grandi processi vengono dopo, fra il 1560 e il 1630, in piena età moderna, e non risparmiano l’Europa protestante, perché Ginevra e la Scozia di Calvino non furono più tenere di Roma. Le cifre serie parlano di qualche decina di migliaia di esecuzioni in tutto il continente, non dei nove milioni che ancora circolano. Triora e lo Sciliar, i due luoghi che Michielin è andata a vedere, sono processi del Cinquecento. Il disco usa la data come manifesto, e un manifesto ha il diritto di semplificare. Ma se la si prende sul serio, quella data porta altrove.

Lo stesso papa, tre anni dopo

Il 27 aprile 1487 lo stesso Innocenzo VIII firma un’altra bolla, Id nostri cordis. Non parla di streghe. Bandisce una crociata, con indulgenza plenaria per chi vi partecipa, contro i valdesi del Delfinato, della Savoia e del Piemonte: contadini e artigiani che leggevano il Vangelo in volgare, predicavano senza licenza e non credevano che la salvezza si potesse comprare, indulgenza compresa. L’anno dopo i crociati del commissario Alberto Cattaneo risalgono le valli. In Vallouise la gente si rifugia in una grotta e i soldati accendono il fuoco all’ingresso. La memoria valdese conta tremila morti; gli storici ridimensionano la cifra, ma il segno dell’impresa resta quello.

Incisione a due colori: una montagna nera con l’imbocco di una grotta, e un fuoco rosso acceso all’ingresso
Vallouise, 1488. Il fuoco all’ingresso della grotta.

Non è un accostamento mio. Nel Quattrocento francese la stregoneria si chiamava vauderie, letteralmente «valdesia», e ad Arras, nel 1459, gli uomini e le donne bruciati per aver partecipato al sabba furono chiamati vaudois. Un teologo, Jean Tinctor, scrisse contro di loro un’Invettiva contro la setta della valdesia. Per un pezzo di storia europea, strega ed eretico sono stati la stessa parola. La macchina del rogo fu costruita per chi pensava diversamente e adattata, poi, a chi viveva diversamente: le vedove, le vecchie povere, le donne che litigavano con i vicini.

Michielin, nelle interviste, dà della strega una definizione precisa: «l’elemento sovversivo, il pensiero non conforme». È la definizione giusta, ed è più giusta di quanto il disco sappia. Perché il pensiero non conforme, in quegli anni, aveva anche il volto di un contadino occitano che pregava nella sua lingua. Non è una correzione all’album. È prenderlo in parola.

La Porta del Sangue

Quei contadini occitani, dal Trecento, abitavano anche qui. Erano scesi dalle valli piemontesi in Calabria, chiamati dai signori del posto a dissodare terre che nessuno lavorava, e avevano fondato Guardia, San Sisto, Vaccarizzo, e una comunità a Montalto. Nel 1532, a Chanforan, i valdesi aderirono alla Riforma. Nel 1559 arrivò dalla Svizzera un predicatore, Gian Luigi Pascale, che fondò a Guardia una chiesa e finì sul rogo a Roma l’anno dopo. Nel febbraio del 1561 il Sant’Uffizio proibì loro di riunirsi, di sposarsi tra loro e di parlare la propria lingua. A maggio le truppe di Marino Caracciolo cominciarono il rastrellamento. Il 29 maggio San Sisto fu saccheggiata e bruciata. Il 5 giugno i soldati entrarono a Guardia da una porta che ancora oggi si chiama Porta del Sangue. L’11 giugno, a Montalto, ottantotto valdesi (ottantasei, secondo altri conteggi) furono giustiziati.

Montalto è il paese che ho chiamato casa. Guardia parla ancora, quando vuole, la lingua che nel 1561 era proibita, e ogni 17 febbraio i valdesi di Calabria accendono un falò per ricordare il giorno in cui quella libertà è tornata. Questo per dire che il 1484 di Michielin non è una data lontana: è l’inizio di una sequenza che finisce sotto le nostre finestre. Non è la stessa mano, a distanza di tre generazioni; è la stessa macchina. Il papa delle streghe è il papa dei valdesi, e il fuoco acceso sul Reno è arrivato, settantasette anni dopo, sulla Catena Costiera. Chi canta quella data da Bassano canta, senza saperlo, anche noi.

Di quei giorni di giugno, e di quello che venne dopo, ho scritto un romanzo. È finito, è nelle mani dell’editore, e uscirà presto. Si intitola con una parola sola, la stessa che nel 1561 fu chiesta a chi era rimasto vivo: Abiura. Non dico altro, per ora. Ma questo disco veneto, con la sua data in apertura, mi ha ricordato perché l’ho scritto.

La strega che non è andata al rogo

C’è però una cosa che il Sud sa delle streghe e che l’album cerca a tentoni. A Rivista Studio Michielin ha detto che «le streghe, prima ancora di essere streghe, erano guaritrici». La storiografia ha smontato da tempo l’idea che sui roghi finissero le levatrici e le erboriste; ma la frase, qui da noi, ha un fondo di verità che va capito bene.

A pochi chilometri da Montalto c’è San Fili, che si presenta come «il paese delle magare». La magàra è la donna che conosce le erbe, che toglie l’affascino, che scioglie e che lega. La sua formula passa di donna in donna, accanto al focolare, e si dice che si possa insegnare soltanto la vigilia di Natale. Ebbene, la magàra non è mai andata al rogo. È rimasta in paese, ha continuato a curare, ed è finita in un dolce, la chjina, e in una festa che si tiene ogni agosto con tanto di premio letterario. La guaritrice e la bruciata sono due donne diverse. Sul rogo, e sulle forche di Montalto, è andata la vicina accusata dalla vicina, e chi pregava nella lingua sbagliata. La guaritrice il paese se l’è tenuta, perché gli serviva.

Incisione a due colori: un focolare di pietra con la cenere che copre poche braci rosse e un mazzo di erbe appeso sopra
Il fuoco coperto. La formula passa accanto al focolare, di donna in donna.

Eppure anche a San Fili c’è un rogo, solo che ha cambiato forma. Nella piazza principale, dove la vecchia strada per Paola incrociava le vie per Bucita e per la Manca, la balconata si affaccia su un burrone che si chiama Zumpu da a’ Fantastica, il salto della Fantastica. La Fantastica è una donna in abito da sposa che appare ai crocevia, prima materna e poi terribile, in cerca di un figlio perduto: una parente stretta di Ecate, la signora dei trivi. Ma sotto la dea greca c’è una data più vicina. Molte versioni della leggenda la identificano con Stella, una ragazza del paese fucilata come manutengola dei briganti negli anni in cui il colonnello Fumel e la legge Pica facevano giustizia sommaria nella Calabria appena unita all’Italia. Il paese non poteva raccontare quella fucilazione. Allora l’ha trasformata in uno spettro.

Incisione a due colori: la balaustra di una piazza di paese sul burrone, un velo da sposa che pende nel vuoto e una falce di luna rossa
San Fili, la balconata sullo Zumpu da a’ Fantastica.

È lo stesso movimento, per la terza volta. Un potere accende un fuoco. Poi il fuoco si spegne, e quello che resta è una figura: la strega che vola, la porta che si chiama del Sangue, la sposa che appare ai trivi. La comunità non può raccontare il fatto, e allora racconta la figura. Michielin ha ragione a dire che oggi i roghi sono digitali («persino stare sui social contribuisce a creare roghi digitali in cui mettere a morire qualcuno», e di come gli algoritmi decidano chi può parlare ho scritto altrove), ma il Sud ha una lezione in più: il rogo, quando finisce, non finisce. Diventa leggenda, e la leggenda è il modo in cui i paesi ricordano ciò che è proibito ricordare.

Scelgo per me

Il brano che dà il titolo al disco si chiude con un ritornello che è una formula: «Magia bianca, magia nera, scelgo per me». È la strega che smette di essere definita dall’accusa e sceglie il proprio nome. Vale per le donne del disco, e vale, qui, per chi ha dovuto aspettare quattro secoli perché la propria lingua tornasse lecita.

A Stelletanone, la sera di San Rocco, la strega veneta non era un’ospite. Il santo e la magàra si sono sempre spartiti la piazza, e il rogo, quando è arrivato, ha preso indifferentemente l’una e l’altro. Il Sud non ha bisogno di importare le sue streghe. Ha bisogno, semmai, di riconoscerle: sul Ponte di Bassano come sulla Porta del Sangue, in un disco pop come in una piazza con la balconata sul burrone. Le storie di questa terra non si scrivono da sole. Ma quando qualcuno le canta da lontano e, senza saperlo, le tocca, la cosa giusta è rispondere.

Se vuoi sapere quando «Abiura» sarà in libreria, lascia qui la tua email: entri nel Gruppo Lettori, e ti scriverò soltanto per quello e per il domenicale.


Immagine di copertina e tavole interne realizzate in stile incisione a due matrici, nero e robbia su carta. Fonti: bolle Summis desiderantes affectibus (1484) e Id nostri cordis (1487); Brian P. Levack, La caccia alle streghe in Europa (Laterza); Franck Mercier, La Vauderie d’Arras (PUR, 2006); ANSA, Avvenire, Il Tempo, Rivista Studio (interviste a Francesca Michielin, giugno 2026); LaC News24 (concerto di Laureana di Borrello); Comune di San Fili, «Le Notti delle Magare».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ti piace quello che leggi?

Articoli, podcast e storie ogni settimana. Zero rumore.

Iscriviti alla newsletter

Continua a leggere

Le parole giuste #12 — L'esercizio: un ricordo senza emozioni dichiarate

Questo sito utilizza cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie analitici per capire come viene usato il sito e migliorare i percorsi di lettura e contatto. Chiudendo questo banner o negando il consenso, navigherai senza tracciamenti.
Privacy Policy · Cookie Policy