Fondata sul lavoro

Reportage · 1 giugno 2026
Quattro uomini carbonizzati sulla Statale 106. Chiunque li abbia uccisi, la loro morte era già scritta molto prima. Era scritta in un villaggio del Punjab, in un prestito, in un viaggio di un anno, in un sistema che trasforma gli esseri umani in risorse.
La chiamata arriva verso le tredici. Un’auto in fiamme al km 395 della Statale 106 jonica, all’interno di un’area di servizio IP tra Amendolara e Roseto Capo Spulico, in provincia di Cosenza. I vigili del fuoco raggiungono il distributore, spengono l’incendio, si avvicinano a ciò che resta del minivan. Dentro ci sono quattro corpi. Quattro uomini carbonizzati nell’abitacolo.
La statale viene chiusa. Gli investigatori della Squadra Mobile di Cosenza e i carabinieri arrivano poco dopo. Il pubblico ministero apre un fascicolo per omicidio. Le immagini delle telecamere di sorveglianza del distributore vengono acquisite. I dipendenti dell’area di servizio vengono sentiti.
Nelle ore successive, le agenzie battono la notizia: le vittime sarebbero quattro migranti di nazionalità pakistana, braccianti agricoli, probabilmente diretti dalla Sibaritide verso la Piana del Metapontino. Non si sa ancora perché fossero fermi lì. Non si sa ancora chi ha appiccato il fuoco, né se qualcuno lo abbia fatto davvero. Non si sanno ancora i loro nomi.
Ma si sa già quasi tutto del sistema che li ha portati lì.
Il sistema viene prima
Chiunque abbia ucciso questi quattro uomini, la loro morte non è cominciata sulla Statale 106. È cominciata molto prima, in un distretto del Punjab pakistano, dove qualcuno ha chiesto un prestito a parenti e vicini per finanziare un viaggio verso l’Europa. È cominciata con l’hawala, il sistema informale di trasferimento di denaro che funziona su fiducia e codici su WhatsApp, e che non lascia tracce nei registri bancari. È cominciata con un anno, talvolta due, di attraversamenti di confini, di celle in Libia, di freddo sui Balcani, di furgoni sovraffollati.
È cominciata con l’arrivo in Italia già debitori di diecimila euro.
Chi arriva in queste condizioni non può rifiutare il lavoro che trova. Non può rifiutare l’alloggio che gli viene offerto, anche se è sovraffollato e fatiscente e il canone lo paga allo stesso datore di lavoro. Non può rifiutare il furgone su cui viene caricato all’alba. Non può denunciare perché denunciare significa perdere lavoro, alloggio, e la possibilità di ripagare il debito. Significa mettere in difficoltà i familiari in Pakistan che hanno prestato i soldi e che aspettano le rimesse.
Questo meccanismo si chiama debt bondage, schiavitù da debito. Non è una metafora. È una condizione materiale, documentata dalle Nazioni Unite, dalla CGIL, dall’OHCHR, dalle procure di Castrovillari e Matera.
Da dove vengono
La maggior parte dei migranti pakistani diretti in Italia proviene dal Punjab (72-76% del campione intervistato dal Mixed Migration Centre), in particolare dai distretti di Gujrat, Mandi Bahauddin, Sialkot e Gujranwala. Non sono i territori più poveri del Pakistan: sono quelli con la più lunga storia migratoria, dove il meccanismo si autoalimenta.
Il costo del viaggio
Il viaggio clandestino verso l’Italia, chiamato colloquialmente Dunki, costa tra 7.500 e 12.000 dollari per la rotta libico-mediterranea. La rotta balcanica (Pakistan → Iran → Turchia → Balcani → Italia) costa tra 4.000 e 6.000 euro, ma dura in media oltre un anno.
Il debito all’arrivo
Chi arriva in Italia porta con sé un debito medio stimato intorno ai 10.000-12.000 euro. L’88% dei pakistani giunti in Italia ha usato trafficanti in almeno una fase del viaggio. Una volta in Italia, il debito diventa lo strumento principale di controllo da parte del caporale.
Cassano allo Ionio · CS
Op. Demetra (2020)
60 indagati · 14 aziende sequestrate · 200+ braccianti sfruttati
Op. Kossa (in corso)
143 imputati · finti braccianti per i clan
1 giugno 2026
Stazione di servizio IP
4 pakistani carbonizzati nel minivan
Si indaga per omicidio · Procura di Castrovillari
4 ottobre 2025
Fondovalle dell’Agri · MT
4 braccianti indiani morti
10 persone su auto da 7
19 dicembre 2025
Provincia di Matera
4 caporali pakistani arrestati
Art. 603-bis c.p.
Lo stesso corridoio, gli stessi morti
La Statale 106 jonica non è nuova alle morti dei braccianti. È tristemente nota per la sua pericolosità stradale: i dati sugli incidenti l’hanno fatta soprannominare “la strada della morte”. Ma i morti sui furgoni sovraffollati che percorrono questo corridoio raccontano qualcosa di diverso da una questione infrastrutturale.
Il 4 ottobre 2025, sulla Fondovalle dell’Agri a Scanzano Jonico, in Basilicata, una Renault Scenic con dieci persone a bordo (omologata per sette) si è scontrata con un camion. Quattro braccianti indiani sono morti. L’indagine per omicidio stradale si è allargata quasi subito: i sopravvissuti hanno raccontato di minacce, di pressioni per non collaborare con gli inquirenti, di un sistema che doveva restare nascosto. Il 19 dicembre 2025, quattro cittadini pakistani domiciliati a Policoro sono stati arrestati con l’accusa di sfruttamento del lavoro e violenza privata.
Il 10 marzo 2026, la Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro ha ascoltato in audizione le autorità di Matera. Si parlava di un piano di verifiche in coincidenza con la raccolta delle fragole, di iniziative di sensibilizzazione, di bisogno di controlli rafforzati.
Il 1° giugno 2026, sulla stessa statale, altri quattro uomini muoiono carbonizzati.
Chi controlla la Piana
La Piana di Sibari è uno dei principali distretti ortofrutticoli d’Italia: agrumi, fragole, ortaggi. Migliaia di lavoratori stagionali, la maggior parte stranieri, si spostano ogni anno attraverso questo territorio. È anche uno dei territori storicamente controllati dalla ‘ndrangheta.
I clan che operano nella Sibaritide, Abbruzzese e Forastefano, hanno una storia lunga di violenza, omicidi e controllo del territorio. Non è un dettaglio di colore: il controllo del territorio include il controllo delle risorse economiche, e i braccianti sono una risorsa economica. L’inchiesta “Kossa” della DDA di Catanzaro ha messo a processo 143 persone accusate di aver creato un sistema di “finti braccianti”, lavoratori che figuravano sui libri paga delle aziende agricole percependo indennità fittizie, per agevolare le cosche.
Non sappiamo se i quattro morti di Amendolara abbiano avuto a che fare con i clan. Non è questo il punto. Il punto è che il caporalato in questo territorio non è un fenomeno separato dalla presenza mafiosa: ne condivide la logica, il metodo e spesso le infrastrutture.
Come nasce l’indagine
Nel giugno 2020, la Guardia di Finanza di Montegiordano ferma un furgone sulla SS 106 con sette braccianti pakistani diretti ai campi lucani. Il controllo apre una finestra su un sistema molto più ampio: 60 indagati, 14 arresti in carcere, 38 domiciliari, 14 aziende sequestrate, oltre 200 braccianti sfruttati con paghe di 80 centesimi a cassetta di agrumi.
Il Tribunale del Riesame
Nel luglio 2020, il Tribunale del Riesame annulla gli arresti domiciliari e i sequestri a carico degli imprenditori agricoli. L’effetto pratico: il sistema si riorganizza.
La dipendenza strutturale
Le filiere agroalimentari italiane (fragole, agrumi, ortaggi) dipendono strutturalmente da manodopera a basso costo. Il caporalato non è un’anomalia: è il modo in cui il sistema funziona. Il Decreto Flussi 2026-2028 prevede 3.500 posti annui per lavoratori pakistani, a fronte di 40.000 tentativi di viaggio irregolare ogni anno. Il canale legale è dieci volte insufficiente.
Pakistan
1–2 anni
Arrivo
Il caporale
Impunità
La domanda che resta
Nel pomeriggio del 1° giugno 2026, mentre la Statale 106 viene riaperta al traffico e le telecamere di sorveglianza vengono esaminate dagli investigatori, i giornali scrivono di “pista dell’omicidio” e di “nessuna ipotesi esclusa”. È giusto che lo scrivano. Trovare i responsabili di questo specifico crimine è necessario, ed è il lavoro della Procura di Castrovillari.
Ma c’è una domanda più grande: perché questo sistema è ancora in piedi? L’operazione Demetra lo ha smantellato una volta, nel 2020. Il Riesame lo ha rimesso in piedi. I clan Abbruzzese e Forastefano sono stati “decapitati” nel 2023. Il Parlamento si è riunito in commissione a marzo 2026. E sulla stessa strada, tre mesi dopo, altri quattro uomini muoiono.
A pochi chilometri da quella stazione di servizio, la Statale 106 costeggia il mare. Bandiera blu. L’acqua è trasparente.
D’estate i turisti si siedono a tavola e mangiano i pomodori della Piana di Sibari. Trenta centesimi al chilo, li trovano al supermercato lungo quella stessa strada.
Qualcuno li ha raccolti.
LaC News24: Strage ad Amendolara, 1 giugno 2026 · Sky TG24: 4 cadaveri in auto, si indaga per omicidio · Il Post: Corpi carbonizzati ad Amendolara · Mixed Migration Centre: Il viaggio dei pakistanis verso l’Italia (2022) · ANSA: Audizione alla Camera sul Metapontino, marzo 2026 · Operazione Demetra, GdF Cosenza, giugno 2020 · Quotidiano del Sud: Il Riesame ridimensiona Demetra · LaC News24: Operazione Kossa, 143 imputati · Corriere della Sera: Blitz antimafia Sibaritide, giugno 2023 · OHCHR: Nota all’Italia su debt bondage (2021) · Solomon/IJ4EU: Hawala: the bankers of irregular migration · SassiLive: Arresti caporali pakistani Policoro, dicembre 2025 · MEDU: Progetto TerraGiusta nel Sud d’Italia
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