Antigone sulla Statale 106

A quattro uomini morti sulla Statale 106 lo Stato aveva già tolto il nome molto prima del fuoco. Restituirglielo, e piangerli, è l’ultima legge non scritta che ci resta.
Le indagini sono in corso. I due fermati sono indagati e vanno presunti innocenti fino a sentenza definitiva. I fatti qui richiamati riguardano il sistema che rende possibili queste morti, non l’accertamento delle responsabilità di questa specifica vicenda.
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Sabato, alla fine del corteo di Amendolara, una ragazza camminava verso i pullman con una maglietta addosso. Sopra c’era una frase dell’Antigone di Sofocle: «Egli non ha il diritto di tenermi lontana dai miei». L’ha vista Claudio Dionesalvi, che quel corteo l’ha raccontato per il manifesto in una pagina che vale la pena leggere (La processione dell’umanità dolente). Io, di quella maglietta, non riesco a smettere di pensare.
Perché l’Antigone non è una tragedia sulla morte. È una tragedia sul diritto di piangere i morti.
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L’editto di Creonte
Nella tragedia, Creonte proibisce di seppellire Polinice. Il corpo deve restare fuori dalle mura, esposto, senza nome e senza rito, come monito. Antigone disobbedisce. Non oppone a Creonte un’altra legge dello Stato, gli oppone una legge più antica e non scritta: i morti si piangono, i fratelli si seppelliscono, e nessun decreto può vietarlo.
Creonte, oggi, ha la forma di una norma. Si chiama regime degli ingressi. Dionesalvi lo dice in una riga che è la cosa più precisa scritta su questa storia: scaduto il contratto a tempo determinato, questi lavoratori sono «vivi biologicamente, ma deceduti giuridicamente». Per lo Stato non esistono (Amendolara, piana di Cerchiara: province di Bruxelles). Settantamila ingressi col decreto flussi nel 2025, e poi il nulla giuridico, la soglia oltre la quale un uomo continua a respirare ma smette di contare. È l’editto. Non vieta la sepoltura: vieta l’esistenza. Ed è molto più efficace, perché chi non esiste non si può nemmeno piangere, non avendo mai avuto un nome da incidere.
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I nomi
Eppure un nome ce l’avevano.
Waseem Khan, ventinove anni. Amin Fazal Khojani, ventotto. Ullah Ismat Qiemi, diciannove. Safi Iayjad, ventisette.
Diciannove anni. Alla loro età qualcuno qui discute di esami di maturità.
Li ho scritti perché abbiamo preso l’abitudine di contarli invece di nominarli. «I quattro braccianti.» «I quattro migranti.» «Le vittime.» Il numero è comodo, è una cifra che si archivia. Il nome no, il nome chiede qualcosa. Chiede di sapere che Waseem veniva dal Pakistan e gli altri tre erano afghani pashtun, che raccoglievano fragole tra Scanzano e il Metaponto, che vivevano in dieci in una stanza a cinquecento euro al mese. Chiede, soprattutto, di ammettere che erano qualcuno per qualcuno, da qualche parte. Erano «i miei» di una madre, di un fratello, di una ragazza con una maglietta.
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«Noi non c’entriamo»
Dionesalvi, dalle finestre e dai bar di Amendolara, ha raccolto la frase che il paese ripeteva al passaggio del corteo: «Eppure noi non c’entriamo, è accaduto qui vicino, ma poteva succedere ovunque».
È vero, e proprio per questo non ci assolve. Poteva succedere ovunque perché ovunque c’è lo stesso editto: la stessa frutta a trenta centesimi al chilo, la stessa manodopera resa invisibile, la stessa abitudine a guardare altrove finché un’auto non prende fuoco. Il «noi non c’entriamo» è la versione gentile di Creonte. Non ordina nulla, semplicemente non vede. E il non vedere, qui, è la forma più diffusa di obbedienza.
Antigone serve a questo: a ricordare che esiste un punto in cui smettere di vedere diventa una scelta, non una circostanza.
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Chi sono «i miei»
C’è un ultimo nodo, ed è il più scomodo. A uccidere, secondo gli inquirenti, sono stati due loro pari, indicati come i caporali, anch’essi pakistani, anch’essi dentro la stessa filiera. La tentazione, qui, è enorme: archiviare tutto come «faida etnica», violenza tra stranieri, roba loro.
Francesco Maria Sicilia, l’avvocato dell’Asgi che quei ragazzi li riceveva nel suo studio, lo dice senza sconti: «non si può limitare tutto a una faida etnica». E aggiunge la frase che ribalta la scena: «il sistema ha trasformato lo sfruttato nel primo caporale». L’aguzzino, prima, è stato preda. Questo non lo assolve di nulla, e la presunzione di innocenza resta intera fino alla sentenza. Ma ci toglie l’unica consolazione che cercavamo, quella del mostro venuto da fuori. Il mostro, semmai, lo fabbrica il meccanismo, a partire dalle sue stesse vittime.
È esattamente la domanda di Antigone: chi sono «i miei»? Dove finisce il noi e comincia il loro? La tragedia risponde che quel confine è una menzogna del potere. Polinice era il nemico della città, e restava un fratello.
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A pochi chilometri dal distributore di Amendolara, la Statale 106 costeggia il mare. Bandiera blu, l’acqua trasparente. Più in là, i campi e le serre.
Possiamo continuare a contarli, i morti di questa strada. Oppure possiamo fare la sola cosa che nessun editto può vietarci: scriverne i nomi, e piangerli come nostri.
Waseem. Amin. Ullah. Safi.
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Questo articolo nasce dalla stessa domanda della prima puntata di Sacro Civile: l’articolo 1 della Costituzione, «l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», letto come un testo sacro. Dalle mani di un bracciante al carpentiere di Nazaret.
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Fonti e letture. Claudio Dionesalvi, La processione dell’umanità dolente, il manifesto, 7 giugno 2026 · Claudio Dionesalvi, Amendolara, piana di Cerchiara: province di Bruxelles, inviato da nessuno, 3 giugno 2026 · Sul sistema strutturale dello sfruttamento rimando al mio Fondata sul lavoro.
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