7 Giu 2026 · domenicale, Società

La soglia di Desdemona. Il carcere, la pena che fa crescere e il sacro civile

Palcoscenico teatrale illuminato visto dalla soglia in penombra, simbolo del teatro in carcere

C’è un istante, il 4 giugno, che vale più di molte dichiarazioni di principio. Cinque donne escono dalla Casa Circondariale Femminile di Rebibbia, attraversano i cancelli che ogni giorno segnano il confine tra la loro vita e quella di tutti gli altri, e salgono sul palco del Teatro Nazionale di Roma. Sono attrici e sono detenute. Per la prima volta nella storia dell’istituto, quella soglia viene varcata non per una scarcerazione, ma per andare in scena. Lo spettacolo si intitola Desdemona – Studio I, lo firma la regista Francesca Tricarico con la compagnia Le Donne del Muro Alto, lo producono il Teatro dell’Opera di Roma e l’associazione Per Ananke, lo sostiene, tra gli altri, la Chiesa Valdese con i fondi dell’Otto per mille.

Mi interessa partire da quella soglia, perché è lì che si gioca tutto. Varcare una linea, in molte culture, è da sempre un gesto rituale. Si entra in un tempio, si attraversa una porta santa, si oltrepassa il limite tra il profano e il sacro. Quelle cinque donne compiono un movimento analogo, ma rovesciato: non entrano in un luogo separato, escono da uno. E il loro spazio sacro, per una sera, è il teatro. Tricarico lo chiama un «fuori» altro, unico e sospeso. È un’immagine precisa. Il palcoscenico diventa la soglia su cui una persona reclusa può tornare, davanti a sguardi estranei, a essere semplicemente umana.

Quello che scegliamo di vedere

Desdemona – Studio I nasce dall’incontro di tre immaginari: la riscrittura dell’Otello di Shakespeare, l’eco della partitura verdiana e la vicenda storica della nave Lady Juliana, che nel Settecento deportò circa 250 donne dall’Inghilterra verso le colonie australiane. Tre storie di donne sospese tra condanna, sopravvivenza e rimozione. Il filo che le tiene insieme è una domanda sullo sguardo. «Non vogliamo giustificare, il reato non si giustifica mai, ma comprendere sì», dice la regista. «Perché solo la comprensione delle cause può permetterci di impedire il ripetersi della storia.»

È una distinzione che il nostro tempo fatica a tollerare. Confondiamo continuamente comprendere con assolvere, come se capire da dove nasce un male equivalesse a perdonarlo o, peggio, a negarlo. Eppure è proprio questa la posta in gioco, ed è una posta che ha radici tanto civili quanto spirituali. Vedere il reato e non la persona è il riflesso più antico del mondo. Vedere la persona oltre il reato, senza per questo cancellare la responsabilità, è invece un atto difficile, quasi controintuitivo, che richiede una disciplina dello sguardo. È, a ben vedere, un esercizio profondamente evangelico, prima ancora che giuridico: la convinzione che nessuno coincida per sempre con il proprio errore.

L’articolo 27, ovvero una sacralità laica

Qui entra in scena la Costituzione, e con essa un’idea che chiamo, senza timore, sacro civile. L’articolo 27 stabilisce che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». In poche parole, la Repubblica scrive nella sua legge fondamentale che la pena non serve a distruggere, ma a far crescere. Non a vendicare, ma a restituire alla comunità una persona diversa da quella che vi era entrata.

Definisco questo principio sacro civile perché funziona esattamente come funzionano le cose sacre. Non è negoziabile in base all’umore dell’opinione pubblica. Resiste anche quando il colpevole non ci piace, anche quando la rabbia chiederebbe altro. Custodisce una verità che precede il calcolo dell’utile: la dignità della persona non si perde con la libertà. È una sacralità senza altari, fondata non su una rivelazione ma su un patto, eppure altrettanto vincolante. La Costituzione, in questo, è il testo che una comunità laica venera quando decide chi non vuole diventare.

Il punto è che questo principio, per anni, è rimasto sulla carta. La vita reale del carcere lo contraddice ogni giorno, perché un’istituzione che esclude fatica per sua natura a reintegrare. Ed è qui che esperienze come quella delle Donne del Muro Alto smettono di essere un gesto culturale gentile e diventano una questione di efficacia. I dati sono eloquenti. In Italia la recidiva media di chi esce dal carcere si aggira intorno al 65 per cento. Per chi durante la detenzione ha fatto teatro, secondo le rilevazioni citate da chi quel teatro lo pratica da decenni, scende intorno al 6. Tradotto: l’articolo 27 non chiede un sacrificio alla sicurezza dei cittadini, la garantisce. La rieducazione non è il contrario della pena, ne è il compimento.

Dove il denaro diventa scelta

Vale la pena fermarsi su un dettaglio che molti lettori lasceranno scorrere: questo spettacolo lo sostiene la Chiesa Valdese, con i soldi dell’Otto per mille. Non è una nota a margine. È il momento in cui un’astrazione fiscale prende corpo e diventa una donna che esce da Rebibbia per dire Shakespeare. Le chiese metodiste e valdesi, insieme ad altre realtà del mondo evangelico, finanziano da anni il teatro in carcere proprio perché vi riconoscono qualcosa che la loro sensibilità custodisce da sempre: che la persona reclusa resta interamente persona, e che il riscatto non è un premio per i meritevoli ma una possibilità offerta a tutti.

C’è una bella coincidenza, in questo. Una sensibilità religiosa minoritaria e un articolo della Costituzione repubblicana dicono, con linguaggi diversi, la stessa cosa. Che l’essere umano non si esaurisce nel peggior gesto che ha commesso. Che esiste un oltre. Il sacro religioso lo chiama grazia, redenzione, risurrezione. Il sacro civile lo chiama rieducazione, reinserimento, dignità. Sono due dialetti della stessa lingua. E il teatro, antichissimo rito laico, è il luogo in cui per una sera quei due dialetti tornano a comprendersi.

Tornare alla soglia

Allora torno all’immagine dell’inizio, alle cinque donne sulla soglia. Quel passo non cancella nulla del male che le ha portate in carcere, e sarebbe ipocrita fingere il contrario. Ma dice qualcosa sul tipo di comunità che vogliamo essere. Una comunità si misura non da come tratta chi ha tutto, ma da come guarda chi ha sbagliato. Se è capace di lasciare aperta una porta, di immaginare un fuori, di scommettere che una persona possa ancora crescere.

Desdemona – Studio I mette in scena, in fondo, proprio questo: una indagine sullo sguardo e sulla sua responsabilità. Cosa scegliamo di vedere, cosa rimuoviamo, a quali voci decidiamo di credere. È la domanda del teatro, è la domanda dell’articolo 27, ed è, da sempre, la domanda della fede. Forse il sacro civile non è altro che questo: la decisione, presa insieme e scritta nelle leggi, di continuare a vedere un essere umano là dove sarebbe più facile vedere soltanto una colpa.

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