La profezia senza casa. Perché don Biancalani è stato rimosso, e chi lo aveva lasciato solo

Il 19 agosto il Dicastero per il Clero ha respinto i ricorsi di don Massimo Biancalani. Non è più parroco né di Santa Maria Maggiore a Vicofaro né di San Niccolò a Ramini, le due comunità di Pistoia dove per dieci anni ha ospitato migranti dentro i locali della Chiesa. Il giorno dopo, alle diciotto, il nuovo vescovo Augusto Mascagna ha celebrato a Vicofaro una messa che la diocesi ha presentato come la ripartenza del cammino pastorale. Senza di lui.
Il vicepremier ha commentato con quattro parole: «Il tempo è galantuomo». Dall’altra parte si è parlato di punizione, di vendetta, di un prete rimosso per aver preso sul serio il Vangelo. Le due tifoserie hanno cominciato a parlare prima di leggere, e a dire il vero non ha potuto leggere nessuna delle due, perché il testo del decreto non è pubblico. Quello che si può leggere, però, è la norma su cui il decreto poggia. E la norma dice una cosa che non somiglia a niente di ciò che è stato scritto in questi giorni.
Il decreto non condanna l’accoglienza. Fa qualcosa di più efficace
Il procedimento usato contro Biancalani si apre con il canone 1740 del Codice di diritto canonico. Vale la pena leggerlo per intero, perché è brevissimo e capovolge la domanda che tutti si stanno facendo.
«Quando il ministero di un parroco, per qualche causa, anche senza grave colpa da parte sua, sia divenuto dannoso o almeno inefficace, egli può essere rimosso dalla parrocchia dal Vescovo diocesano.»
Etiam citra gravem ipsius culpam. Lo strumento è costruito apposta per funzionare in assenza di illecito. Non è un processo: non c’è un imputato, non c’è una sentenza, non c’è una pena. Tanto è vero che la diocesi ha qualificato il ricorso come ricorso gerarchico contro un decreto amministrativo singolare. Nessuna censura, nessuna sospensione, nessuna dimissione dallo stato clericale: Biancalani resta sacerdote a pieno titolo, e la Chiesa, che gli strumenti penali li possiede e li ha pure riformati di recente, ha scelto di non usarli.
Lui la legge in modo opposto. «Non ci sono motivi canonici per la mia rimozione, credo che in questa vicenda abbia pesato la pressione politica che si è creata intorno a me», ha detto a Eleonora Camilli su La Stampa il giorno dopo la decisione. Ha ragione sulla prima metà della frase e torto sulla seconda, e la differenza è tutta qui: non c’è nessun illecito accertato, ma proprio per questo il fondamento canonico esiste. Il canone 1740 non chiede una colpa, chiede un giudizio di inefficacia. È il caso raro in cui un uomo può dire con verità «non ho fatto niente di male» e la norma può rispondergli, altrettanto sinceramente, «lo sappiamo: non è questo il punto».
E qui sta ciò che nessun titolo ha colto. La gerarchia non ha condannato la profezia di Vicofaro. L’ha dichiarata non pertinente. Governare per decreto amministrativo significa poter chiudere una questione senza mai pronunciare una parola sul merito: non «l’accoglienza è sbagliata», che sarebbe stato insostenibile davanti a vent’anni di magistero, ma «quel ministero non è più opportuno in quella comunità». È più mite nella forma e più duro nella sostanza, perché una condanna avrebbe almeno riconosciuto all’altro la dignità dell’avversario. L’irrilevanza no.
I fatti che nessuna delle due tifoserie racconta
Chi legge la vicenda come un martirio deve fare i conti con una cronologia che non gli piacerà. Nel giugno 2025 il sindaco di Pistoia firma un’ordinanza di sgombero fondata sulle relazioni della prefettura e dell’azienda sanitaria: centosettantasei persone presenti a fronte di settanta posti autorizzati, bombole di gas accanto a impianti elettrici obsoleti, un caso sospetto di tubercolosi. Il 2 luglio la polizia entra in canonica, in tenuta antisommossa, e porta via gli ultimi ospiti. Prima ancora, nell’ottobre 2022, un tribunale aveva condannato Biancalani per violazioni igienico-sanitarie, un mese convertito in ammenda.
Chi legge la vicenda come il finalmente di una città esasperata deve fare i conti con il resto della cronologia. L’accusa che avrebbe davvero delegittimato l’esperienza, truffa e falso in atto pubblico per alcuni contratti di lavoro, è caduta con la formula più piena che esista: il fatto non sussiste. Assolti anche i tre migranti coinvolti. E l’accoglienza di Vicofaro, per dieci anni, non ha ricevuto un euro pubblico: nessuna convenzione, nessun bando, nessuna retta giornaliera. Non era un business, era una colletta.
Alla contestazione più pesante, quella di aver lasciato morire la pastorale ordinaria per dedicarsi solo all’accoglienza, Biancalani oppone una risposta che vale la pena riportare per intero: «Alcuni fedeli si sono allontanati. C’è stata anche paura alimentata dal pregiudizio, ma altri, che mai sarebbero entrati in una chiesa, si sono avvicinati». Non è una scusa, è un’obiezione seria, e tocca il punto più fragile del decreto. Fra le cause tipiche di rimozione del parroco c’è infatti la perdita della buona stima presso i fedeli: ma se la comunità non si è ridotta e ha invece cambiato composizione, quella causa pesa molto meno. Nessuno, finora, ha contato le due cose separatamente.
Resta un fatto che non entra in nessuna delle due narrazioni, ed è quello che pesa di più. La sicurezza di chi viene accolto è un argomento di chi accoglie, non un’invenzione di chi respinge. Centosettantasei persone in spazi per settanta sono un problema dei vicini di casa solo in seconda battuta. In prima battuta sono un problema di quelle centosettantasei persone, che il rischio se lo sono preso addosso. Questa critica non viene da destra. È l’unica che tocchi Biancalani sul suo terreno, invece che su quello dei suoi avversari.
Quando il segno diventa supplenza
Nel 2017 la fotografia dei migranti in piscina fece di un parroco di provincia un bersaglio nazionale: Salvini, allora, lo definì «prete antileghista, antifascista, anti-italiano», come se fossero tre insulti dello stesso ordine. Quella fotografia era un segno profetico riuscito: costringeva un paese intero a guardare la propria ipocrisia e a decidere da che parte stare. Faceva scandalo nel senso preciso in cui il Vangelo lo fa, cioè mettendo una pietra davanti al passo di chi credeva di camminare tranquillo.
Gli anni successivi sono stati un’altra cosa. Non più il segno, ma la supplenza: il sostituirsi ogni giorno a uno Stato che non c’era e a una Chiesa diaconale che non si è organizzata. La supplenza è nobile, e a volte è l’unica cosa che resta da fare, ma ha una caratteristica che la distingue dalla profezia: non finisce mai. Non ha una data, non ha un bilancio, non ha un ricambio. Consuma chi la esercita e non produce nulla che gli sopravviva.
I profeti biblici, del resto, denunciano. Non gestiscono dormitori per dieci anni. E quando nella prima comunità cristiana la profezia compare, compare sempre dentro un corpo che la vaglia: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie, ma esaminate ogni cosa» (1 Ts 5,19-21). Nella prima lettera ai Corinzi i profeti parlano e gli altri discernono. La profezia, nel Nuovo Testamento, non è mai una qualità privata: è una parola che ha bisogno di una comunità che la giudichi e di una struttura che la regga.
Ed è esattamente questo che a Vicofaro non c’è mai stato. Nessun ente, nessuna convenzione, nessun soggetto che condividesse la responsabilità giuridica, nessun secondo nome sulla porta. Volontari sì, molti, e tutti laici, come lui stesso tiene giustamente a ricordare. Ma un carisma circondato da volontari resta un carisma: diventa istituzione soltanto quando qualcuno, oltre a lui, risponde di ciò che accade. Il che porta a una conclusione scomoda per tutti: se c’è stato un rifiuto della profezia, è avvenuto molto prima del decreto. È avvenuto ogni anno in cui quel segno è stato applaudito da lontano e nessuno ha costruito attorno a esso il corpo capace di sostenerlo.
Difeso, non affiancato
Sarebbe ingiusto, però, dire che la Chiesa lo ha abbandonato, perché non è vero e i fatti stanno in fila. Nell’agosto 2017, quando Forza Nuova annunciò che sarebbe andata a messa a Vicofaro per controllare che cosa predicasse, il vescovo Tardelli definì quell’annuncio «qualcosa di sacrilego», disse che si stavano «oltrepassando i limiti» e mandò il vicario generale a concelebrare, in pubblica solidarietà. Nel dicembre 2018 la Sezione Migranti e Rifugiati, per volontà di Francesco, gli scrisse di sentire «grande vicinanza a una realtà che si distingue come esempio di accoglienza» e lo invitò a proseguire «con coraggio e creatività», segnalando il caso alla Conferenza episcopale. Nell’aprile 2020 l’elemosiniere del Papa mandò ventimila euro al centro «per il servizio ai poveri». Nel febbraio 2025, davanti a una manifestazione organizzata contro di lui, Tardelli scrisse a tutta la diocesi che quella era «un’accoglienza rischiosa» ma indicata dal Vangelo, e che «è giunto il momento di prendere in carico la realtà di Vicofaro da parte dell’intera diocesi».
Quella lettera è del febbraio 2025. La procedura di rimozione era già stata avviata dall’estate precedente. Lo stesso vescovo, negli stessi mesi, lo difendeva dagli attacchi esterni e lo stava rimuovendo per via amministrativa. Non è ipocrisia: è il ritratto esatto di un’istituzione che riconosce il valore di un gesto e non sa governarlo. E l’offerta di prendere in carico Vicofaro arriva a dieci anni dall’inizio e a quattro mesi dallo sgombero, cioè troppo tardi per diventare una struttura e abbastanza presto per restare agli atti.
È qui che una formula precisa sostituisce quella comoda. Biancalani non è stato lasciato solo: è stato difeso, non affiancato. Sono due cose diverse, e la seconda è quella che serviva. La solidarietà pubblica e ventimila euro non firmano una convenzione, non assumono un operatore, non mettono a norma un impianto, non condividono la responsabilità davanti a un’azienda sanitaria. Difendere il buon nome di un prete costa un comunicato. Reggere il peso di quello che fa costa un’organizzazione.
L’obbedienza, che non è la parola che crediamo
C’è un dato, nella vicenda, che è giuridicamente più solido di tutti gli altri, e non riguarda i migranti. Nell’estate del 2024 la diocesi propone a Biancalani il trasferimento all’Ufficio missionario diocesano, cioè un incarico che avrebbe potuto valorizzare il suo lavoro senza farlo gravare su una sola comunità. Lui rifiuta. Da quel rifiuto parte la procedura di rimozione. Il canone 274 stabilisce che il chierico è tenuto ad accettare e adempiere fedelmente l’ufficio affidatogli dall’Ordinario, salvo legittimo impedimento. È lì che il fascicolo si chiude, non nelle brande in sacrestia.
Sarebbe però troppo comodo fermarsi qui e trasformare l’obbedienza in una clava. L’obbedienza non è un valore in sé: è una relazione, e una relazione ha sempre due lati. Il canone 392 impone al vescovo di vigilare perché non si insinuino abusi, in particolare nell’amministrazione dei beni. Dieci anni di tolleranza, di problemi lasciati marcire fino a quando è arrivata l’ordinanza di un sindaco a imporre la sveglia, espongono anche l’autorità che oggi chiede conto. Un procedimento penale avrebbe messo agli atti pure quel silenzio. La via amministrativa, no.
Chi legge ad alta voce il tuo decreto
La Santa Sede non ha deciso per compiacere il governo italiano. Ma ha scelto i tempi e la forma sapendo perfettamente chi avrebbe incassato: un decreto reso noto a metà agosto, la messa del nuovo inizio il giorno dopo, il vicepremier che poche ore più tardi archivia dieci anni con un proverbio. Quando è lui a leggere ad alta voce il senso di un tuo atto, quel senso tu non lo governi più, qualunque fosse l’intenzione. È un costo che non si misura in decreti, e la Chiesa italiana lo sta pagando.
Sarebbe ingeneroso, però, far coincidere la Chiesa italiana con la sua macchina amministrativa. Nell’estate del 2025, quando Vicofaro fu chiusa, il presidente dei vescovi toscani disse pubblicamente che quella chiusura gli faceva male e che quel lavoro «può e deve riprendere in altri contesti», perché non poteva finire con la fotografia della polizia in canonica. Poco dopo la conferenza episcopale regionale affidò a un altro vescovo la delega alle migrazioni. Dentro la Chiesa la partita è aperta, e non riguarda il se. Riguarda il come.
Il passaggio di pontificato
Vicofaro nasce e cresce dentro una stagione precisa: la Chiesa come ospedale da campo, Lampedusa, la cultura dello scarto. Biancalani lo ha ripetuto anche in questi giorni, dicendo di aver seguito «quel modello di Chiesa aperta dedicata ai poveri», e non è una scusa: era davvero un’indicazione del magistero. Quella stagione, però, ha lasciato irrisolto un nodo che ora presenta il conto. Una parola profetica, da sola, non genera le strutture capaci di reggerla. Il pontificato incoraggiava i gesti, alle diocesi restava la responsabilità amministrativa, e i preti in prima linea si trovavano soli davanti alle aziende sanitarie, ai comitati di quartiere e ai tribunali. Biancalani dice di non essere stato compreso: sulla comprensione, come si è visto, la Chiesa qualcosa ha detto e perfino firmato, sulla solitudine operativa non c’è discussione. Non è un’attenuante, è la diagnosi.
Sotto il nuovo pontificato la macchina curiale non ha smentito quel magistero. Ha semplicemente ripreso a governare con i suoi strumenti ordinari. Ma una profezia che non è diventata istituzione resta sempre rimovibile con la procedura ordinaria: non serve rinnegarla, basta smettere di tenerla per mano.
Il test, che per fortuna è semplice
A Ramini restano una cinquantina di persone vulnerabili. Biancalani ha detto che ne parlerà con il nuovo vescovo per tutelare l’esperienza, e intanto la mette così: «Non so chi avrà il coraggio di mandarle via. Non credo lo farà il parroco che verrà dopo di me: mandare via i poveri da una chiesa sarebbe una contraddizione». È la frase più acuta che abbia pronunciato in questi giorni, perché sposta l’onere: non chiede alla Chiesa di dargli ragione, chiede al suo successore di non dargli torto nei fatti.
Da qui in avanti, infatti, la vicenda smette di essere interpretabile e diventa verificabile. Se nei prossimi mesi la diocesi, o il comune, o entrambi, costruiranno un’accoglienza strutturata che raccolga quell’eredità, allora era davvero ripristino dell’ordinario, e chi oggi parla di rifiuto della profezia dovrà correggere la propria lettura. Se invece non nascerà nulla e quelle cinquanta persone si disperderanno nel silenzio di settembre, allora la tesi del rifiuto avrà i suoi fatti, e non ci sarà bisogno di argomentarla. Basterà contare.
Il decreto ha rimosso un parroco. La domanda che resta non è se fosse un profeta, perché quella è una parola che non spetta a noi assegnare. La domanda è perché, in dieci anni, nessuno abbia costruito una casa attorno a quel segno. Una profezia senza casa è sempre rimovibile. E chi la lascia senza casa, in qualche misura, lo sa.
Per approfondire
- Codice di diritto canonico, can. 1740: il testo che regola la rimozione dei parroci, con i canoni successivi sulle cause e sulla procedura.
- Eleonora Camilli, «Il sacerdote dei migranti rimosso dal Vaticano: “La Chiesa non capisce”», La Stampa, 20 agosto 2026: l’intervista da cui provengono le parole di don Biancalani citate in questo articolo.
- La decisione del Dicastero per il Clero, ANSA, 19 agosto 2026.
- La lettera della Sezione Migranti e Rifugiati, dicembre 2018, e la lettera del vescovo Tardelli alla diocesi, febbraio 2025.
- «Accogliere i migranti era un’indicazione di Bergoglio», il Fatto Quotidiano: le formule attribuite al decreto.
- La ripartenza a Ramini dopo la chiusura di Vicofaro, ottobre 2025, con le parole del presidente dei vescovi toscani.
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”Molti sorgeranno come falsi profeti e insegneranno vie diverse e dottrine di perdizione… Si inganneranno a vicenda e la carità di molti si raffredderà. L’iniquità si moltiplicherà sulla terra, vi saranno guerre, dicerie di guerre, carestie, terremoti in vari luoghi e angoscia tra le nazioni.”
— Apocalisse di Pietro (Testo di Ethiopic/Akhmim)