14 Giu 2026 · articolo, domenicale, Società

Uguaglianza di Darrin M. McMahon: l’unica cosa seria che ci resta

Persone diverse sedute insieme in una piazza, copertina per un articolo sull'uguaglianza.

A partire da Uguaglianza. Storia di un’idea sfuggente di Darrin M. McMahon, questo articolo torna alla domanda più semplice e più scomoda: chi resta fuori dal nostro “noi”?

Ci sono parole che sembrano consumate perché le abbiamo dette troppo.

Uguaglianza è una di queste.

La troviamo nei discorsi ufficiali, nelle carte costituzionali, nei programmi dei partiti, nei sermoni, nei convegni, nelle campagne sociali, nei manifesti appesi alle pareti delle scuole. La pronunciamo così spesso che rischiamo di non sentirla più. Come certe campane che suonano a lungo e a un certo punto diventano rumore di fondo.

Eppure l’uguaglianza non è una parola stanca.

Siamo noi ad averla stancata.

Darrin M. McMahon, in Uguaglianza. Storia di un’idea sfuggente, fa una cosa preziosa: non ci racconta soltanto quanto siamo stati diseguali. Questo lo sappiamo già, o crediamo di saperlo. Ci racconta qualcosa di più difficile: come gli esseri umani hanno immaginato l’uguaglianza, come l’hanno desiderata, tradita, limitata, ristretta, riaperta. Come l’hanno usata per liberare e, qualche volta, anche per escludere.

Perché questa è la prima verità scomoda del libro: l’uguaglianza non è mai arrivata nella storia come un pacco dono, già pronta, già pulita, già universale.

È arrivata a pezzi.

Il “però” nascosto dentro il “tutti”

Prima tra pochi. Poi tra alcuni. Poi tra cittadini, ma non tra schiavi. Tra uomini, ma non tra donne. Tra credenti, ma non tra eretici. Tra bianchi, ma non tra neri. Tra nazionali, ma non tra stranieri. Tra garantiti, ma non tra poveri. Tra chi aveva voce, ma non tra chi veniva contato solo quando serviva.

Ogni epoca ha detto: siamo tutti uguali.

Poi, subito dopo, ha aggiunto a bassa voce: sì, però non proprio tutti.

Questo libro serve anche a questo. A smascherare quel “però”.

E forse oggi ne abbiamo un bisogno disperato.

Perché viviamo in un tempo che ama dichiararsi egualitario mentre produce nuove forme di distanza. Ci diciamo moderni, inclusivi, aperti, civili. Poi accettiamo che il luogo in cui nasci decida ancora troppo del tuo destino. Accettiamo che un bambino abbia possibilità diverse a seconda del quartiere, della famiglia, del cognome, della connessione internet, della scuola che gli capita, del corpo che porta, della lingua che parla.

Abbiamo tolto molte corone dalla testa dei re, ma abbiamo lasciato in piedi troppi troni.

Alcuni sono economici. Alcuni culturali. Alcuni tecnologici. Alcuni perfino spirituali.

Il potere che si crede necessario

McMahon ci ricorda che nelle comunità più antiche esistevano meccanismi per impedire che qualcuno diventasse troppo grande davanti agli altri. Se un cacciatore si montava la testa, la comunità trovava il modo di ridimensionarlo. Non per umiliarlo, ma per salvarlo dalla malattia più antica del potere: credersi necessario.

Che lezione enorme per il nostro tempo.

Noi invece facciamo l’opposto. Gonfiamo il cuore dei forti. Li chiamiamo leader, visionari, fondatori, innovatori, uomini del fare. A volte basta che uno accumuli abbastanza denaro, visibilità o influenza perché gli venga riconosciuta una specie di superiorità morale. Come se il successo fosse una prova di valore. Come se la ricchezza fosse una forma di intelligenza. Come se il potere, da solo, bastasse a giustificare se stesso.

Ma una comunità che non sa più raffreddare il cuore dei potenti è una comunità che ha già cominciato a perdere se stessa.

L’uguaglianza, allora, non è il contrario del merito.

È il contrario dell’idolatria.

Uguaglianza non significa identità

Non dice che siamo tutti identici. Non dice che non esistono talenti, responsabilità, differenze, carismi, vocazioni. Dice una cosa più profonda e più difficile: nessuna differenza può diventare una scusa per negare la dignità di un altro essere umano.

Questa è la parte più bella dell’uguaglianza.

Non appiattisce. Solleva.

Non cancella i volti. Li rende finalmente visibili.

Non pretende che tutti abbiano la stessa voce. Pretende che nessuna voce venga trattata come rumore.

C’è un punto, nel percorso storico ricostruito da McMahon, che fa male. La nascita delle grandi civiltà, dell’agricoltura, delle città, degli imperi, delle gerarchie stabili, porta con sé anche la normalizzazione della diseguaglianza. A un certo punto gli esseri umani cominciano a vivere come se fosse naturale che pochi comandino e molti obbediscano. Come se fosse naturale che alcuni abbiano tutto e altri quasi niente. Come se fosse naturale che il cielo benedica la piramide.

Il Vangelo e la promessa tradita

E qui la religione entra nella storia in modo ambiguo.

Può liberare. Può incatenare.

Può dire che ogni creatura ha un valore infinito. Oppure può spiegare ai poveri che il loro posto è quello, che la gerarchia è volontà divina, che il dolore sarà ricompensato dopo, purché adesso restino buoni, docili, ordinati.

Eppure, se prendiamo sul serio il Vangelo, non possiamo non vedere una corrente ostinata di uguaglianza. Gesù non costruisce una corte. Non fonda una casta sacerdotale. Non misura gli uomini dalla loro purezza sociale. Tocca gli intoccabili, parla con le donne, mangia con i peccatori, mette al centro i bambini, chiama beati quelli che il mondo considera falliti.

Il problema non è Cristo.

Il problema, spesso, siamo stati noi.

Abbiamo preso una parola nata per rovesciare i tavoli e l’abbiamo usata per apparecchiarli meglio.

Abbiamo trasformato la fraternità in disciplina. La comunità in struttura. Il servizio in carriera. La croce in stemma. Il Vangelo in certificato di rispettabilità.

Eppure l’uguaglianza cristiana, quando è vera, resta una delle forze più radicali della storia. Perché non nasce dal fatto che siamo utili, produttivi, vincenti, performanti. Nasce dal fatto che siamo esseri umani. Prima del merito. Prima del curriculum. Prima della fedina penale. Prima della diagnosi. Prima del conto corrente. Prima del passaporto.

Questa è la grandezza dell’uguaglianza.

Arriva prima.

Ascolta anche: “Senza distinzione”

Se questo articolo ti sta interrogando, la puntata 3 di Sacro Civile è il suo ascolto naturale: parte dall’articolo 3 della Costituzione e da quelle due parole decisive, “senza distinzione”, per chiedere che l’uguaglianza non resti una formula bella, ma diventi una promessa mantenuta.

Puoi ascoltarla qui sotto con calma, oppure iscriverti al podcast dalla piattaforma che preferisci: così ogni nuova puntata arriva da te senza doverla cercare.

Quando un diritto diventa premio

Il nostro tempo invece tende a farla arrivare dopo. Dopo che hai dimostrato qualcosa. Dopo che ti sei integrato. Dopo che hai lavorato abbastanza. Dopo che sei diventato presentabile. Dopo che hai imparato la lingua. Dopo che hai smesso di disturbare. Dopo che hai raccontato il tuo dolore in modo accettabile per chi ti ascolta.

Ma un diritto che arriva solo dopo la prova di buona condotta non è più un diritto. È un premio.

L’uguaglianza non può essere un premio.

Deve essere il punto di partenza.

Il libro di McMahon è prezioso perché ci impedisce di essere ingenui. Ci mostra che ogni volta che l’umanità ha parlato di uguaglianza ha dovuto combattere contro le proprie esclusioni. Non basta proclamare “tutti”. Bisogna chiedere subito: tutti chi?

Tutti i cittadini?

Tutti gli uomini?

Tutti i credenti?

Tutti i produttivi?

Tutti quelli che ci somigliano?

Tutti quelli che non ci fanno paura?

La parola “tutti” è la parola più pericolosa della politica, se non viene presa sul serio.

Perché può diventare una maschera.

Ma può anche diventare una promessa.

Chi resta fuori dal nostro “noi”?

E io credo che oggi dobbiamo tornare a questa promessa. Non per nostalgia delle grandi parole. Non per fare prediche buone e inutili. Ma perché la diseguaglianza non è solo una questione economica. È una forma di educazione collettiva alla distanza.

Ci abitua a pensare che alcune vite valgano meno.

Che alcuni dolori siano normali.

Che alcune morti siano statistiche.

Che alcune periferie siano destino.

Che alcune persone possano essere aiutate solo se prima diventano abbastanza simili a noi.

L’uguaglianza, quando è presa sul serio, spezza questo incantesimo.

Dice che nessuno nasce scarto.

Dice che nessuno deve chiedere permesso per essere riconosciuto.

Dice che una società non si misura da quanto premia i forti, ma da quanto impedisce ai forti di divorare tutto.

La crepa che non vogliamo guardare

Per questo la conclusione più inquietante del libro riguarda il presente. Dopo secoli di lotte, rivoluzioni, costituzioni, diritti, movimenti sociali, welfare, democrazie, ci ritroviamo davanti a una nuova concentrazione di ricchezza e potere. La finanza corre più veloce della politica. Gli algoritmi conoscono le persone meglio delle istituzioni. Il lavoro povero torna a sembrare normale. La casa diventa privilegio. La salute diventa accesso. La cultura diventa abbonamento. La solitudine diventa mercato.

E noi continuiamo a chiamarlo progresso.

Forse il vero scandalo non è che l’uguaglianza sia incompiuta.

Il vero scandalo è che ci stiamo abituando di nuovo alla diseguaglianza.

La guardiamo crescere come si guarda una crepa sul muro di casa. All’inizio ci preoccupa. Poi la copriamo con un quadro. Poi impariamo a non vederla più.

Ma le crepe non spariscono perché smettiamo di guardarle.

L’uguaglianza è questo sguardo che non si rassegna.

Non è una formula perfetta. Non è una stagione della storia. Non è una parola da anniversario. È una disciplina quotidiana. È il gesto con cui una comunità decide di non lasciare che il successo diventi dominio, che la differenza diventi privilegio, che la fragilità diventi colpa.

Forse dovremmo ricominciare da qui.

Dalla domanda più semplice e più rivoluzionaria: chi stiamo lasciando fuori dal nostro “noi”?

Perché ogni volta che restringiamo il “noi”, perdiamo un pezzo di umanità.

E ogni volta che lo allarghiamo, anche solo di poco, l’uguaglianza smette di essere un’idea sfuggente e torna a essere ciò che dovrebbe essere: una casa più grande, con la porta finalmente aperta.

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