31 Mag 2026 · articolo, domenicale

Leggere Gisèle Pelicot: perché questo libro ci riguarda tutti

Una figura femminile in controluce davanti a una finestra aperta, immagine di copertina per l'articolo su Gisèle Pelicot

Ho chiuso il libro con quella strana sensazione che certi libri lasciano: non il sollievo della fine, non la soddisfazione di aver terminato qualcosa, ma qualcosa di simile a un peso deposto male, che continua a premere anche quando lo lasci andare. Un inno alla vita di Gisèle Pelicot non si finisce davvero. Si porta con sé.

Ho provato, leggendo, una forma di ammirazione che fa quasi male. Non invidia per la sofferenza, sia chiaro, ma per la risposta a quella sofferenza: la capacità di rinascere non nonostante il dolore, ma attraverso di esso, con gli occhi aperti, senza sconti. È una qualità rara che non si può insegnare né simulare. La si riconosce, e fa una certa vertigine.

Ma questo non è un articolo sulla straordinarietà di Gisèle Pelicot. È un invito a leggere il suo libro per ragioni che ci riguardano tutti, anche chi non ha vissuto nulla di simile, anche chi crede che certe storie appartengano ad altri.

La cattiveria inzuccherata

Uno degli aspetti più difficili da sostenere, in questa vicenda, non è la violenza in sé, per quanto devastante. È la forma che ha preso. Dominique Pelicot non era un mostro riconoscibile. Era un marito, una presenza quotidiana, qualcuno di cui ci si fidava con naturalezza, senza sforzo, perché la fiducia era la struttura stessa di quella vita condivisa. Quello che ha fatto per anni era una forma di cattiveria travestita da normalità: inzuccherata, nascosta dentro le forme ordinarie della convivenza.

Questo dovrebbe disturbarci più di qualsiasi caricatura del male. Il mostro riconoscibile ci rassicura, perché ci dice che il pericolo ha un volto diverso dal nostro, dal volto di chi amiamo. La cattiveria inzuccherata, invece, non si lascia identificare così facilmente. Chiede una qualità di attenzione che siamo spesso riluttanti a esercitare, perché smontare la fiducia costa, fa paura, ci rende soli.

Il corpo che non sapeva

C’è un aspetto di questa storia che ho trovato filosoficamente perturbante, oltre che emotivamente devastante: Gisèle Pelicot subiva violenza mentre era sedata. Non ricordava. Eppure il suo corpo era lì, presente, ogni volta. La sedazione non annullava l’essere, sottraeva solo la coscienza.

Quando, attraverso i video, ha dovuto fare i conti con quello che era accaduto, ha incontrato una versione di sé che non controllava, che non sapeva, che non aveva potuto dire no. È una dissociazione forzata tra esperienza e identità che ribalta ogni idea di continuità del sé. E ci dice qualcosa di fondamentale sulla natura del trauma: non ha bisogno della memoria cosciente per installarsi. Il corpo ricorda da solo. Porta da solo.

Il corpo delle donne come spazio di rivendicazione, controllo e violenza è un tema che ritorna con ostinazione nel dibattito pubblico. Ne ho scritto anche in Chi scaglia la prima pietra? La Chiesa, l’aborto e il corpo delle donne: la posta in gioco non cambia, cambia solo il contesto.

Quello che la violenza distrugge davvero

La violenza non è mai solo un attacco al corpo. È quasi sempre anche questo, ma non solo, e spesso il danno fisico è quello che guarisce prima, o almeno quello che ha confini più definiti. Quello che la violenza distrugge più a fondo è il tessuto che ci tiene in relazione agli altri: la fiducia di base, quella che ci consente di attraversare il mondo senza considerare ogni persona una minaccia possibile.

Quando la violenza viene da dentro la relazione più intima, questo tessuto non si strappa soltanto: viene bruciato, sistematicamente, per anni. E con esso si brucia qualcosa del rapporto con il futuro, con l’idea che le cose buone possano durare, che l’amore non sia una trappola, che la vicinanza non sia pericolosa.

Leggere Gisèle Pelicot significa capire questo dall’interno, non come concetto astratto ma come esperienza narrata in prima persona. Significa smettere di pensare alla violenza come a un evento isolato e cominciare a vederla per quello che è: un processo, un’erosione, una riscrittura forzata di tutto ciò che una persona è e crede.

Perché leggerlo

Non lo suggerisco perché è utile, nel senso pragmatico del termine. Lo suggerisco perché è necessario, nel senso più profondo: necessario come lo sono le cose che allargano la nostra capacità di capire gli altri, che ci rendono meno soli nei nostri dolori e meno ignoranti in quelli altrui.

Gisèle Pelicot ha scelto di non sparire. Ha rinunciato all’anonimato, ha preteso il processo pubblico, ha scritto questo libro. Ogni scelta è stata un atto di resistenza contro la logica della vergogna, che da sempre vuole che siano le vittime a tacere e a nascondersi. Come ho scritto in un altro articolo, il silenzio non protegge nessuno: protegge solo chi ha interesse a che certe cose non vengano dette.

Il meno che possiamo fare è ascoltare.


Un inno alla vita di Gisèle Pelicot, pubblicato in Italia da Rizzoli.

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