11 Set 2026 · articolo, Calabria, Società

Un nome non basta a tenerci insieme

Incisione a due colori: un cerchio di figure nere che si tengono per mano, con un posto vuoto e un piccolo fuoco rosso a terra

Denise Cosco è morta a 35 anni. Per chi è cresciuto nelle reti antimafia era un nome senza volto che teneva insieme tutti. Questo pezzo non parla di lei: parla di che cosa le abbiamo chiesto senza dirglielo, e del noi che dobbiamo ricostruire senza appoggiarlo a un altro nome.

Denise Cosco è morta il 10 settembre, a 35 anni. Era la figlia di Lea Garofalo, la testimone di giustizia di Petilia Policastro uccisa a Milano nel novembre 2009 dall’uomo che di Denise era il padre. A diciott’anni ne aveva denunciato la scomparsa e aveva testimoniato contro di lui; nel 2012 erano arrivati gli ergastoli. Poi un’identità di copertura, un lavoro normale, un figlio che oggi ha quasi quattro anni, e un silenzio pubblico che ha difeso fino alla fine. Aveva la stessa età che aveva sua madre quando è stata uccisa.

Voglio scrivere di lei senza usarla, che è la cosa più difficile. Perché è esattamente quello che, per diciassette anni, molti di noi hanno fatto senza rendersene conto.

Voglio scrivere di lei senza usarla, che è la cosa più difficile.

Il nome che bastava

Per chi è cresciuto dentro le reti antimafia, in Calabria e non solo, Denise non aveva un volto. Non doveva averlo: viveva sotto protezione. Aveva un nome, e il nome bastava. Lea era la madre uccisa; Denise era la figlia viva, la dimostrazione che si può nascere in una famiglia di ‘ndrangheta e scegliere altro. Il suo nome passava nei presìdi, nelle scuole, nelle marce del 21 marzo, nei post che scrivevamo ogni 24 novembre. Era il nome che ci collegava emotivamente. Uno sprone, e insieme un impegno che ci sembrava di aver preso con lei. Non con lei: con l’idea di lei.

Lea e Denise, le date

1974: Lea Garofalo nasce a Petilia Policastro, nel Crotonese. 1991: a Milano nasce Denise. 2002: madre e figlia entrano nel programma di protezione. 2008: la protezione viene ritirata. 24 novembre 2009: Lea viene uccisa a Milano. 2012: ergastolo per Carlo Cosco e i complici, con la testimonianza di Denise. 19 ottobre 2013: funerali pubblici a Milano. 2018: Denise esce dalla tutela e vive con un’altra identità. 10 settembre 2026: muore a 35 anni, l’età che aveva sua madre.

Una storia perfetta, una persona nascosta

Chi lavora con la comunicazione lo sa bene, ed è per questo che oggi non posso fingere di non saperlo. I movimenti hanno bisogno di storie, e le storie hanno bisogno di persone. La vicenda di Lea e Denise è una storia perfetta dal punto di vista narrativo: una madre, una figlia, un tradimento, una scelta, un processo, una sepoltura negata e poi restituita davanti a migliaia di persone. Ne sono nati libri, una serie internazionale, panchine rosse, targhe, giardini intitolati, lezioni nelle scuole. Tutto legittimo, molto necessario. Ma mentre la storia circolava con la velocità delle storie buone, la persona restava dov’era: dentro un’identità falsa, senza poter comparire, con addosso l’etichetta di «figlia di». La narrazione l’aveva promossa a simbolo; la vita le chiedeva di sparire. Due richieste opposte, con un solo punto in comune: nessuna delle due le permetteva di essere semplicemente Denise.

Incisione a due colori: un piedistallo nero vuoto con una corona d'alloro rossa e una figura che si allontana con una valigia
La narrazione l’aveva promossa a simbolo; la vita le chiedeva di sparire.

Il tempo lungo che nessuno copre

C’è poi una questione sociale che la comunicazione tende a coprire. Allo Stato, nel 2008, Lea Garofalo sembrò non più in pericolo e la protezione fu ritirata; un anno dopo era morta. Denise è rimasta sotto tutela fino al 2018, poi ha dovuto costruirsi una vita con un nome che non era il suo. Il sistema di protezione chiede alle persone di scomparire; il movimento chiede loro di apparire, almeno come nome. Nessuno dei due è attrezzato per il tempo lungo, quello che viene dopo la sentenza, dopo il funerale, dopo la serie. L’antimafia è fortissima nel momento del martirio e debolissima nel decennio successivo, quando il testimone ha bisogno di cose che non fanno notizia: un affitto, un lavoro, un pediatra, qualcuno con cui parlare senza dover raccontare tutto da capo.

Incisione a due colori: una porta nera chiusa con una targhetta rossa senza nome
La targhetta. Un nome che non era il suo.

Un noi che non si regge su un nome

E qui arriva il punto che riguarda noi. Un noi costruito sui nomi è un noi fragile, perché quando il nome cade, cade anche il noi. Ogni generazione dell’antimafia ha avuto i suoi: Peppino, Giovanni e Paolo, don Pino, Lea. A ogni nome abbiamo legato un’emozione collettiva, e l’emozione ha funzionato da collante. È la logica del testimonial, la stessa che usa qualunque marca: una persona che porta su di sé il valore di tutti. Il problema è che le mafie funzionano esattamente così, per nomi e cognomi, per famiglie e per eredità. Un’antimafia che risponde con altri nomi e altre eredità gioca la stessa partita con il segno cambiato. La ‘ndrangheta ti dice: tu sei un Cosco, un Garofalo. Noi le abbiamo risposto: no, lei è la figlia di Lea. Era un’altra appartenenza, ma sempre un’appartenenza assegnata da altri.

Un noi costruito sui nomi è un noi fragile: quando il nome cade, cade anche il noi.

Quello che serve, oggi, è ricostruire un noi che smetta di identificarsi nelle persone e si identifichi nelle lotte. Le lotte di giustizia appartengono a tutti i figli onesti di questa terra: a chi porta un cognome pulito e a chi ne porta uno sbagliato e ha scelto altrimenti, a chi ha la forza di testimoniare e a chi non ce l’ha e non deve vergognarsene, a chi sarà ricordato e a chi non sarà ricordato mai. Un noi così non ha bisogno di eroi vivi, e non ha bisogno di consumare persone per restare unito.

Il diritto a non essere un simbolo

Nessuno parla al posto dei testimoni. Nessun nome di persona viva diventa uno slogan senza il suo consenso. Il successo di una campagna si misura in quante persone sono meno sole, non in quante conoscono un nome.

Che cosa cambia nel modo di comunicare

In termini di comunicazione questo significa alcune cose concrete. Significa passare dal «nel nome di» all’«insieme a»: non parlare per conto dei testimoni, ma costruire le condizioni perché possano scegliere se, quando e come parlare. Significa riconoscere il diritto a non essere un simbolo, che è un diritto della persona esattamente come il diritto alla protezione. Significa non aggiungere i vivi alle liste dei morti mentre sono ancora vivi, e non trasformare un nome in hashtag prima che la persona abbia avuto il tempo di decidere che cosa vuole fare della propria storia. Significa misurare il successo di una campagna non da quante persone conoscono un nome, ma da quante persone sono meno sole. E significa, quando la notizia è quella di oggi, raccontarla con sobrietà: senza dettagli, senza spiegazioni semplici, senza consegnare alla ‘ndrangheta una vittoria che non ha ottenuto, e senza nemmeno il gesto opposto, quello di trasformare anche questa morte in un simbolo da usare.

Nota di metodo

Questo pezzo segue le indicazioni per raccontare un suicidio: nessun dettaglio sulle circostanze, nessuna causa unica, nessun titolo a effetto. Se stai attraversando un momento difficile, puoi chiamare Telefono Amico Italia al 02 2327 2327 oppure scrivere su telefonoamico.it.

Incisione a due colori: una lunga trave rossa portata sulle spalle da una fila di figure nere
Un peso che era nostro.

Denise Cosco ha portato per diciassette anni un peso che era nostro. Non le dobbiamo un’altra targa. Le dobbiamo un noi che non abbia più bisogno di un nome per stare in piedi.

Perché non troverete una foto

Denise non ha voluto immagini pubbliche per tutta la vita, e questo blog rispetta quella scelta. Al posto delle fotografie ci sono quattro incisioni a due matrici, nero e rosso su carta, senza volti.

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