Tre grammatiche della speranza. Macron, Lula, Starmer

Ottava uscita della serie. Dopo i due casi-monito, torniamo alle campagne che hanno vinto, ma allarghiamo lo sguardo oltre gli Stati Uniti e l’Italia. Perché una delle idee più utili di tutta questa serie è che la speranza non è un frame unico. È una lingua con molte grammatiche, e il bravo comunicatore sceglie quella giusta per il proprio contesto.
Prendiamo tre vittorie recenti, in tre Paesi diversi, costruite tutte sulla speranza ma in modi profondamente differenti.
Macron 2017: la speranza dell’outsider
In una Francia stanca e arrabbiata, Emmanuel Macron sceglie un registro sorprendente: l’entusiasmo. Fonda un movimento nuovo, «En Marche!», si presenta come qualcuno che viene da fuori i vecchi schieramenti, né destra né sinistra, e offre agli elettori una visione ambiziosa e ottimista di un Paese che può tornare a osare. La sua speranza è quella della novità e del movimento: mi metto in cammino, mettetevi in cammino con me. Funziona perché intercetta il desiderio di rompere con un sistema percepito come bloccato, e trasforma l’esasperazione in slancio invece che in rabbia.
Lula 2022: la speranza che vince la paura
In un Brasile lacerato e polarizzato, Lula usa una grammatica completamente diversa. La sua è una speranza di battaglia, condensata in una formula potentissima: «a esperança venceu o medo», la speranza ha vinto la paura. Qui l’ottimismo non è slancio verso il nuovo, è contrapposizione morale. Da una parte la paura, l’odio, la divisione; dall’altra la speranza, l’amore, la democrazia. È un frame che nasce per un Paese spaccato in due, dove non si tratta di sedurre gli indecisi con una visione, ma di mobilitare un campo contro un altro attorno a un’idea di civiltà. La stessa parola, speranza, ma piegata a una funzione opposta a quella di Macron.
Macron usa la speranza per sedurre, Lula per combattere, Starmer per rassicurare. Tre volte la stessa parola, tre grammatiche diverse, tre contesti diversi.
Starmer 2024: la speranza sobria del ritorno
Nel Regno Unito, dopo anni di caos e stanchezza, Keir Starmer vince con un registro ancora diverso, quasi opposto all’entusiasmo di Macron. La sua parola d’ordine è «Change», cambiamento, ma il tono è misurato, adulto, mai messianico. Parla della speranza come di una luce che all’alba è pallida e si rafforza piano. Non promette miracoli, promette serietà, competenza, un ritorno alla normalità dopo il disordine. È la speranza del rinnovamento sobrio, adatta a un elettorato che non vuole più sognare, vuole solo tornare a fidarsi.
Come si traduce, oggi, in un comune
Ecco la lezione, ed è forse la più strategica di tutta la serie. Prima di scegliere le parole, scegli la grammatica, e per farlo devi leggere lo stato d’animo del tuo territorio. Non esiste una speranza giusta in assoluto, esiste quella giusta per quel luogo, in quel momento.
Poniti tre domande. La tua comunità ha soprattutto voglia di sognare qualcosa di nuovo, di rompere con un sistema fermo? Allora la grammatica dell’outsider, del movimento, dello slancio, come in Macron, può essere la tua. È un territorio profondamente diviso, dove le persone si sentono in trincea e chiedono un campo a cui appartenere? Allora la speranza-contro-la-paura, come in Lula, mobilita più di qualsiasi visione. Oppure è un luogo stanco, deluso da promesse tradite e caos amministrativo, che non vuole più grandi parole ma solo cose che funzionino? Allora la sobrietà competente di Starmer, un cambiamento pacato e credibile, vale più di mille entusiasmi. Sbagliare grammatica è come parlare la lingua giusta con l’accento sbagliato: le parole sono corrette, ma non arrivano.
Nella prossima e ultima puntata tiriamo le fila di tutto. Prendiamo le lezioni raccolte in questo viaggio, da Reagan fino a qui, e le trasformiamo in un metodo concreto per costruire, passo dopo passo, la comunicazione della speranza di una campagna vera.
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Tommaso Scicchitano è scrittore e si occupa di comunicazione: dà forma a messaggi pubblici che vogliono essere ascoltati, non solo gridati. Affianca chi fa politica in modo riformista nel costruire una voce chiara, credibile e capace di parlare ai bisogni reali delle persone, senza rincorrere l’avversario sul suo terreno.
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