Flavio Stasi, un figlio di questa terra

Mercoledì 28 ottobre, all’alba, i carabinieri hanno bussato alla porta di Flavio Stasi, sindaco di Corigliano-Rossano. Non scrivo queste righe per difenderlo a oltranza e nemmeno per accusarlo: non ne ho né il titolo né le carte. Le scrivo perché Flavio è un amico, perché è un figlio di questa terra, e perché quello che gli è successo dice qualcosa di tutti noi.
L’alba del 28 ottobre
La notizia ha prodotto, in chi lo conosce, quella che un giornale calabrese ha chiamato «una vertigine». Il giorno prima era a Cassano all’Ionio, a un’iniziativa pubblica contro le infiltrazioni mafiose, a chiedere sostegno per gli amministratori che difendono la legalità. Il giorno dopo era agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico. Chi vive in Calabria sa che le due cose, purtroppo, non si escludono. E questo è esattamente il punto.
I fatti, senza aggettivi
L’operazione si chiama «Ginestra». L’ha coordinata la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, guidata dal procuratore Salvatore Curcio; l’ordinanza l’ha firmata la gip Fabiana Giacchetti. I carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Cosenza hanno eseguito 41 misure cautelari: 24 in carcere, 17 ai domiciliari. Le accuse, a vario titolo, vanno dall’associazione mafiosa all’omicidio, dalle armi alle estorsioni, fino al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’indagine è partita nel 2021 dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e riguarda le cosche attive tra Corigliano-Rossano, Sibari e Cassano allo Ionio.
A Flavio Stasi viene contestato un solo reato: lo scambio elettorale politico-mafioso, in relazione alle comunali del giugno 2024, vinte al primo turno con il 64,8 per cento. Secondo l’accusa, avrebbe promesso un posto di lavoro «presso il Comune, nel cimitero o comunque presso enti collegati» ad Annibale Matalone, ritenuto affiliato alla cosca locale, in cambio di voti. L’intermediario sarebbe stato Vincenzo Curia, anche lui ai domiciliari.
Cosa c’è nelle carte, per quanto si è potuto leggere finora. Ci sono intercettazioni in cui Matalone dice di votare Stasi e di fargli votare «una ventina» di persone. C’è Curia che racconta di un interesse del sindaco a incontrarlo prima del voto. C’è un filmato del 16 maggio 2024 davanti al comitato elettorale: Curia e Matalone che arrivano, Stasi che si allontana salutando «gli astanti sull’altro lato della strada». Cosa non c’è: nessuna telefonata tra Stasi e Matalone, nessun incontro diretto ripreso, nessuna assunzione avvenuta. Lo stesso Matalone, intercettato, dice di non aver mai frequentato il sindaco. Ai domiciliari è finito anche Pietro Lucisano, consigliere di opposizione eletto nella coalizione avversaria, per un presunto patto con un altro indagato.
Questo è l’impianto. Sarà il processo a dire se regge. Nel frattempo vale per Flavio ciò che vale per gli altri quaranta: nessuno è colpevole prima di una sentenza definitiva.
La storia che viene prima delle carte
Un’ordinanza fotografa un mese di una vita. Una storia dura vent’anni. Chi ha condiviso con Flavio le battaglie di quando era ancora uno studente universitario le ha ricordate in queste ore: la discarica di Bucita, la ferrovia ionica, la gestione dei rifiuti. Sono le lotte di chi, in Calabria, sceglie di restare e di sporcarsi le mani con la cosa pubblica invece di andarsene.
Da sindaco ha fatto abbattere ecomostri abusivi della criminalità, ha litigato con le multinazionali, ha preteso centinaia di milioni per il dissesto idrogeologico di una città di quasi ottantamila abitanti nata da una fusione difficile. Lo ha pagato. Fernando Pignataro, segretario regionale di Sinistra Italiana, lo ha detto con le parole più nette di tutte: per questa battaglia contro le mafie Flavio «ha già pagato prezzi pesanti, subendo intimidazioni ed essendo stato sottoposto a tutela». Un sindaco minacciato dalla ‘ndrangheta e accusato di averci fatto un patto: le due cose stanno nella stessa ordinanza, e chi legge deve tenerle insieme.
E poi c’è l’ultimo mese. Flavio era in mezzo agli agricoltori e agli autotrasportatori che bloccavano le strade per il prezzo del gasolio, mentre dal governo arrivava il sospetto di infiltrazioni criminali nelle proteste. «Se chi protesta è un criminale, allora ci costituiamo tutti», aveva detto. Non è un dettaglio di colore: è il modo in cui ha sempre fatto politica, con il corpo in piazza e la schiena dritta, e la ragione per cui così tanta gente, ieri, non ci ha creduto «neanche vedendolo».
Le reazioni: un coro raro, e due stonature
La prima cosa da notare è che la solidarietà è arrivata da sponde che non si parlano mai. Il presidente della Regione Roberto Occhiuto, che con Stasi ha avuto scontri «aspri», ha detto che oggi nulla di quello conta e che «il garantismo non è indulgenza». Franz Caruso, sindaco di Cosenza e penalista, ha chiesto di non fare «processi anticipati». Sandro Principe, da Rende, ha parlato di un giovane sindaco con «amore viscerale» per la sua comunità. Il Pd regionale ha ricordato che una misura cautelare non è una condanna e ha chiesto rispetto per la città. Rifondazione ha contestato l’impianto accusatorio punto per punto e ha definito il braccialetto elettronico «una forzatura». Mimmo Lucano ha parlato di una «trappola» contro un politico «che fa paura». La Giunta comunale ha scritto che le inchieste contro la ‘ndrangheta sono un fatto positivo e atteso, e che non ha dubbi sull’estraneità del sindaco.
Ma la voce che mi è parsa più giusta, perché tiene insieme la fiducia nella magistratura e la fedeltà a una persona, è quella di Sinistra Italiana. Fernando Pignataro non ha chiesto che l’inchiesta si fermi: ha chiesto che «si faccia in fretta, nell’interesse della persona e dell’istituzione che rappresenta», convinto che «la linearità e la trasparenza del suo modo di essere e di agire saranno riconosciute in tutte le sedi». E Angelo Broccolo, sempre di Sinistra Italiana, ha scritto quello che molti pensavano senza trovare le parole: «Non ci credo nemmeno se lo vedo. Forza Flavio!». Non è negazionismo: è il credito che una persona si guadagna con vent’anni di atti pubblici.
Poi c’è la piazza digitale. Peppe Voltarelli ha scritto di avere «piena fiducia nel tuo lavoro». Gioacchino Criaco ha definito i domiciliari «un colpo secco in faccia a moltissimi calabresi che ancora sperano». Gianfranco Trotta, Cgil, ha trovato una frase di equilibrio: la vicinanza umana non sostituisce la giustizia, e il rispetto della giustizia non esclude la solidarietà. E in mezzo, centinaia di persone comuni: «Se Flavio Stasi è un mafioso, arrestateci tutti», «con chi non piega la schiena».
Le due stonature. La prima è Fratelli d’Italia, che a poche ore dall’arresto ha diffuso una nota per chiedere conto a Conte, Schlein e Tridico del «modello del campo largo», legando l’inchiesta alla protesta dei tir. Nessun riferimento alla presunzione di innocenza che lo stesso partito invoca, giustamente, per i propri. La seconda stonatura è più sottile e riguarda anche chi ama Flavio: lo slogan «arrestateci tutti» è bello come grido e pericoloso come ragionamento. Non ci serve un santo da difendere a prescindere. Ci serve una verità processuale rapida, e nel frattempo un uomo da non lasciare solo.
Non ci serve un santo da difendere a prescindere. Ci serve una verità processuale rapida, e nel frattempo un uomo da non lasciare solo.
L’aria che respiriamo
Qui voglio arrivare. Non alla colpevolezza o all’innocenza di Flavio, che non mi compete, ma alla terra in cui tutti noi siamo costretti a vivere. Una terra ‘ndranghetista e paramafiosa non è una terra dove ci sono i mafiosi. È una terra dove la mafia è un’atmosfera: inquina le relazioni, inquina la verità, inquina perfino l’antimafia, inquina l’aria e l’ambiente nel senso più letterale, con i rifiuti interrati, gli ecomostri e le coste divorate.
In una società così, nessuno sceglie i propri elettori. Un uomo che ha una cosca a due isolati dal comitato elettorale non può impedire che qualcuno, in un ristorante, dica «lo voto e lo faccio votare». Può solo non pagare quel voto. Ed è precisamente questo che il processo dovrà accertare: non se un affiliato abbia votato Stasi, ma se Stasi abbia venduto qualcosa in cambio. Fino a quel momento l’unica cosa certa è che la ‘ndrangheta ha una capacità che nessun altro ha: sporcare chiunque tocchi, anche solo con la propria vicinanza, anche solo con una frase intercettata.
Questa è la trappola del paramafioso, che è più vasto della mafia e la nutre. Il paramafioso è la zona grigia dove la raccomandazione è normale, dove il posto al cimitero è un patrimonio da lasciare al figlio, dove la gente ragiona così perché per decenni la politica l’ha educata così. In quel ristorante del 6 maggio 2024 nessuno dei presenti pensava di fare qualcosa di strano. Pensavano di fare politica come si fa in Calabria. Ed è esattamente questo il male che Flavio ha combattuto per vent’anni, e dal quale nessuno di noi, nemmeno lui, può dirsi immune per il solo fatto di combatterlo.
Per questo trovo giuste le parole della sua Giunta: l’inchiesta contro le cosche della Sibaritide è un fatto positivo, atteso da anni. Chi vuole davvero bene a Flavio non deve augurarsi che l’inchiesta crolli; deve augurarsi che vada fino in fondo, perché solo così si saprà chi ha venduto e chi no. E deve chiedere ai magistrati la stessa cosa che chiede ai politici: rigore, prove, e una velocità che non lasci un uomo sotto scorta a difendersi per anni da un’accusa costruita su parole dette da altri.
Nella cisterna
Geremia 38,1-13
Il profeta Geremia viene gettato in una cisterna, nel fango, perché le sue parole «scoraggiano il popolo». Non lo salva un amico di partito. Lo salva Ebed-Melec, uno straniero, un etiope di corte, che ha il coraggio di andare dal re e dire: quest’uomo sta morendo nel fango, tiratelo fuori. Ci vogliono trenta uomini e delle corde, e dei vecchi stracci messi sotto le ascelle perché le corde non lo feriscano.
Non so se Flavio sia Geremia; nessuno lo sa, ed è questo il punto della cisterna. Ma so che una terra paramafiosa è una cisterna in cui tutti rischiano di finire, e so che Ebed-Melec non chiede al re se Geremia abbia detto cose giuste. Chiede che non muoia nel fango mentre si decide. Gli stracci sotto le corde sono la cosa che mi ha sempre commosso di quel racconto: è la delicatezza con cui si tira fuori qualcuno senza fargli ancora più male. La solidarietà senza giustizialismo e la giustizia senza gogna sono quegli stracci.
E poi c’è Gesù che dice: «Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Matteo 10,16). In Calabria la prudenza l’abbiamo imparata fin troppo bene; è la semplicità che ci manca. La semplicità di dire: aspettiamo le prove, e intanto stiamo accanto a chi è nel fango.
Ebed-Melec non chiede al re se Geremia abbia detto cose giuste. Chiede che non muoia nel fango mentre si decide.
Un figlio di questa terra
Flavio Stasi è un figlio di questa terra. Lo è nel bene, che è tanto e documentato da vent’anni di atti pubblici. E lo è anche nel senso che nessuno di noi può scegliere l’aria che respira: siamo tutti costretti a vivere in una società che inquina ciò che tocca, e nessuno ne esce con i polmoni puliti solo perché ha gridato più forte degli altri.
Quello che ha dimostrato con la sua storia non lo cancella un’ordinanza, così come un’ordinanza non lo assolve. Chiedo per lui ciò che chiederei per chiunque, e che da prete ho chiesto per gente molto meno simpatica: un processo giusto e rapido, il rispetto della presunzione di innocenza, e una comunità che non lo lasci solo nel fango mentre si decide. Sorelle e fratelli di Corigliano-Rossano, di Cosenza, di tutta la Calabria: tiriamo fuori gli stracci.
Questo pezzo non è un’inchiesta: è una riflessione. Se avete un documento che smentisce qualcosa di ciò che ho scritto, mandatemelo e lo pubblico con la stessa evidenza. Se condividete il senso, fatelo girare: non per Flavio soltanto, ma per tutte le persone per bene che in questa terra tengono la schiena dritta.
Fonti
- Il Fatto Quotidiano, le intercettazioni dell’ordinanza, 28 ottobre 2026.
- Il Post e Sky TG24, il quadro dell’operazione e i reati contestati, 28 ottobre 2026.
- Cosenza Channel, le reazioni istituzionali; LaC News24, Pd, Lucano e Rifondazione; Ansa, la nota della Giunta comunale.
- Calabria 7, le reazioni sui social; Open, Stasi e la protesta degli agricoltori.
- Fratelli d’Italia, la nota dei componenti della commissione Antimafia.
- Foto: BlackJester82, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.
Ti piace quello che leggi?
Articoli, podcast e storie ogni settimana. Zero rumore.
Iscriviti alla newsletterContinua a leggere
← Le sette pietre e le streghe di Vito. Un weekend tra Castelmezzano e Pietrapertosa



Lascia un commento