Fa acqua da tutti gli oblò. La coscienza prima della strage di Cutro

Al processo sui mancati soccorsi di Steccato di Cutro hanno deposto gli uomini della Guardia di finanza. Guardandoli in volto, ho provato a immaginare le loro coscienze in quella notte: strette tra un protocollo che non obbligava nessuno e un mare che non permetteva niente. E a chiedermi che cosa sia una coscienza che sa andare oltre il protocollo. Una domenica con i marinai di Giona.
Volti scavati dal mare
Venerdì a Crotone hanno deposto gli uomini della Guardia di finanza: chi comandava, chi navigava, chi stava in sala macchine. Non sono imputati. Eppure sul banco avevano tutti la postura di chi si difende, e tra il pubblico c’erano loro colleghi in borghese che non nascondevano il fastidio.
Li guardavo in faccia, dalla mia panca in fondo all’aula. Hanno volti scavati, di quelli che fa il mare a chi ci lavora: il sale, il vento, il sole a picco che per ore rimbalza sull’acqua e cuoce la pelle sotto gli occhi. Sono facce che non appartengono a un ufficio. Appartengono a una plancia, a una controplancia aperta, a una sala macchine. E mentre rispondevano con le parole che si usano in tribunale, ho provato a leggere quelle facce come si legge una carta nautica: che cosa c’era dietro, quella notte, oltre il protocollo. Quello che segue non è cronaca. È quello che immagino sia successo dentro quegli uomini, in una notte di febbraio di tre anni fa.
Mare permettendo
Comincio dall’ironia, perché in questa storia ce n’è una, amara, e fingere di non vederla sarebbe disonesto. È l’ironia di una notte in cui tutto era in regola. Una segnalazione arrivata per i canali giusti, letta dalle persone giuste, classificata nella categoria giusta. Un’operazione che era di polizia e non di soccorso, perché nessuno aveva certificato che quella barca fosse in pericolo, e senza certificazione il pericolo, per il protocollo, non esiste. Mezzi che sono usciti quando era previsto che uscissero e sono rientrati quando il mare lo ha imposto. Comandanti che avevano facoltà di decidere, e hanno deciso. Tutto corretto. Tutto difendibile. E novantaquattro morti a poche decine di metri dalla riva, trentacinque erano bambini.
«Mare permettendo» è una formula di mare, vecchia e onesta: vuol dire che l’ultima parola ce l’ha il mare. Ma quella notte, messa dentro una catena di comunicazioni tra uffici, è diventata un’altra cosa: è diventata il modo in cui una macchina dice che nessuno andrà, senza che nessuno debba dirlo. Ecco l’ironia che mi ferisce. Non che gli uomini abbiano sbagliato, ma che il sistema fosse costruito in modo che nessuno sbagliasse e nessuno arrivasse.
Immagino un uomo in sala macchine
Immagino un uomo, verso mezzanotte, in un porto. Ha fatto il pieno di carburante, perché la notte sarà lunga. Poi scende in sala macchine e trova acqua. Non molta, ma c’è: è entrata dagli oblò, perché i colpi di mare delle ore prima hanno allentato le manopole che li tengono chiusi. Si mette a stringerle, una per una, con le mani fredde. Sopra di lui, intanto, si decide se uscire o no, e lui non lo sa. Sa solo che la barca deve tenere, e che tenere dipende da quelle manopole.
Ecco, questa è la prima coscienza che voglio onorare, e la onoro perché non ha niente di eroico. È la coscienza di chi fa bene la cosa piccola che gli compete, mentre sopra di lui le cose grandi vanno storte. Quella notte la barca dello Stato faceva acqua dagli oblò, e qualcuno, in basso, la teneva a galla a mano. Non è una metafora che ho inventato io: è successo, ed è la cosa di venerdì che mi porto a casa, perché dice tutto.

Immagino un altro uomo
Poi immagino un altro uomo, e qui l’immaginazione deve lavorare di più. È uno di quelli che quella notte avevano tutto davanti: la segnalazione, la foto, la rotta, la velocità, il bollettino del mare, la scheda tecnica dei propri mezzi. Uno che sapeva quanto regge la sua barca e quanto vede il suo radar. Uno che sapeva, con qualche ora di anticipo, che con quel mare non sarebbe arrivato a quaranta miglia, e che forse non sarebbe arrivato nemmeno a dieci.
Immagino la sua coscienza, verso le undici e mezza di sera, mentre il protocollo gli dice che è tutto a posto. Immagino che senta un disagio, e che lo soffochi con la cosa più facile: non c’è una situazione di pericolo certificata, quindi non c’è un obbligo. E immagino, perché è questo che il domenicale vuole dire, un uomo che quel disagio non lo soffoca. Che guarda il mare, guarda la sua barca, e dice la frase più difficile che un uomo in divisa possa dire: io non posso andare oltre. Non lo dice al vento. Lo dice al superiore, che magari non vuole sentirlo. Lo dice alla sala operativa, che lo scriverà. E poi alza il telefono e chiama l’altra amministrazione, quella che quella notte aveva le motovedette capaci di reggere quel mare, e le dice: noi non ce la facciamo, uscite voi, adesso, non alle quattro.
So che quella telefonata, così, non c’è stata. Tra la segnalazione della sera e la prima chiamata di aiuto dalla spiaggia sono passate ore, e in quelle ore ogni ufficio ha fatto la propria parte dentro il proprio recinto. Non accuso nessuno di non aver fatto quella chiamata: non so chi avrebbe dovuto farla, e il processo è lì per dirlo. Dico una cosa diversa: che la coscienza di cui abbiamo bisogno, in mare e fuori, è quella che sa uscire dal recinto. Che quando ha in mano tutti gli strumenti per valutare il rischio non si nasconde dietro il fatto che nessuno l’ha obbligata. Che accetta di esporsi: ai superiori, a una nota di servizio, a una politica che le ha dato barche da costa per un mare d’altura e le ha chiesto di cavarsela. Una coscienza così arrostisce. Ma sceglie.
Il sistema era costruito in modo che nessuno sbagliasse e nessuno arrivasse.
I marinai di Giona
Mi è tornato in mente il primo capitolo di Giona. Non il profeta, che dorme nella stiva mentre la nave rischia di spezzarsi: i marinai. Sono uomini di mare, e fanno tutto quello che il mestiere prevede. Gettano il carico per alleggerire la nave. Pregano, ognuno il suo dio. Tirano a sorte per sapere di chi è la colpa. E quando Giona dice loro di buttarlo in mare, non lo fanno: remano con forza per raggiungere la terra, e non ci riescono, perché il mare si fa sempre più tempestoso contro di loro (Giona 1,13).
Fin qui sono dentro il protocollo. Poi fanno il passo che il protocollo non prevede. Si fermano, capiscono che remare non basta, e si rivolgono a un Dio che non è il loro con una preghiera da imputati: non farci perire per la vita di quest’uomo, non metterci addosso del sangue innocente (Giona 1,14). E scelgono. Prendono Giona e lo gettano in mare. Non è una bella scelta; è una scelta che brucia, e la Bibbia non la addolcisce. Ma è loro, l’hanno fatta in coscienza, con tutti gli elementi che avevano, e se la sono presa addosso. Il mare si calma. E quegli uomini, dice il testo, temettero grandemente il Signore.
Quello che mi colpisce è che il libro di Giona, che è un libro sulla misericordia, non ha una parola di condanna per quei marinai. Hanno remato finché hanno potuto; quando non hanno potuto più, non si sono messi a dormire nella stiva. Hanno scelto, e hanno pregato di non essere giudicati per una morte che non volevano. Mi sembra la preghiera più onesta che un uomo in divisa possa fare dopo una notte come quella. E mi sembra anche che Dio la ascolti.
La coscienza che arrostisce, ma sceglie
Chi giudica la coscienza di questi uomini? Non io, di certo, e nemmeno il tribunale: a Crotone si giudicano condotte, in capo a sei persone precise, e la coscienza è un’altra cosa. Su quella Paolo ha scritto una riga che vale per loro come per me: non ho coscienza di alcuna colpa, non per questo però sono giustificato; colui che mi giudica è il Signore (1 Corinzi 4,4). Due cose insieme, tutte e due vere: che un uomo possa aver fatto tutto ciò che il protocollo gli chiedeva, e dormire la notte; e che il protocollo non sia l’ultimo tribunale.
Perché c’è una tradizione, che è la mia, in cui la coscienza viene prima della regola, e non per capriccio: bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini (Atti 5,29). Non è una frase per disertori. È una frase per chi resta al suo posto e, da quel posto, sa dire di no a una regola che quella notte stava portando tutti a non muoversi. Sa dire: non posso andare oltre, chiamate chi può. Sa esporsi. E sa che per questo, il giorno dopo, potrebbe pagare.
Resta l’ultima domanda, che non è per i testimoni di venerdì. Se la coscienza di questi uomini era stretta tra un mare forza cinque e un protocollo che non obbligava nessuno, la domanda vera è per chi quel protocollo l’ha scritto, e per chi ha deciso che il mare davanti alla Calabria si sorveglia così: con operazioni di polizia che non prevedono il soccorso, con accordi che scattano solo dopo una certificazione, con mezzi da costa mandati al largo. È una scelta, e una scelta ha un indirizzo. Il processo giudica una notte. La notte giudica una politica.
La foto che accompagna questa domenica è una tavola del caicco, con quattro lettere del nome: Summer Love. La mattina del 26 febbraio 2023 Bruno Palermo, giornalista di Crotone, fu tra i primi ad arrivare sulla spiaggia di Steccato, e da allora la conserva con cura. Lo ringrazio per avermela affidata un pomeriggio davanti all’obiettivo, e soprattutto per averla custodita per tre anni: anche questo è un modo di tenere a galla qualcosa con le mani.
Sorelle e fratelli, questa domenica prego per chi è sceso a stringere le manopole degli oblò, e per tutti quelli che tengono a galla con le mani una barca che altri hanno armato male. Prego per i novantaquattro di Steccato di Cutro, verso cui nessuno ha remato. E prego per la coscienza che arrostisce: perché non si addormenti nella stiva, e quando non può andare oltre lo dica forte, e chiami chi può.
I domenicali precedenti sul processo: Voi siete miei testimoni. Il calendario delle udienze e le cronache sono nella pagina Il processo di Cutro. Prossima udienza: martedì 3 novembre, Tribunale di Crotone.
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E cosi, è sempre un problema di coscienza