Le sette pietre e le streghe di Vito. Un weekend tra Castelmezzano e Pietrapertosa

Un fine settimana di ottobre nelle Dolomiti Lucane, in buona compagnia: Castelmezzano di notte, Pietrapertosa al mattino e, in mezzo, il sentiero che i contadini percorrevano a piedi e che oggi si chiama Percorso delle Sette Pietre. Un luogo bello da vedere, e ancora di più da leggere: perché qui la roccia racconta streghe, sortilegi e voli, e chi sa ascoltare ci trova un pezzo della storia profonda del Sud.

Arrivare di notte
A Castelmezzano siamo arrivati che faceva buio. È il modo giusto, credo. Di giorno il paese si lascia guardare: le case color sabbia, le guglie di arenaria che lo sovrastano, il cielo largo. Di notte invece si lascia ascoltare. Le luci gialle seguono le strade come un filo, la roccia sopra diventa una presenza scura che non si vede ma si sente, e ogni vicolo sembra portare da qualche altra parte rispetto a dove pensavi di andare.
Abbiamo camminato senza meta per più di un’ora. Basoli consumati, archi bassi, scale che salgono e poi scendono, una finestra accesa in mezzo a una vite diventata rossa. Io fotografavo soprattutto le pietre, perché a Castelmezzano le pietre sono la prima cosa che parla.



Poi, in una stradina in salita, un gatto nero ci ha tagliato la strada. Ho fatto in tempo a scattare, e ho pensato che eravamo nel posto giusto. In tutta la Lucania delle storie popolari le streghe, le masciare, prendevano forma di gatto per entrare nelle case di notte. Il giorno dopo avremmo camminato proprio sulle loro tracce.


Pietrapertosa, la mattina
Pietrapertosa sta dall’altra parte della valle, più in alto, attaccata a una parete di roccia che sembra tenerla in braccio. Il quartiere più antico si chiama Arabata: la tradizione lo lega agli Arabi che nel IX secolo si sarebbero insediati qui. Le case sono piccole, scavate in parte nella roccia, le scale si chiamano scalelle.

Il primo incontro della mattina è stato un mulo. Carico di legna, con i fiocchi colorati sulla testa, saliva le scale verso il castello come se le conoscesse una per una. Nessuna messa in scena: in un paese fatto di gradini, il mulo resta il mezzo più sensato per portare la legna in alto. È qui che il turismo e l’etnologia si toccano. Quello che il visitatore fotografa come pittoresco, per chi ci vive è semplicemente il modo in cui si è sempre fatto.

L’inferno sul muro
Poi siamo entrati in una delle chiese del paese. E lì, su una parete, l’inferno. Un affresco antico, in parte perduto, mostra un corteo di dannati nudi spinti da diavoli neri con le zampe da uccello rapace; più in là, una grande caldaia sul fuoco, e dentro uomini e donne con la corona in testa. Re e regine, cioè: nessuno è escluso dal giudizio, nemmeno i potenti. È una predica dipinta, pensata per chi non sapeva leggere.


Guardando quel muro ho pensato che questa è l’altra faccia delle storie di streghe. Da una parte la Chiesa che dipingeva il male per insegnare a temerlo; dall’altra la gente che il male lo combatteva con i propri mezzi: un’orazione sussurrata, un nastro rosso, un piatto d’acqua con l’olio. Due modi di stare davanti alla paura, nello stesso paese, a pochi metri di distanza.
Il Percorso delle Sette Pietre
Il sentiero che unisce Castelmezzano e Pietrapertosa è un’antica mulattiera contadina. Sono circa due chilometri: si scende fino al torrente Caperrino, nel fondovalle, e si risale dall’altra parte. Si fa in un’ora e mezza, due ore se ci si ferma, ed è gratuito. Da qualche anno è diventato una passeggiata letteraria: lungo il cammino sette tappe, segnate da pietre e sculture, raccontano le storie di Vito ballava con le streghe, il libro in cui Mimmo Sammartino ha raccolto le leggende che la gente di qui si tramandava a voce.

Le tappe hanno parole per nome: destini, incanto, sortilegio, volo, ballo, delirio. È la parabola di una notte di streghe: c’è il destino che ti segna, l’incanto che ti prende, il sortilegio, il volo verso il sabba, la danza, e alla fine il delirio. In alcune tappe le pietre parlano davvero: al passaggio partono voci, suoni e musiche che raccontano la storia di Vito.

Camminando sotto le querce abbiamo incontrato pietre piantate in verticale, come piccoli menhir, e una piramide di lastre sovrapposte. È bene dirlo con chiarezza: non sono resti preistorici, sono installazioni contemporanee. Ma funzionano, perché toccano qualcosa di antico. La pietra eretta in mezzo al bosco è uno dei gesti più vecchi dell’umanità: segnare un luogo, dire che lì è successo qualcosa, che lì il cielo e la terra si sono parlati.

Che cosa c’è sotto le storie di streghe
Le leggende del percorso non sono folklore da cartolina. Hanno radici precise, e qualcuno le ha studiate sul serio. Negli anni Cinquanta l’antropologo Ernesto de Martino girò la Lucania con un’équipe di studiosi, fotografi e musicologi; ad Albano di Lucania, a pochi chilometri da qui, raccolse testimonianze su fatture, malocchio e fascinazione. Ne nacque Sud e magia, uscito nel 1959 e ancora oggi uno dei libri più importanti per capire il Mezzogiorno.
La tesi di de Martino è semplice e potente. La magia, per i contadini lucani, non era superstizione oziosa: era una tecnica per non soccombere. In una vita esposta a tutto (la fame, la malattia, la morte dei figli, il padrone, la grandine) il rito permetteva di dare una forma al male e quindi di affrontarlo. Senza quella forma, la persona rischiava quello che lui chiamava la crisi della presenza: il crollo, lo smarrimento di sé. Le streghe di Vito, allora, sono il rovescio di questa storia: la paura che la comunità mette in racconto per poterla abitare.
Il lato esoterico, distinguendo
So che chi arriva fin qui spesso cerca il mistero. Il percorso lo offre, e non c’è niente di male a lasciarsi suggestionare. Ma vale la pena distinguere tre piani.
Quello che è documentato. Le pratiche magiche popolari lucane, le orazioni contro il malocchio, la figura della masciara che sa «legare» e «sciogliere», sono attestate dalla ricerca etnografica e in parte sopravvivono ancora oggi, soprattutto nelle case degli anziani.
Quello che è leggenda. Il volo delle streghe, l’unguento spalmato sotto le ascelle, il sabba notturno, le donne che diventano gatti: sono racconti, e il libro di Sammartino li tratta da racconti. Raccontano più chi li narrava che le streghe stesse.
Quello che è suggestione d’oggi. Le pietre erette, la piramide, i suoni che partono nel bosco: sono scelte di allestimento, belle e intelligenti, che usano il linguaggio dell’esoterismo per farci entrare nella storia. E poi c’è il numero sette, che non è scelto a caso: è il numero della completezza in quasi tutte le tradizioni, dai giorni della creazione ai sette pianeti degli antichi. Sette tappe vogliono dire un cammino compiuto.
Poi c’è la roccia stessa. Chi guarda le guglie delle Dolomiti Lucane ci vede figure: teste, becchi, profili. È un esercizio antico quanto l’uomo, e qui è facile capire perché questi paesi abbiano prodotto tante storie. Un paesaggio così non si può guardare senza immaginare che qualcuno ci abiti dentro.

Il valore di questi luoghi
Castelmezzano e Pietrapertosa sono tra i Borghi più belli d’Italia, e sono famosi soprattutto per il Volo dell’Angelo, il cavo d’acciaio su cui ci si lancia da un paese all’altro sospesi sul vuoto. È un’attrazione che ha portato gente e lavoro, e va bene così. Ma il Percorso delle Sette Pietre propone un turismo diverso, più lento: invece di sorvolare la valle, la attraversi a piedi, scendi fino al torrente, senti la fatica della salita come la sentivano i contadini che la facevano ogni giorno.
Il suo valore sta tutto lì. Tiene insieme il paesaggio (le querce, le guglie, l’acqua), la memoria del lavoro contadino (la mulattiera, il mulo, la legna), la cultura orale (le storie raccolte da Sammartino) e una porta d’ingresso alla grande stagione degli studi sul Sud (de Martino). Pochi sentieri in Italia fanno tutto questo in due chilometri.
Due consigli pratici. Il primo: dormite in uno dei due paesi e girateli di notte, perché è di notte che si capisce perché qui sono nate le storie di streghe. Il secondo: fate il percorso con calma, fermandovi alle tappe. Non è una gara. È una lettura.

Tornando, al crepuscolo, nel bosco ci è comparsa davanti una vacca podolica, con le corna lunghe e larghe come una lira. È la razza bovina antica del Sud, allevata allo stato brado. Sono i buoi, nella tradizione di Pietrapertosa, a trascinare in paese ogni giugno il Mascio: un cerro abbattuto nel bosco che viene «sposato» con la cima di un agrifoglio e poi innalzato in piazza, in onore di Sant’Antonio. Un matrimonio di alberi. Anche questa è una storia che si potrebbe leggere come esoterica, e che in realtà è la memoria di un rapporto con il bosco più antico di qualunque religione scritta.
Una lettura biblica: che cosa significano queste pietre?
Nel libro di Giosuè, quando il popolo attraversa il Giordano, Dio chiede di prendere dodici pietre dal letto del fiume e di erigerle sulla riva. Il motivo è detto con precisione: «Quando un domani i vostri figli vi chiederanno: “Che cosa significano per voi queste pietre?”, risponderete loro…» (Gs 4,6). La pietra eretta, nella Bibbia, è una domanda lasciata apposta per chi verrà dopo. Serve a far raccontare.
Che cosa significano per voi queste pietre?
Giosuè 4,6
Le sette pietre tra Castelmezzano e Pietrapertosa fanno la stessa cosa. Non sono sacre, non sono magiche: sono un modo per obbligare chi passa a chiedere, e quindi a farsi raccontare. E c’è un’altra pagina della Scrittura che mi è tornata in mente sul sentiero. Nel primo libro di Samuele il re Saul, disperato, va di notte a Endor da una donna che evoca i morti: quella che la tradizione ha chiamato la «strega di Endor». La Legge la condannava. Eppure la Bibbia, finita la scena, ci mostra quella donna che si accorge che il re non mangia da un giorno e una notte, ammazza il vitello che ha in casa, impasta il pane e lo fa mangiare (1 Sam 28,21-25).
La strega che sfama il re. Non è un elogio della magia; è uno sguardo che non si lascia fermare dall’etichetta. Credo sia lo sguardo giusto anche per queste valli. Dietro la masciara c’era quasi sempre una donna che curava come poteva, in un mondo dove il medico non arrivava. Dietro il volo e il sabba c’era la paura di chi non aveva altro modo di nominarla. Camminare sul Percorso delle Sette Pietre, alla fine, significa questo: rispettare quelle paure, e le persone che le hanno attraversate.

Informazioni utili. Il Percorso delle Sette Pietre è lungo circa 2 km, si percorre in 90 minuti o due ore, è gratuito e si può fare in entrambe le direzioni; la discesa al torrente Caperrino e la risalita richiedono scarpe adatte. Il libro da cui nasce il percorso è Vito ballava con le streghe di Mimmo Sammartino. Per approfondire il contesto etnografico: Ernesto de Martino, Sud e magia (1959).
2 risposte a “Le sette pietre e le streghe di Vito. Un weekend tra Castelmezzano e Pietrapertosa”
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Veramente uno scritto eccellente, che ti trascina a viva forza in un mondo che solo apparentemente è scomparso. Questa narrazione suggestiva fa vivere il lettore nell’atmosfera di una realtà di solo poco più di mezzo secolo fa. Grazie per aver coinvolto in questa esperienza chi voglia scoprire i valori del Sud Italia, dignitoso e forte, se pure sofferente.
Grazie di cuore, come sempre, di tutto.