11 Lug 2026 · articolo, Calabria, Comunicazione politica

Il metodo Iacchite: anatomia di una gogna a puntate

Illustrazione editoriale: una macchina da stampa che si trasforma in una gogna attraverso ingranaggi

Come si costruisce un colpevole prima di ogni sentenza. Il caso di Eugenio Garofalo come lezione di retorica del sospetto.

Lo dico subito, per onestà verso chi legge: conosco Eugenio Garofalo e gli sono affezionato. Chi cerca qui una perizia sulla sua vicenda giudiziaria non la troverà, perché non è questo il punto. Il punto è un altro, e riguarda tutti: il modo in cui un certo giornalismo costruisce la colpevolezza di una persona molto prima, e a prescindere, da qualunque accertamento. La vicenda che coinvolge Garofalo, professore all’Università Magna Graecia di Catanzaro, è soltanto l’occasione per osservare da vicino un metodo. Quello di Iacchite, testata cosentina che da mesi gli dedica una serialità degna di una fiction.

L’ultimo episodio è dell’11 luglio: Iacchite annuncia che la moglie di Garofalo, Helenia Mastrangelo, avrebbe conseguito una terza laurea in Medicina e sarebbe stata nominata, due giorni dopo, professoressa a tempo pieno all’UMG. Uso il condizionale, e più avanti spiegherò perché è d’obbligo. Il resto dell’articolo, ed è la parte preponderante, è costruzione. Vale la pena smontarla pezzo per pezzo, perché il meccanismo, una volta visto, non si può più non vedere.

Primo ingranaggio: il nome che condanna. “Cerchio magico sanitario di Occhiu'”, “figliocci”, “pupilli”. Prima ancora di leggere un solo fatto, il lettore ha già ricevuto la sentenza sotto forma di etichetta. Chi appartiene a un “cerchio magico” non ha bisogno di essere giudicato: è già definito. È la stessa funzione che nei processi mediatici di ogni epoca ha svolto il soprannome, che trasforma una persona in un personaggio, e un personaggio non ha diritto alla presunzione d’innocenza.

Secondo ingranaggio: il documento vero al servizio dell’inferenza indimostrata. Iacchite pubblica decreti regionali, delibere, date. “Carta canta”, scrive. Ed è vero: i documenti esistono. Ma osservate cosa succede tra un documento e l’altro. Il decreto dice che la dottoressa Mastrangelo è stata trasferita e incaricata; è l’articolo a dire che ciò è avvenuto “con cotanto santo in paradiso”, cioè grazie al marito. Il nesso causale, che è l’unica cosa che conterebbe davvero, non è mai dimostrato: è suggerito, insinuato, dato per ovvio. Il documento autentico fa da garante a un’inferenza che documento non è. È il trucco più efficace del repertorio, perché il lettore ricorda le carte e attribuisce loro anche ciò che le carte non dicono.

E qui si nota un dettaglio curioso, che invito chiunque a verificare rileggendo il pezzo. Per i fatti del 2023, marginali nella narrazione, i decreti ci sono: scansionati, datati, esibiti. Per la notizia che dà il titolo all’articolo, la nomina a professoressa a tempo pieno, di documenti non ce n’è nemmeno uno. Non un decreto rettorale, non un numero di protocollo, non una data d’atto. Eppure una nomina universitaria è un atto pubblico, registrato e consultabile: se esiste, citarla costerebbe una riga. Un giornalismo che sventola le carte quando le ha, e proprio sul punto decisivo smette di averle, autorizza il lettore a un sospetto elementare: che lì la carta non canti perché non c’è. A chi scrive, peraltro, risultano versioni molto diverse di quel passaggio. Non posso documentarle, e infatti non le spaccio per fatti: le tratto esattamente come andrebbe trattata l’affermazione di Iacchite, cioè come una voce in attesa di prova. È la differenza tra un metodo e una gogna: il metodo si applica anche a se stessi.

Terzo ingranaggio: il sarcasmo come surrogato della prova. “Pappatoia”, “fantasmagorico matrimonio”, “tutto molto bello”. Dove l’argomentazione non arriva, arriva la derisione. Il riso ha una proprietà retorica precisa: non può essere confutato. A un’accusa si risponde con fatti; a uno sberleffo si può rispondere solo passando per permalosi. Chi ride con l’articolo ha già assolto l’articolo.

Quarto ingranaggio: la colpa per parentela. La carriera di una donna viene letta esclusivamente attraverso il cognome del marito. Nessuna verifica sui titoli, nessuna domanda su concorsi e commissioni, nessuna richiesta di replica all’interessata. La possibilità più banale, che una persona possa avere meriti propri, non viene neppure presa in considerazione, perché ammetterla farebbe crollare la puntata. Si può discutere quanto si vuole del nepotismo universitario italiano, che è un problema reale e documentato. Ma denunciare un sistema non autorizza a condannare una persona per il solo fatto di essere sposata con un’altra.

Quinto ingranaggio, il più rivelatore: la clausola di autoassoluzione. A un certo punto l’articolo ammette, testualmente, che gli elementi raccolti non sono “sufficienti da soli a provare condotte penalmente rilevanti”. È una frase straordinaria, se ci si ferma a leggerla. L’autore dichiara di non avere la prova di ciò che l’intero articolo lascia intendere. Ma la confessione arriva a effetto ormai compiuto, come il bugiardino in fondo alla pubblicità. Serve a proteggere legalmente il pezzo, non a proteggere il lettore dal pezzo.

Ultimo ingranaggio: la serialità. Non un articolo, ma una saga. Ogni nuovo fatto, vero o presunto, viene agganciato ai precedenti, così che il personaggio si consolidi e ogni puntata sembri confermare le altre. La ripetizione produce familiarità e la familiarità produce verosimiglianza: a forza di sentir raccontare la stessa storia, il lettore finisce per ricordarla come cosa saputa, non come tesi mai verificata.

Sia chiaro: esiste un’inchiesta della Procura di Catanzaro che riguarda anche Garofalo, e l’inchiesta farà il suo corso. Se emergeranno responsabilità, saranno accertate nelle sedi in cui le responsabilità si accertano, con un contraddittorio, con una difesa, con un giudice. Il controllo del potere è la funzione più nobile del giornalismo, e la Calabria ne ha un bisogno disperato. Ma proprio per questo il metodo conta. Un giornalismo che parte dalla condanna e seleziona i fatti a ritroso non controlla il potere: si limita a esercitarne uno proprio, quello di distruggere reputazioni senza processo e senza appello. E una gogna, anche quando per caso colpisce un colpevole, resta una gogna.

La domanda che lascio a chi legge non riguarda Eugenio, e nemmeno Iacchite. Riguarda noi: quante volte, scorrendo un articolo così, abbiamo scambiato il sospetto per prova e il sarcasmo per coraggio? Il metodo funziona perché noi funzioniamo così. Vederlo è il primo modo di disinnescarlo.


Aggiornamento dell’11 luglio. Dopo la pubblicazione di questo articolo, il direttore di Iacchite Gabriele Carchidi è intervenuto pubblicamente su Facebook. Nei suoi commenti, che riporto integralmente qui sotto, conferma che la nomina a professoressa a tempo pieno annunciata nel titolo del suo pezzo non è un fatto avvenuto ma una previsione (“si è laureata proprio per essere docente a tempo pieno”, “passerà qualche mese e prenderà altre docenze”) e ridimensiona lui stesso la vicenda: “non mi pare neanche uno scandalo”. Ringrazio per la conferma: era esattamente la tesi di questo articolo.

Screenshot dello scambio di commenti su Facebook tra Tommaso Scicchitano e Gabriele Carchidi, direttore di Iacchite, 11 luglio 2026
Lo scambio integrale su Facebook, 11 luglio 2026.

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