1 Lug 2026 · Comunicazione politica, Politica Internazionale

Santi in uniforme. Quando il lutto diventa una lingua che mette a tacere

Una sedia vuota con una giacca militare ripiegata e un berretto, accanto a una candela commemorativa che arde vicino a una finestra, in toni cupi e silenziosi

C’è una frase, in un lungo ritratto che il quotidiano israeliano Haaretz ha dedicato al giornalista ultra-ortodosso Israel Frey, che continua a tornarmi in mente molto al di là del contesto in cui è stata pronunciata. Frey ha pagato carissime le sue posizioni: ha perso il lavoro, la casa, il matrimonio, è finito cinque giorni in stato di fermo per un post. Eppure la cosa che mi ha colpito non è la cronaca della sua persecuzione, ma una sua intuizione sul linguaggio. «Il lutto è parte della propaganda», dice. «Non potresti compiere ciò che si compie se non ci fosse quella convenzione assoluta per cui ogni uomo in uniforme è a posto, e i caduti diventano santi.»

Mettiamo da parte, per un momento, il merito politico delle sue tesi, che sono radicali, contestatissime, e che restano sue. Quello che mi interessa è il meccanismo che indica, perché non riguarda soltanto Israele. Riguarda il modo in cui ogni comunità umana costruisce, attorno ai propri morti, una zona di silenzio.

La santificazione che chiude il discorso

Il lutto, di per sé, non è propaganda. È l’esperienza più nuda e più vera che ci sia: una madre che riceve un figlio in una bara non sta facendo politica, sta sopravvivendo a qualcosa di insopportabile. Proprio per questo il dolore è materiale potentissimo. Nessuna retorica è più efficace di quella che si appoggia a un dolore autentico, perché chi prova a discuterla sembra discutere il dolore stesso.

Qui sta lo snodo. Nel momento in cui un caduto viene trasformato in «caduto per», la sua morte smette di essere un fatto privato e diventa un argomento. E gli argomenti, normalmente, si possono esaminare. Ma questo argomento no: è blindato dalla sacralità. Interrogare la decisione che ha mandato quel ragazzo a morire viene percepito come un oltraggio al ragazzo. Così la domanda che dovrebbe stare al centro di qualunque democrazia, valeva la pena?, diventa impronunciabile. Non perché qualcuno la vieti per legge, ma perché un’intera grammatica emotiva la rende oscena.

È un dispositivo che funziona perché ribalta i ruoli. Chi pone la domanda scomoda non viene trattato come un cittadino che esercita un diritto, ma come un profanatore. E chi tace, invece, si sente dalla parte del rispetto e della pietà. Il silenzio si traveste da delicatezza.

Non è un’anomalia, è una struttura

Sarebbe comodo pensare che questo riguardi solo i contesti più estremi. In realtà è una struttura che attraversa tutte le nazioni, comprese le nostre. Il monumento al Milite Ignoto, la formula «morto per la patria», la liturgia civile che ogni anno ripetiamo davanti ai caduti: sono tutti modi, nobili nelle intenzioni, di dare senso a una perdita altrimenti intollerabile. Trasformiamo la morte in sacrificio perché il sacrificio, almeno, ha uno scopo.

Il problema nasce quando questo bisogno umanissimo viene messo al servizio di chi le decisioni le prende. Allora la sacralità del caduto diventa una risorsa di consenso. Più i morti sono santi, meno le scelte che li hanno prodotti sono discutibili. È il motivo per cui, nei momenti di tensione, il primo registro a comparire è sempre quello del lutto e dell’unità nazionale: non perché sia falso, ma perché è il più difficile da contraddire. Chiunque si occupi di comunicazione politica sa che il dolore collettivo è la forma di persuasione che non ha bisogno di argomenti.

Frey lo spinge fino al paradosso quando si rivolge, idealmente, a chi protesta contro il proprio governo ma continua a mandare i figli sotto le armi. «Sei tu il carburante», dice in sostanza, «che dà a chi comanda il potere di fare ciò che fa.» È un’accusa durissima e per molti inaccettabile. Ma il nucleo logico è limpido: si può dissentire da una politica e insieme alimentarne il presupposto simbolico, cioè l’idea che la divisa sia comunque, sempre, intoccabile.

Il limite da non superare

A questo punto onestà vuole che io segnali anche il rovescio, perché la tesi di Frey, presa alla lettera, ha un costo che non va nascosto. Se chiamiamo «propaganda» il lutto, rischiamo di fare ai morti di una parte esattamente ciò che rimproveriamo all’altra: usarli. Strumentalizzare il dolore per smascherare la strumentalizzazione del dolore resta strumentalizzazione. E c’è una soglia oltre la quale l’analisi diventa cinismo: dire che un caduto «è morto facendo qualcosa di criminale», come Frey arriva a dire, significa caricare un ragazzo di vent’anni del peso di scelte che non erano sue. Quel ragazzo è anche, sempre, un figlio.

La distinzione che mi sembra decisiva è questa: una cosa è onorare i morti, un’altra è arruolarli. Onorare un caduto significa custodirne la memoria senza chiedergli, in cambio, il nostro silenzio. Arruolarlo significa farne un argomento contro chi dissente. Il primo gesto è pietà, il secondo è retorica. Tenere ferma questa linea è difficile proprio perché passa nel cuore di un dolore vero, dove le parole pesano il doppio. È la stessa posta in gioco di quando la violenza vuole cancellare anche il nome dell’altro: ridurre una persona a categoria, a bandiera, a titolo.

Una lingua diversa è possibile?

La domanda che porto via da questa storia non è su Israele. È sulla nostra capacità di costruire un linguaggio civile che sappia tenere insieme due cose che continuiamo a trattare come incompatibili: il rispetto per chi è caduto e il diritto di interrogare chi lo ha mandato a cadere. Finché le terremo separate, ogni lutto sarà un argomento, ogni argomento un tabù, e il dibattito pubblico continuerà a fermarsi davanti alle bare invece di partire da lì.

Forse il compito di chi scrive, in tempi così, è esattamente questo: rifiutare la scorciatoia del sacro. Non per mancanza di pietà, ma per eccesso. Frey, che pure ha pagato un prezzo altissimo, resta un uomo che crede ancora possibile un esito diverso, con la stessa ostinazione con cui altrove ho provato a raccontare Mandela nel tempo dell’odio veloce. Perché chiedere valeva la pena? non è offendere i morti. È l’unico modo che abbiamo per evitare che ce ne siano altri.

Nota. Le frasi di Israel Frey sono sue posizioni personali, fortemente divisive nel dibattito israeliano e internazionale, e qui vengono attribuite come tali. Il taglio di questo articolo non è la sua tesi politica nel merito, ma il meccanismo comunicativo che la sua intuizione mette a fuoco. Fonte: Haaretz Magazine.


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Chi scrive

Tommaso Scicchitano è scrittore e si occupa di comunicazione: dà forma a messaggi pubblici che vogliono essere ascoltati, non solo gridati. Affianca chi fa politica in modo riformista nel costruire una voce chiara, credibile e capace di parlare ai bisogni reali delle persone, senza rincorrere l’avversario sul suo terreno.

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