25 Lug 2026 · articolo, Calabria, Comunicazione politica

Il mito della fonte unica

Un solo crivello illuminato al centro del buio, altri setacci spenti nell'ombra intorno

Crivu, seconda puntata. Perché la frase «è l’unico che dice la verità» dovrebbe metterci in allerta, non tranquillizzarci.

C’è una convinzione che in città ho sentito ripetere mille volte, spesso da persone che stimo: tra tutti, ce n’è uno solo che ha il coraggio di dire come stanno davvero le cose. In città quel nome, nove volte su dieci, è Iacchitè, e sarà il mio caso di studio anche in questa puntata: lo dico senza nascondermi dietro un dito, perché è l’esempio più limpido che abbiamo sotto gli occhi. La struttura di quella frase, però, è sempre la stessa a prescindere dal nome, ed è potentissima. Vorrei prenderla sul serio, perché liquidarla come ingenuità sarebbe irrispettoso verso chi ci crede in buona fede, spesso per stanchezza di una terra in cui troppe cose si tacciono davvero. Prenderla sul serio significa smontarla. E per smontarla bastano tre distinzioni che di solito teniamo incollate e che invece vanno separate col crivu.

Primo: coraggio e accuratezza non sono la stessa virtù. Sono due qualità diverse, e non viaggiano necessariamente insieme. Si può essere temerari e precisi, ma si può benissimo essere temerari e inaffidabili, coraggiosi nel tono e sbagliati nei fatti. Il coraggio riguarda il carattere di chi scrive; l’accuratezza riguarda il rapporto tra ciò che scrive e la realtà. Quando applaudiamo un giornale perché non ha paura di nessuno, stiamo giudicando il suo carattere, non la sua verità. Sono due voti su due materie diverse, e darli come se fossero uno solo è il primo scivolone. La domanda giusta non è «ha coraggio?», ma «ha ragione, e come fa a saperlo?».

Secondo: farsi querelare non è una medaglia di verità. Questo è il punto che ribalta tutto, e vorrei che ci pensassimo con calma. Nell’immaginario di molti, uno che colleziona querele e condanne dev’essere per forza uno scomodo, quindi uno che dice il vero. Ma sul piano del diritto è esattamente il contrario. La diffamazione, per definizione, è l’aver diffuso notizie false e lesive della reputazione altrui. Una condanna per diffamazione non certifica che l’autore fosse coraggioso: certifica che un giudice, letti gli atti, ha ritenuto che avesse scritto il falso offendendo qualcuno. Nel caso di Iacchitè le cronache parlano di quasi duecento procedimenti e di numerose condanne per diffamazione, fino al recente oscuramento del sito disposto dal giudice. C’è chi legge questa collezione come un attestato di coraggio; letta con il diritto in mano, è piuttosto la traccia documentata di un torto, ripetuto. Trasformare le sentenze di condanna in gradi di merito è un capovolgimento che, a guardarlo da fuori, ha dell’incredibile. Eppure funziona, perché fa leva sul nostro istinto a tifare per chi le prende.

Terzo: chi si proclama «l’unica voce libera» ti sta chiedendo un atto di fede, non di lettura. Rifletti sulla logica di quella parola, unica. Iacchitè, per esempio, si presenta fin dalla sua pagina «Chi siamo» come «informazione senza padroni». È una definizione affascinante, ma resta un’autodescrizione, e un’autodescrizione non è una garanzia: siamo noi a doverla verificare, non a doverla credere. Chi si presenta come l’unico depositario della verità ti chiede implicitamente di rinunciare al confronto: se lui solo dice il vero, allora tutti gli altri mentono o sono comprati, e non hai più bisogno di verificare, ti basta credere. È il rovescio esatto di come funziona l’informazione sana, che vive di pluralità, di fonti che si controllano a vicenda, di versioni diverse da incrociare. La fonte unica non è un punto di forza da celebrare, è un campanello d’allarme da ascoltare.

C’è poi un dato di fatto che smonta la premessa alla radice. L’idea che «solo Iacchitè colpisce il malaffare» semplicemente non è vera. Le inchieste su corruzione, appalti e infiltrazioni in Calabria le raccontano con regolarità testate come Calabria7, Nuova Cosenza e QuiCosenza: solo nel 2025 se ne contano decine. Quello che cambia non è l’esclusiva della notizia, che quasi mai è esclusiva, ma il taglio: là dove le altre testate riferiscono un atto giudiziario attenendosi ai fatti, Iacchitè lo trasforma in una campagna personale, seriale, con soprannomi e sberleffi. Il pubblico stanco scambia quel taglio più aggressivo per maggiore verità, quando è soltanto maggiore volume. Torniamo, non a caso, alla prima puntata.

Attenzione a non rovesciare la frittata, però. Dire tutto questo non significa che le testate più istituzionali siano sempre le migliori, né che una voce fuori dal coro sia sempre in malafede. A volte è proprio chi rompe gli schemi a mettere in agenda un tema che gli altri, per prudenza o per convenienza, evitano. Il punto non è decidere in blocco di chi fidarsi e di chi no. Il punto è non concedere a nessuno, per quanto simpatico o coraggioso ci appaia, il diritto di essere l’unico a cui credere.

La domanda che lascio stavolta è questa: quando penso «lui sì che dice la verità», sto valutando i fatti che porta e le prove che offre, oppure sto solo premiando il tono con cui li grida? Setacciare vuol dire tenere la stima per il coraggio e pretendere comunque le prove. Nella prossima e ultima puntata metteremo insieme gli attrezzi per farlo, uno per uno.

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