18 Lug 2026 · articolo, Calabria, Comunicazione politica

Perché diamo retta a chi grida più forte

Un crivello calabrese colpito da un fascio di luce, pula e scintille disperse nel buio

Crivu, piccola scuola di lettura. Prima puntata: come l’indignazione è diventata una merce, e perché ce ne innamoriamo.

In Calabria abbiamo una parola per una delle cose più antiche del mondo: crivu, il crivello, il setaccio con cui i nostri nonni separavano il grano dalla pula. Si versava tutto insieme, si scuoteva con pazienza, e alla fine restava ciò che nutre mentre volava via ciò che non serve. Ho pensato a lungo a questa immagine prima di cominciare, perché è esattamente ciò che con le notizie non facciamo quasi più. Le ingoiamo intere, grano e pula insieme, e chiamiamo informazione quella che è soltanto ingestione. Con questa serie vorrei provare a rimettere in mano a chi legge il vecchio crivu. Non per diffidare di tutto, che è la forma pigra e cinica dell’ignoranza, ma per imparare a setacciare. In greco si direbbe krínein, discernere, ed è da lì che arriva, per vie lunghe, anche il gesto che i nostri vecchi facevano ogni giorno davanti all’aia.

Comincio dalla domanda più scomoda, quella che riguarda me quanto voi: perché, tra dieci voci, diamo quasi sempre retta a quella che grida più forte?

Perché la rabbia rende. Letteralmente. Gran parte dell’informazione che leggiamo gratis online non vive delle nostre monete ma della nostra attenzione, che viene rivenduta agli inserzionisti sotto forma di visualizzazioni e di clic. In questo mercato non tutte le emozioni valgono uguale. Un contenuto che ci indigna, ci spaventa o ci fa arrabbiare ci trattiene più a lungo, ci spinge a commentare, a condividere, a tornare per vedere com’è finita. Un contenuto pacato, equilibrato, che ammette dubbi, non produce lo stesso movimento. Ne segue una legge tanto semplice quanto spietata: l’indignazione è più redditizia della misura. Non perché qualcuno sia cattivo, ma perché è la struttura stessa del meccanismo a premiarla.

E gli algoritmi fanno il resto. Ciò che compare sulla nostra bacheca non è scelto da un direttore che pesa l’importanza delle cose. È selezionato da sistemi automatici che misurano una sola grandezza: quanto un contenuto ci fa reagire. Più reagiamo, più quel contenuto viene mostrato, più altri reagiscono. È una ruota che gira su se stessa, e gira sempre nella stessa direzione, verso il tono più acceso, il titolo più netto, il nemico più riconoscibile. Il risultato è una sfera pubblica in cui le voci moderate scompaiono non perché abbiano torto, ma perché non rendono abbastanza per meritare visibilità.

Il punto è che noi siamo fatti apposta per cascarci. Non è solo questione di soldi e di codici. La nostra testa ha un debole antichissimo per le cattive notizie: per i nostri antenati, chi dava peso al fruscio sospetto tra i cespugli sopravviveva più di chi lo ignorava. Quel riflesso, utile nella savana, oggi ci rende prede facili. Diamo peso spropositato a ciò che ci allarma, ricordiamo l’accusa più della smentita, e proviamo una strana soddisfazione nell’indignarci in compagnia, perché l’indignazione condivisa ci fa sentire dalla parte giusta e uniti contro qualcuno. È un piacere, non ce lo nascondiamo. E come tutti i piaceri, si vende bene.

Qui sta l’inganno più sottile, quello di cui vorrei che restasse traccia. Quando ci indigniamo davanti a un articolo, ci sentiamo informati. In realtà siamo soltanto attivati. Sono due cose diverse, quasi opposte. Essere informati significa sapere qualcosa in più su come stanno i fatti; essere attivati significa provare qualcosa in più, il che non aggiunge un solo grammo di conoscenza. Un’intera dieta mediatica può lasciarci ogni sera più arrabbiati e ogni sera più ignoranti, e la sensazione di aver capito tutto è precisamente il sintomo che non abbiamo setacciato niente.

Attenzione, perché non sto dicendo che chi grida ha sempre torto. A volte chi alza la voce dice cose vere che altri tacciono, e in una terra abituata al silenzio complice questo ha perfino un valore. Sto dicendo una cosa più precisa: il volume non è una prova. Il fatto che una voce sia la più forte non ci dice nulla su quanto sia accurata, e confondere le due cose è il primo errore che ci rende manovrabili. La forza con cui una notizia ci colpisce non ha alcun rapporto con la sua verità, eppure noi la trattiamo come se ce l’avesse.

Ecco perché ho voluto aprire da qui, dal di dentro, prima di entrare nel caso concreto che accompagnerà tutta la serie. E quel caso ha un nome, che è giusto dire senza nascondersi dietro un dito: Iacchitè, il blog cosentino di cui ho già smontato il metodo in un articolo recente. Lo prenderò come caso di studio non perché sia l’unico esempio del meccanismo che ho descritto, ma perché a Cosenza è il più evidente, il più letto, e quello su cui più spesso mi sento chiedere se «dice la verità». Il problema, però, non è soltanto in un blog o in un titolo furbo: comincia dentro di noi, nel momento esatto in cui scambiamo l’emozione per informazione e il coraggio apparente di chi urla per la garanzia che stia dicendo il vero. Nessuno ci manipola davvero senza la nostra collaborazione: siamo noi a mettere il clic, la condivisione, l’ora di attenzione.

Nelle prossime due puntate scenderemo nel concreto proprio a partire da lì. Vedremo perché la frase «è l’unico che dice la verità» dovrebbe farci drizzare le antenne invece di rassicurarci, e alla fine metteremo insieme una piccola cassetta degli attrezzi, sette gesti semplici per leggere qualsiasi notizia e giudicarla da soli. Per oggi mi basta lasciarvi con una domanda, la stessa che mi faccio io ogni volta che sto per condividere qualcosa a caldo: quello che sto per rilanciare mi ha reso più informato, o soltanto più arrabbiato? Saper distinguere le due cose è il primo movimento del crivu.

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