12 Lug 2026 · domenicale, Politica Internazionale

La soglia cancellata

Illustrazione concettuale: un antico libro di legge le cui pagine si trasformano in una griglia di puntamento e sagome di droni nel cielo notturno, con una sottile linea di luce che attraversa la scena come una soglia cancellata.

Come un’interpretazione teologica di pochi ha cambiato il modo di fare la guerra: dal ladro notturno del Talmud ai droni e agli algoritmi che scelgono i bersagli.

C’è un pregiudizio rassicurante secondo cui le idee di nicchia restano di nicchia. Una disputa fra rabbini su una pagina del Talmud, una glossa medievale, un principio che vale «solo per loro»: roba da seminario, si pensa, senza peso sul mondo. È un pregiudizio falso. Le interpretazioni morali che riguardano pochi hanno una capacità sorprendente di filtrare nel senso comune di tutti, e di riscrivere, un passaggio alla volta, persino il modo in cui gli Stati decidono chi vive e chi muore. Questa è la storia di una di quelle interpretazioni, e di come una massima antica, nata per un caso strettissimo di difesa personale, sia diventata parte della grammatica con cui oggi, ovunque, si giustifica la guerra preventiva.

La massima è ebraica e suona così: «chi viene a ucciderti, anticipalo». Ma il punto non è che il Talmud «detti» la politica di uno Stato, cosa che nessun documento serio dimostra. Il punto è più sottile e più universale: come un testo possa essere piegato fino a dire l’opposto di ciò che dice, e come quel piegamento, una volta entrato nella cultura, non resti confinato a chi quel testo lo venera.

Il testo e le sue quattro guardie

Nella sua sede originaria la massima è tutto tranne che una licenza di uccidere. Nasce nel Talmud babilonese da un caso concreto, il ladro che entra di notte: se il padrone reagirà il ladro è pronto a ucciderlo, dunque la minaccia mortale è già dentro la situazione, qui e ora. Non è un principio astratto di eliminazione del nemico, è una presunzione costruita su una sequenza di fatti immediati.

E soprattutto non viaggia mai da sola. La tradizione la circonda di quattro guardie. La prima è l’attualità: la dottrina del rodef, il persecutore, riguarda chi insegue qui e adesso, non chi potrebbe un giorno nuocere. La seconda è la forza minima: se puoi fermare l’aggressore ferendolo e invece lo uccidi, insegna il Talmud, sei tu il responsabile di spargimento di sangue. La terza è la certezza: i grandi commentatori medievali, i Tosafot, pretendono che il pericolo sia chiaro «come la luce», e diffidano degli automatismi. La quarta è il divieto di strumentalizzare una vita: il Talmud di Gerusalemme proibisce di consegnare una persona per salvarne altre, perché nessuno può essere ridotto a mezzo.

Il risultato è una tradizione a doppio registro, che abilita la difesa anticipata e nello stesso gesto la ingabbia: minaccia reale e presente, scopo di salvataggio e non di vendetta, nessuna alternativa meno cruenta. Chi conosce il testo lo sa: la massima e i suoi limiti sono la stessa cosa.

Cinque mosse per fabbricare l’attacco preventivo

L’attacco preventivo, nel testo, non c’è. Ci viene introdotto attraverso una catena di passaggi, e la sua forza sta nel fatto che nessuno di essi, preso da solo, sembra scandaloso.

La prima mossa è un equivoco sul verbo. «Chi viene a ucciderti» indica qualcuno già in movimento verso di te, individuato, presente. Basta dilatare quel presente fino a coprire il possibile e il futuro, e «l’aggressore imminente» diventa «la minaccia lontana». Tra i due passa la differenza tra difesa e aggressione, ma la stessa parola le tiene insieme.

La seconda mossa è la citazione mutilata: si tiene il nucleo permissivo e si lasciano cadere le quattro guardie. Chi ripete «anticipa chi viene a ucciderti» senza aggiungere, nello stesso respiro, «ma se puoi fermarlo ferendolo e invece lo uccidi sei un assassino» non sta riportando la dottrina, ne sta fabbricando un’altra.

La terza mossa trasforma una probabilità in certezza. L’intero impianto poggia su una presunzione confutabile, una regola di verosimiglianza sull’intenzione dell’aggressore. Convertirla in apodissi, da «probabilmente vuole ucciderti» a «va certamente ucciso», è esattamente ciò che la cautela dei Tosafot voleva impedire.

La quarta mossa è la più pesante: la collettivizzazione. Il persecutore è un individuo che compie un atto individuato; estendere la qualifica a un «ambiente», a una popolazione, a una categoria, significa attribuire al gruppo ciò che al massimo vale del singolo. Va detto con nettezza che i maggiori interpreti moderni hanno rifiutato questo salto: chi ha discusso l’estensione della dottrina al terrorismo ha comunque negato che si possa colpire un intero pubblico quando la sua condotta può dipendere da paura o costrizione. La collettivizzazione non è la voce autentica della tradizione, è la sua violazione.

La quinta mossa installa lo slogan come assioma di Stato: «se qualcuno viene a ucciderti, uccidilo per primo» diventa la formula di una postura strategica permanente. Ed è qui che i fatti sono istruttivi. Quando nel 2006 la Corte Suprema israeliana affrontò la legittimità delle uccisioni mirate, la massima e la legge del persecutore comparvero soltanto nella memoria di un soggetto intervenuto, non nella motivazione della Corte, che decise interamente in termini di diritto internazionale, proporzionalità e dignità umana. Il testo sacro fu invocato come retorica di legittimazione, non come norma di decisione. È una distinzione che regge tutto il resto.

La funzione nascosta: ammorbidire il terreno

Se gli apparati non decidono in base al testo, dov’è il problema? Sta nel fatto che l’interpretazione espansa non lavora come norma, ma come riserva di senso a monte della norma. Non convince il giudice, che infatti ragiona d’altro; ammorbidisce la coscienza pubblica. Fa sentire «antica» e «ovvia» una dottrina che è invece moderna, contestata e giuridicamente fragile. Ricicla una politica del Novecento, l’uccisione mirata preventiva, facendola passare attraverso un testo tardo-antico la cui reale lezione è assai più restrittiva. L’abuso interpretativo non falsifica il diritto: lo precede e lo prepara. Ed è precisamente lì, nel retroterra morale e non nella catena delle autorizzazioni, che pesa davvero.

Lo stesso recinto, ovunque

Qui la vicenda smette di essere locale. Perché una massima talmudica dovrebbe interessare culture che il Talmud non lo hanno come fonte? Perché tutte le grandi tradizioni giuridiche, per vie indipendenti, avevano costruito attorno alla legittima difesa lo stesso identico recinto.

Il codice penale italiano, all’articolo 52, non punisce chi difende un diritto «contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta», purché la reazione sia proporzionata. Pericolo attuale, offesa ingiusta, proporzione: sono, in linguaggio laico, le stesse guardie del Talmud. Il diritto internazionale consuetudinario dice lo stesso attraverso il celebre caso Caroline del 1837: l’autodifesa anticipata è lecita solo quando la necessità è «istantanea, travolgente, tale da non lasciare né scelta di mezzi né alcun momento per deliberare». E la tradizione occidentale della guerra giusta, da Grozio a Vattel, aveva discusso la guerra preventiva soprattutto per diffidarne.

Ebrei tardo-antichi, giuristi continentali, diplomatici anglosassoni dell’Ottocento, teologi cristiani: la medesima intuizione morale, la difesa si ferma sulla soglia dell’imminenza, e oltre quella soglia comincia l’aggressione. E lo stesso recinto viene sfondato ovunque, negli stessi anni, con la stessa mossa. La dottrina Bush del 2002 compie sul caso Caroline ciò che la lettura espansa compie sul Talmud: dilata la parola «imminente» fino a coprire la minaccia che «si va addensando», fonde la preemption lecita nella prevention contro un pericolo futuro, e giustifica il tutto sostenendo che la nuova tecnologia impone di ripensare quando una minaccia diventa imminente. È la prima mossa della catena, tradotta in inglese e in linguaggio da Casa Bianca.

Quando la fallacia diventa software

Le conseguenze non sono astratte. L’uccisione mirata passa da eccezione clandestina a politica dichiarata e persino giudizialmente controllata. Ma il salto vero arriva con la tecnologia, perché la quarta mossa fallace, la collettivizzazione, diventa letteralmente un algoritmo.

A Gaza l’esercito israeliano ha usato sistemi di targeting automatizzato documentati da un’inchiesta giornalistica ripresa dalla stampa internazionale e analizzata perfino dai giuristi militari di West Point. Uno, «Gospel», genera obiettivi a velocità industriale, fino a un centinaio al giorno, là dove un analista umano ne produceva poche decine all’anno. L’altro, «Lavender», non marca edifici ma persone, e le colloca in una lista costruita per correlazione statistica. Il passaggio da analisi a fabbrica di bersagli è il punto: non si colpisce più il persecutore in atto, si colpisce un profilo, un modello di comportamento. È la «legittima difesa» dilatata trasformata in codice.

E qui torna, capovolta, l’ultima guardia del testo. La Croce Rossa internazionale ha messo in guardia contro l’erosione del giudizio umano nel targeting algoritmico: quando una macchina quantifica in anticipo chi è minaccia e quanto «danno collaterale» è accettabile, la valutazione morale caso per caso, che era il cuore di tutte le guardie, evapora. Non è un problema di un solo esercito: nell’attacco all’Iran del 2025 anche il comando statunitense ha impiegato sistemi di supporto decisionale basati sull’intelligenza artificiale per accelerare il ciclo dei bersagli. La soglia dell’imminenza, che ebrei, romani, cristiani e giuristi laici avevano eretto ciascuno per conto proprio, si assottiglia fino a sparire, e la prevenzione smette di essere un atto eccezionale per diventare una condizione permanente. Ogni futuro possibile diventa un presente da neutralizzare.

La soglia e il tradimento

La linea che va dal ladro notturno di una pagina talmudica all’obiettivo scelto da un algoritmo non è una linea di continuità. È una linea di corruzione: a ogni passaggio si perde una guardia. E c’è un ultimo contraccolpo, che chiude il cerchio. Il Talmud vietava di ridurre una vita a strumento; l’uso propagandistico di quella massima riduce il testo stesso a strumento. La strumentalizzazione della pagina sacra replica, sul piano dell’interpretazione, la medesima violazione che la pagina condannava sul piano dell’etica.

La cosa più onesta da dire, e la più scomoda per ogni tifoseria, è duplice. L’abuso non è la voce autentica della tradizione ebraica, che anzi nei suoi interpreti migliori resiste e frena. E non è un vizio di una sola parte: la stessa cancellazione della soglia si compie in inglese nella dottrina della prevenzione e si diffonde nel diritto della guerra di mezzo mondo. È un movimento della mente che tutte le culture conoscono e che tutte, prima di questo secolo, avevano imparato a temere: la trasformazione della difesa in anticipazione, e dell’anticipazione in una guerra senza soglia. Un’idea che sembrava riguardare pochi ha finito per riguardare tutti. È così che le interpretazioni cambiano il mondo: non con un decreto, ma spostando, lentamente, il confine di ciò che ci pare ovvio.

Tommaso Scicchitano
Scrittore · Comunicazione digitale

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