Mandela nel tempo dell’odio veloce

Nella fotografia che tutti conosciamo, Nelson Mandela non guarda l’obiettivo. Guarda un punto più lontano. Il volto porta ventisette anni di prigione, ma non la grammatica del carceriere.
È questo il dettaglio che oggi disturba.
Un uomo a cui un regime aveva provato a rubare il tempo, il corpo e perfino il nome rifiutò di consegnare il futuro alla vendetta. Non perché avesse dimenticato. Non perché l’apartheid fosse diventato improvvisamente meno feroce. Ma perché aveva capito che la liberazione non consiste nel cambiare il colore della mano che impugna la frusta.
Consiste nel spezzare la frusta.
L’odio ha imparato la velocità
Mandela scrisse una frase che abbiamo trasformato in citazione da calendario: «Nessuno nasce odiando un’altra persona per il colore della pelle, la sua storia o la sua religione».
La ripetiamo perché suona bene. La prendiamo sul serio molto meno.
L’11 giugno 2026 il segretario generale delle Nazioni Unite ha avvertito che i discorsi d’odio si stanno diffondendo «più velocemente che mai», amplificati da piattaforme non regolate e intensificati dall’intelligenza artificiale. Non è soltanto un problema di parole cattive. L’odio prepara il terreno: separa le persone in vite degne e vite sacrificabili, rende normale la discriminazione, precede la violenza e può aprire la strada ai crimini più atroci.
Mandela diceva che l’odio si impara. Noi abbiamo costruito macchine capaci di insegnarlo senza sosta.
Un tempo servivano una scuola segregata, un giornale di regime, un comizio, una legge razziale. Oggi bastano uno schermo, una paura già pronta e un algoritmo che scopre quanto a lungo restiamo davanti a ciò che ci indigna. L’odio non deve più convincerci. Gli basta trattenerci.
Ed è così che il vicino diventa un’invasione, il dissenso un tradimento, il povero una minaccia, il migrante un numero, il nemico una creatura senza volto.
Il conto alla rovescia del 30 giugno
In Sudafrica, oggi, questa trasformazione ha una data.
Il movimento anti-immigrazione March and March ha indicato il 30 giugno 2026 come termine entro il quale gli stranieri senza documenti dovrebbero lasciare il Paese. Non è una scadenza stabilita dal governo. Non è una legge. È un ultimatum politico, accompagnato dalla minaccia di una mobilitazione nazionale, che nelle strade ha finito per colpire anche rifugiati e migranti regolari.
Ma una data, quando viene ripetuta abbastanza, comincia a sembrare un fatto.
A maggio è circolato sui social un falso avviso con lo stemma ufficiale del Sudafrica e i riferimenti del Dipartimento degli Affari interni. Annunciava il 30 giugno come ultimo giorno utile per andarsene e minacciava arresti, detenzione e deportazione. Era stato creato con l’intelligenza artificiale. Il governo lo ha smentito, ma la paura aveva già trovato una grafica, un’autorità apparente e un conto alla rovescia.
Quella paura non nasce nel vuoto. Nel primo trimestre del 2026 la disoccupazione sudafricana ha raggiunto il 32,7 per cento; tra i giovani dai 15 ai 24 anni è arrivata al 60,9 per cento. Nelle periferie continuano a mancare lavoro, case, trasporti e servizi affidabili. È una rabbia reale.
Il bersaglio, però, è falso.
Anziché risalire verso le disuguaglianze lasciate intatte dall’apartheid, la corruzione e i fallimenti dello Stato, quella rabbia viene spinta verso chi è più vicino e meno protetto. I migranti vengono accusati di rubare il lavoro, occupare gli ospedali, riempire le scuole, portare criminalità. Perfino la morte di bambini che avevano mangiato alimenti contaminati, venduti in piccoli negozi di quartiere, è stata usata per trasformare un problema di controlli e sicurezza alimentare in un’accusa collettiva contro i commercianti stranieri.
La xenofobia fa questo: prende una ferita vera, le assegna il volto sbagliato e chiama giustizia la persecuzione.
Così, nel Paese che Mandela provò a liberare dalla gerarchia razziale, uomini e donne africani aspettano il 30 giugno domandandosi non che cosa farà la legge, ma che cosa farà la folla.
Centodiciassette milioni di lontananze
Secondo l’UNHCR, alla fine del 2025 erano 117,8 milioni le persone costrette alla fuga da persecuzioni, conflitti, violenze e violazioni dei diritti umani: più di una persona ogni settanta abitanti del pianeta. Circa 45 milioni erano bambini.
Centodiciassette milioni e ottocentomila.
Il numero è così grande che rischia di non significare più nulla. Per questo occorre tornare ai volti. Una madre che chiude una porta senza sapere se la riaprirà. Un bambino che impara il nome di un confine prima di quello di una costellazione. Un uomo che porta in una busta i documenti di tutta la famiglia.
La disumanizzazione comincia quando smettiamo di vedere queste scene e iniziamo a vedere soltanto categorie.
È la stessa domanda che attraversa Uguaglianza di Darrin M. McMahon: l’unica cosa seria che ci resta: chi resta fuori dal nostro “noi”?
Mandela non ci offre una risposta comoda. Ci ricorda che ogni sistema di oppressione ha bisogno di un confine morale prima ancora che geografico. Da una parte gli esseri umani completi. Dall’altra quelli di cui si può parlare senza ascoltarli, decidere senza consultarli, disporre senza incontrarli.
La riconciliazione non è amnesia
Anche Mandela, però, viene spesso addomesticato.
Lo ricordiamo sorridente, con la camicia colorata, padre buono di una nazione riconciliata. Dimentichiamo l’uomo che lottò contro un sistema disposto a usare ogni mezzo per conservarsi. Dimentichiamo che, quando le vie pacifiche furono chiuse, considerò la lotta armata una forma legittima di difesa. Dimentichiamo che il negoziato arrivò dopo decenni di resistenza, mobilitazione, carcere e pressione internazionale.
La sua riconciliazione non fu innocenza. Fu una scelta politica difficile.
Non chiese alle vittime di dimenticare. Chiese al Paese di guardare la verità senza permettere che la verità diventasse il carburante di una nuova supremazia. È una differenza decisiva.
Riconciliarsi non significa mettere sullo stesso piano chi opprime e chi è oppresso. Non significa chiamare “pace” il silenzio imposto dal più forte. Non significa perdonare al posto di chi ha subito.
Significa costruire condizioni nelle quali la giustizia non generi un’altra gerarchia di esseri umani.
Per questo Mandela è scomodo anche oggi. Non autorizza la vendetta, ma neppure l’equidistanza. Non benedice il potere che chiede calma mentre continua a ferire. Non confonde il dialogo con la resa.
Lo stesso vale per la nonviolenza: non è passività, ma un modo di opporsi senza assomigliare a ciò che si combatte. Ne ho scritto parlando dei corpi disarmati che provano ad attraversare il mare.
Disimparare
Il nostro tempo celebra la memoria e organizza l’oblio.
Ricorda Mandela nelle giornate ufficiali, poi premia il linguaggio che divide. Condanna l’apartheid come una mostruosità conclusa, poi accetta che intere popolazioni vengano ridotte a problema, minaccia, danno collaterale. Pronuncia “mai più” rivolto al passato e “non è così semplice” davanti al presente.
È la malattia della memoria corta: commemorare ciò che non ci costa più nulla e voltarsi quando ricordare richiede una scelta.
Mandela non ci chiede di essere migliori nelle citazioni. Ci chiede di riconoscere dove stiamo imparando a odiare.
Nelle parole che condividiamo senza verificare. Nei soprannomi con cui togliamo dignità. Nelle paure che affidiamo a chi vuole trasformarle in consenso. Nel piacere segreto di vedere umiliato chi consideriamo dall’altra parte.
Se l’odio si impara, può essere disimparato. Ma non accade da solo.
Servono parole che non cancellino i fatti. Giustizia che non diventi vendetta. Memoria che non resti cerimonia. Politica capace di vedere una persona prima del bersaglio elettorale. E serve il coraggio di interrompere la catena proprio quando l’odio ci offre la consolazione più facile: sentirci innocenti perché abbiamo trovato qualcuno da disprezzare.
Nella fotografia, Mandela continua a guardare lontano.
La domanda è se noi siamo ancora capaci di guardare nella stessa direzione.
Fonti
- Nelson Mandela Foundation – No one is born hating
- Nazioni Unite – discorso dell’11 giugno 2026 sui discorsi d’odio
- UNHCR – Global Trends 2025
- Nelson Mandela Foundation – negoziati e transizione democratica
- Statistics South Africa – mercato del lavoro giovanile, primo trimestre 2026
- Human Rights Watch – nuove violenze xenofobe in Sudafrica
- AFP Fact Check – il falso ultimatum governativo del 30 giugno
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