Le periferie che non leggiamo

I numeri raccontano una storia, ma non tutta la storia.
L’Istat certifica che nel 2025 la dispersione scolastica in Italia è scesa all’8,2%, un risultato che supera l’obiettivo del 9% fissato dall’Agenda 2030 europea. La Calabria, nello stesso periodo, ha dimezzato il proprio tasso di abbandono, passando dal 19% del 2020 a un dato che, a seconda delle rilevazioni, oscilla tra il 6,5% e il 9,7%. Un progresso enorme, indiscutibile.
Ma i numeri non raccontano il ragazzo che a scuola ci va ancora, che non risulta nei conteggi dell’abbandono, eppure ha già smesso di esserci. Quello che si siede in fondo all’aula con la felpa tirata sulla fronte. Quello che la mattina esce di casa puntuale, solo che non sempre arriva a scuola. Quello che a sedici anni conosce il prezzo al grammo di cose che non dovrebbe conoscere, e fatica a ricordare la data della Rivoluzione francese.
La “dispersione implicita”, la chiamano i ricercatori INVALSI: studenti che completano il percorso scolastico senza aver acquisito le competenze fondamentali. Nel 2025 riguarda l’8,7% degli studenti italiani. È un numero asciutto. Tradotto in facce, in storie, in quartieri, è un esercito silenzioso di ragazzi che il sistema conta come “salvati” ma che nessuno ha davvero raggiunto.
Sono loro i protagonisti del mio romanzo Le radici e le ali.
Non i casi estremi. Non i figli del boss, non i baby killer da prima pagina. I ragazzi normali di un quartiere che potrebbe essere qualunque periferia del Sud (e non solo del Sud): Via degli Stadi, un nome inventato per un posto che esiste in decine di copie, da Cosenza a Catanzaro, da Napoli a Palermo.
Paolo ha sedici anni. Suo padre porta soldi a casa, a orari da vampiro. Sua madre fissa le bollette con le spalle curve. Paolo non è un criminale. Non è nemmeno un eroe. È un ragazzo che cammina a testa bassa per un vicolo dove si passa un pacchetto di mano, e ha imparato che la regola numero uno è sembrare uno che pensa alla lista della spesa.
Accanto a lui c’è Carmine, che ha già scelto. C’è Antonio, che legge filosofia ma cambia espressione appena mette piede in quartiere. C’è la professoressa Russo, che ogni mattina apre il registro e sa che alcuni di quei nomi sono in bilico.
I dati ci dicono che la scuola funziona meglio di prima. Ed è vero. Ma ci sono periferie dove la sfida non è trattenere i ragazzi in classe: è competere con chi offre soldi veri, appartenenza, identità, rispetto. Cose che nessun programma ministeriale può garantire con una circolare.
La scuola in quei contesti non è un servizio. È un presidio. E gli insegnanti non sono impiegati: sono sentinelle. Lo dico senza retorica, perché l’ho visto. Ho lavorato per anni con persone ai margini del sistema, in percorsi di inclusione lavorativa, in contesti dove la legalità non è un valore astratto ma una scelta quotidiana, faticosa, spesso solitaria.
Ho scritto Le radici e le ali perché credo che la narrativa possa arrivare dove il giornalismo e la sociologia si fermano. Un dato ISTAT ti informa. Una storia ti costringe a sentire. E finché non senti, non capisci davvero.
Le radici sono il quartiere, la famiglia, il cemento, l’odore di fritto e di benzina. Le ali sono la possibilità di immaginare qualcos’altro. Non tutti ce la fanno. Nel romanzo come nella vita. Ma il punto non è il lieto fine: è il momento della scelta. Quel momento esiste, e dura un battito. Se non c’è qualcuno lì, in quell’istante, a offrire un’alternativa, il quartiere vince. Sempre.
Le radici e le ali. Quattro voci da Via degli Stadi è disponibile su Amazon in formato Kindle, cartaceo e copertina rigida.
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