Quando la violenza vuole cancellare anche il nome

Ci sono notizie che non arrivano come novità, ma come conferme dolorose. Le conoscevamo già nei frammenti, nelle testimonianze, nelle denunce delle organizzazioni per i diritti umani. Poi, a un certo punto, quei frammenti entrano in un rapporto ufficiale e diventano qualcosa che il mondo non può più fingere di non vedere.
Le Nazioni Unite hanno inserito Israele nella lista dei soggetti sospettati di violenze sessuali legate ai conflitti armati. Il rapporto parla di stupri, violenze genitali, nudità forzata, minacce di stupro, perquisizioni degradanti e torture sessuali contro detenuti palestinesi di Gaza e della Cisgiordania.
Non è una sentenza. Non è il punto finale di un processo. Ma è un passaggio enorme. Perché dice che il corpo dei prigionieri palestinesi è diventato un altro campo di battaglia.
Non solo la terra. Non solo le case. Non solo gli ospedali, le scuole, il pane, l’acqua, il futuro. Anche il corpo.
E quando la guerra arriva lì, quando entra nella nudità imposta, nella violenza sui genitali, nella minaccia sessuale, nell’umiliazione davanti ai soldati o agli altri prigionieri, allora non siamo più davanti a una brutalità qualsiasi. Siamo davanti a una grammatica del dominio.
Oltre le mele marce
L’articolo di Mariagiulia Giuffré e Triestino Mariniello, pubblicato su il manifesto, pone una questione decisiva: queste violenze non possono essere liquidate come episodi isolati, come il gesto mostruoso di qualche singolo aguzzino, come la solita storia delle “mele marce”. Quando le stesse pratiche ricorrono in luoghi diversi, in centri di detenzione diversi, con metodi simili e con pochissima responsabilità penale, il problema non è più soltanto chi ha commesso il singolo abuso. Il problema diventa il sistema che lo rende possibile.
È qui che la domanda si fa insopportabile. Chi sapeva? Chi ha tollerato? Chi ha coperto? Chi ha costruito un clima in cui il corpo del prigioniero palestinese poteva essere trattato come una cosa?
Le fonti internazionali ormai non sono poche. L’ONU, Amnesty International, B’Tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani, e diverse testate internazionali hanno raccolto testimonianze e denunce su torture, umiliazioni, privazione di cure mediche, detenzioni senza contatti con avvocati o familiari, violenze sessuali e trattamenti degradanti.
Sde Teiman e il sistema
Il nome che ritorna più spesso è Sde Teiman, diventato simbolo di un sistema opaco e feroce. Ma il punto non è soltanto un luogo. Il punto è ciò che quel luogo rappresenta: il momento in cui il prigioniero smette di essere una persona custodita dallo Stato e diventa un corpo disponibile.
Il punto del diritto
Qui si misura il fallimento più profondo del diritto.
Perché il diritto non nasce quando protegge chi ci somiglia. Nasce quando impedisce allo Stato di fare del nemico un oggetto. Nasce quando dice che anche chi è detenuto, anche chi è accusato, anche chi appartiene al popolo che abbiamo imparato a temere, conserva una dignità che nessun potere può violare.
La tortura sessuale ha una violenza particolare. Non vuole soltanto far male. Vuole spezzare. Vuole separare la persona da sé stessa. Vuole colpire l’intimità, la vergogna, la memoria, la possibilità di tornare alla propria comunità senza sentirsi distrutti. È una violenza contro il corpo, ma anche contro il nome, contro la famiglia, contro il legame sociale.
Per questo il paragone con Ruanda, Bosnia e Myanmar è così inquietante. Il diritto internazionale ha già riconosciuto che la violenza sessuale può essere usata come strumento di distruzione collettiva. In Ruanda fu parte del genocidio contro i tutsi. In Bosnia fu arma di persecuzione etnica. Nel Myanmar ha accompagnato la campagna contro i Rohingya.
La lezione è terribile: la violenza sessuale in guerra non è sempre un incidente della guerra. Può essere un metodo.
Genocidio, una parola da trattare con rigore
Bisogna però essere precisi. Dire “genocidio” non può diventare uno slogan. È una parola pesantissima, giuridicamente e moralmente. Richiede prove, richiede l’accertamento dell’intento, richiede un tribunale, richiede rigore. Ma proprio per questo le accuse sulle violenze sessuali contro i detenuti palestinesi non vanno ridotte a singoli episodi. Vanno indagate dentro il contesto più ampio della distruzione di Gaza: sfollamenti, fame, bombardamenti, distruzione delle cure mediche, attacco alla vita familiare, cancellazione delle condizioni minime di esistenza.
In questo contesto, la tortura sessuale può essere letta non solo come crimine di guerra, ma anche come possibile crimine contro l’umanità e, se provato l’intento di distruggere il gruppo in quanto tale, come elemento di una condotta genocidaria.
Non è una conclusione da agitare con leggerezza. È una domanda da portare davanti alla giustizia internazionale.
Israele respinge le accuse. Ed è giusto ricordarlo. Ogni accusa deve essere provata. Ogni responsabilità deve essere accertata. Ma proprio per questo servono accesso, ispezioni indipendenti, avvocati, osservatori internazionali, Croce Rossa, trasparenza. Se uno Stato dice “non è vero” ma tiene chiuse le porte, quella porta chiusa diventa parte della questione.
La deumanizzazione prima della tortura
C’è poi una parola che precede sempre la tortura: deumanizzazione.
Prima del corpo violato c’è il corpo declassato. Prima dell’umiliazione c’è il linguaggio che trasforma il civile in terrorista, il palestinese in massa indistinta, il nemico in animale, il detenuto in cosa. Le parole preparano le mani. Preparano le celle. Preparano le risate. Preparano i video. Preparano l’impunità.
E l’impunità, alla fine, è il cemento di ogni abuso.
Nessuna ferita autorizza la tortura
Non si tratta di scegliere tra il dolore israeliano e il dolore palestinese. Il 7 ottobre 2023 è stato un crimine atroce e i crimini di Hamas contro i civili israeliani devono essere condannati senza ambiguità. Ma nessun crimine può autorizzare la tortura. Nessuna sicurezza può giustificare la disumanizzazione. Nessuna ferita può diventare licenza di spezzare altri corpi.
Il diritto internazionale nasce proprio per questo: per mettere un limite alla forza quando la forza si sente onnipotente.
Davanti alle violenze sessuali contro i prigionieri palestinesi, la domanda non riguarda soltanto Israele, Gaza, l’ONU o la Corte penale internazionale. Riguarda noi. Riguarda l’idea di essere umano che vogliamo ancora difendere.
Perché se il corpo del nemico può essere spogliato, violato, filmato, umiliato, spezzato, allora nessun corpo è davvero al sicuro. Se la dignità dipende dall’appartenenza nazionale, religiosa o politica, allora non è più dignità. È privilegio.
La dignità, invece, o è indivisibile o non è.
Scrivere di queste cose non basta. Ma il silenzio aiuta sempre il più forte. E allora bisogna scrivere. Non per trasformare il dolore in retorica. Non per fare del male degli altri una bandiera. Ma per ricordare che il corpo umano non è territorio di conquista. Che la prigione non sospende la persona. Che la guerra, quando viola anche l’intimità dei prigionieri, non sta più combattendo soltanto un nemico. Sta tentando di cancellare un nome.
E ogni volta che un nome viene cancellato, qualcosa si spegne anche in noi.
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Fonti e approfondimenti
- Rapporto ONU 2026 sulla violenza sessuale nei conflitti
- The Guardian, Israele nella lista ONU sulla violenza sessuale nei conflitti
- Reuters, decisione ONU e risposta israeliana
- B’Tselem, Welcome to Hell
- Amnesty International, detenzione incommunicado e tortura dei palestinesi da Gaza
- Commissione d’inchiesta ONU sulla violenza sessuale e di genere
- Statuto di Roma della Corte penale internazionale
- Caso Akayesu
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