Perché ho riscritto «Il cammino del partigiano»

A gennaio mi è arrivato un file. Due pagine scansionate di traverso, i timbri viola del Distretto militare di Cosenza, la grafia di un ufficiale di matricola che si è stancato a metà. Foglio matricolare e caratteristico. Broccolo Ernesto. Matricola 14370. Mio nonno.
Il libro su di lui l’avevo già scritto. Il cammino del partigiano. Dal Montenegro a Casa è uscito nell’aprile 2025 con i pezzi che la famiglia aveva conservato: un numero, ottantuno; una mula; i partigiani di Tito; il ritorno. Il nonno, di guerra, parlava poco. Diceva i nomi dei posti, Albania, Montenegro, e poi cambiava discorso, o faceva una battuta, che era il suo modo di cambiare discorso.
Il foglio matricolare ha rimesso in fila quei pezzi. E qualche volta li ha smentiti.
Che cosa diceva il foglio
- L’ottantuno non era un reggimento. Erano i mortai da 81. Ernesto stava nella compagnia mortai dell’84° Fanteria, Divisione «Venezia». I mortai della fanteria si portavano a dorso di mulo: la mula, nel libro, è diventata più vera, non meno.
- In Albania era sbarcato a Durazzo nel febbraio 1940, otto mesi prima che l’Italia attaccasse la Grecia. Non una recluta sul molo a guerra iniziata, come l’avevo scritto: uno che ha visto quella terra occupata in pace e poi l’ha vista diventare fronte.
- In Montenegro è entrato nell’agosto 1941, con il reparto, poche settimane dopo l’insurrezione del 13 luglio. Niente nave, niente primavera.
- L’8 settembre 1943 non fu un uomo solo nel bosco. Fu una divisione intera, la «Venezia» del generale Oxilia, che rifiutò di consegnare le armi ai tedeschi. Il 2 dicembre, a Pljevlja, nacque la Divisione italiana partigiana «Garibaldi». «Partigiano combattente», dice il foglio.
- Nell’ottobre 1944 si prese il tifo esantematico. Un anno dopo era ancora in ospedale, a Bari e poi a Verona. Nella prima edizione la malattia era liquidata in due righe.
- Sbarcò a Brindisi il 12 marzo 1945, a guerra non finita, e dieci giorni dopo era a casa in licenza. Vuol dire che il 25 aprile mio nonno era a Jotta: la Liberazione l’ha sentita dalla sua terra, da partigiano che aveva combattuto altrove. È la scena che nel primo libro mancava, e che il libro chiedeva.
- Gli «otto anni di guerra» che in famiglia si ripetevano erano meno di sei. Il congedo illimitato è del dicembre 1945. L’ultima riga del foglio, il congedo assoluto, è del 31 dicembre 1965: aveva quarantacinque anni e nessuno di noi l’ha mai saputo.
Ogni correzione rendeva la storia più vera e, mi è parso, più bella. Non potevo lasciare in giro la versione di prima come se il foglio non fosse mai arrivato.
La voce
C’era poi una cosa che il foglio non diceva e che vedevo da solo, rileggendo. Nella prima edizione un contadino con la terza elementare scriveva come un libro. Ho rifatto il diario con una regola sola: parole che Ernesto poteva sapere, cose che Ernesto poteva vedere. Ho tolto gli aggettivi doppi, le immagini ripetute, le frasi che spiegavano al lettore quello che aveva già capito. Ho fatto entrare un po’ di dialetto, i nomi delle cose di campagna, le battute. Perché lui scherzava su tutto, e nel primo libro non rideva mai.
Com’è fatta la seconda edizione
Tre voci. La prima è quella dello Stato: le righe del foglio matricolare, copiate come sono, in testa a ogni capitolo. La seconda è quella di Ernesto: il quaderno di un ragazzo con la terza elementare, che non è tutto vero e non è tutto inventato. La terza è la mia, in corsivo, e parla poco: solo dove la carta e la memoria non si tengono la mano.
Diciotto capitoli in quattro parti, Albania, Montenegro, Garibaldi, Casa, con un prologo e un epilogo. E dentro «Casa» gli anni che prima non c’erano: il 2 giugno 1946 e la bisnonna che entra nella cabina elettorale e ci resta tanto, la sezione del partito, le terre, il 1948.
In appendice ci sono una nota storica, la trascrizione integrale del foglio matricolare e una pagina che si intitola «Documento e racconto»: dice che cosa viene dal documento e che cosa ho immaginato io, la mula Bianchina compresa. Mi sembrava dovuto, a lui e a chi legge. Dove ho inventato l’ho detto. Dove non l’ho detto, ho inventato lo stesso, un poco, perché ogni frase scritta per un altro è già un’invenzione.
La dedica è rimasta quella che avrei voluto scrivere la prima volta: a mio nonno Ernesto, che della guerra faceva battute per non doverla raccontare.
Dove trovarlo
La seconda edizione, riveduta e ampliata, è da oggi su Amazon in formato cartaceo; l’ebook arriva nei prossimi giorni sullo stesso scaffale. La prima edizione va in pensione. Se l’avete in casa, tenetela: è il libro di prima che arrivasse il foglio.
Il cammino del partigiano, seconda edizione, su Amazon →
E a novembre, «Abiura»
C’è un’altra cosa che aspetto da due anni, e che posso finalmente dire. A novembre esce Abiura, il mio romanzo sui valdesi di Calabria e sull’estate del 1561, quando a chi era rimasto fu chiesto di rinnegare la propria fede. Lo pubblica LAReditore nella collana «Raccontare una storia» della Fondazione Centro Culturale Valdese, con una postfazione di Marco Fratini. In copertina due ulivi intrecciati.
Due anni di scrittura e di attesa. Le prime presentazioni saranno a dicembre, a partire da Torre Pellice. Ne parlerò presto qui e nella newsletter: chi è iscritto al Gruppo lettori lo saprà per primo, come è già successo per il titolo.
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