22 Ott 2026 · articolo, Calabria, Società

«Ci avete chiesto di alzare la mano». Gli studenti di Cosenza in piazza, dalla parte di chi lavora

Tre studenti con due striscioni: «Meno parole più fatti» e «Ci avete chiesto di alzare la mano, ora alziamo la voce», uno fissato sulla fiancata di un'auto grigia

Stamattina la protesta è scesa in città, e l’hanno portata i ragazzi. Studenti di sette istituti superiori di Cosenza, insieme a una parte dell’università, hanno sfilato dal centro fino al Provveditorato: un migliaio secondo l’Ansa, migliaia secondo altre testate. Avevano molte ragioni, e una l’hanno scritta a mano su un lenzuolo: «Ci avete chiesto di alzare la mano, ora alziamo la voce».

È il secondo pezzo della serie che ho cominciato al presidio dei tir e dei trattori di Rende. Non è una deviazione: gli studenti erano già passati da via Colombo nei giorni scorsi, e oggi qualche agricoltore ha camminato con loro.

Due lenzuola e una macchina

Poco prima che il corteo partisse li ho fotografati così. Un lenzuolo fissato con il nastro adesivo sulla fiancata di un’utilitaria grigia; un altro tenuto su a braccia tese, davanti a un muro d’edera. Sul primo, in lettere color terra, la frase della mano e della voce. Sul secondo, in nero: «Meno parole, più fatti». Sopra le loro teste, per caso, un cartello di divieto d’accesso.

Tre studenti con due striscioni: «Meno parole più fatti» e «Ci avete chiesto di alzare la mano, ora alziamo la voce», uno fissato sulla fiancata di un'auto grigia
Studenti a Cosenza, la mattina del corteo del 22 ottobre. Foto di Tommaso Scicchitano

La frase del lenzuolo è più fine di quanto sembri. A scuola si impara presto che per parlare si alza la mano e si aspetta il proprio turno. Questi ragazzi dicono di averlo fatto: hanno chiesto la parola, educatamente, e il turno non è arrivato. Adesso la voce la alzano da soli. Non è una minaccia; è la constatazione che l’educazione, da sola, non è bastata a farli ascoltare.

Che cosa chiedono

Il corteo è partito alle nove e mezza da piazza Kennedy. Hanno sfilato studenti del Da Vinci, del Telesio, del Pitagora, del Valentini, del Mancini, del Cosentino e del Lucrezia della Valle. Un tratto di corso Mazzini, già occupato dalle bancarelle della Festa del Cioccolato, poi la deviazione su via Montesanto e la salita verso il Provveditorato.

Le richieste sono concrete: più risorse per la scuola pubblica, un aiuto contro il caro libri, trasporti che non costino sempre di più, un sostegno per gli affitti di chi studia fuori sede. E poi la guerra, che i ragazzi indicano come una delle cause della crisi: lo slogan più gridato era «Più soldi alla scuola, meno alle armi». Sui cartelli si leggeva «Non risparmiate sugli studenti» e «L’istruzione è un diritto, non un privilegio». Non sono mancati i cori contro la presidente del Consiglio Meloni, il ministro Piantedosi e Roberto Vannacci.

Gli organizzatori, alla vigilia, avevano chiesto un corteo pacifico e civile. Nelle chat degli studenti girava una frase che vale la pena trascrivere intera: «Vogliamo essere ascoltati per le nostre idee».

Il filo con via Colombo

Martedì sera, al presidio di Quattromiglia, Teresa Leone mi aveva detto: «Stiamo lavorando per vivere». Oggi i ragazzi hanno scritto «Non risparmiate sugli studenti». Sono due frasi diverse che parlano dello stesso conto. Il gasolio che pesa sul camion di Teresa pesa anche sul pullman che porta a scuola chi abita nei paesi; il carrello che si svuota a Rende è lo stesso che si svuota nella cucina di una famiglia con due figli al liceo.

Le cronache di oggi raccontano che alcuni agricoltori hanno partecipato al corteo per ricambiare la solidarietà ricevuta dagli studenti nei giorni scorsi. È un dettaglio piccolo e non lo è affatto: chi tiene in piedi un presidio da giorni ha trovato il tempo di venire in città a camminare accanto a ragazzi che vanno ancora a scuola.

Intanto la protesta è cambiata. Ieri Fedralog ha sospeso il fermo dei tir in Calabria e la trattativa si è spostata a Roma; il Consiglio dei ministri era atteso oggi su misure urgenti per trasporti, agricoltura e pesca. Gli agricoltori del Movimento Territorio e Agricoltura, però, non tornano a casa: i loro presidi restano a Falerna, Castrovillari, San Marco Argentano e Spezzano Albanese, e ne annunciano di nuovi. Sugli scaffali, per ora, i vuoti restano. Le date da segnare sono sempre due: il tavolo del 27 ottobre a Roma e lo sciopero generale del 30.

«Non dire: sono giovane»

C’è un profeta che comincia la sua vocazione con una scusa. Geremia, chiamato a parlare al suo popolo, risponde: «Ahimè, Signore Dio! Ecco, io non so parlare, perché sono giovane». E la risposta è secca: «Non dire: Sono giovane. Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò e dirai tutto quello che io ti ordinerò» (Geremia 1,6-7). La Scrittura conosce bene la tentazione di rimandare la parola dei giovani a quando saranno grandi; e la respinge.

L’altro lenzuolo, «Meno parole, più fatti», sembra preso quasi alla lettera dalla Prima lettera di Giovanni: «Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1 Giovanni 3,18). Lì è un invito rivolto ai credenti, prima che a chiunque altro. Qui è rivolto a chi governa. In tutti e due i casi dice la stessa cosa: le parole che non diventano scelte, alla lunga, smettono di essere credute.

Una sola foto

Di questa mattina pubblico una sola immagine: quella in cui tutte le persone ritratte hanno firmato la liberatoria. Le altre restano nel cassetto. Mi sembra il modo più semplice per prendere sul serio quello che chiedevano: essere ascoltati, non soltanto guardati.

Nei prossimi giorni torno ai presidi. Se siete studenti, genitori, agricoltori o autotrasportatori e avete una storia da raccontarmi, scrivetemi.

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