1 Giu 2026 · articolo, Società

Il Vangelo non sfila

Sacerdote in talare con collarino bianco e spallini militari con stellette dorate, sullo sfondo una parata sfocata con tricolori

Per la prima volta un drappello di cappellani militari prenderà parte alla parata del 2 giugno. Ma il problema non è l’immagine della Chiesa: è l’annuncio reso inascoltabile, e la libertà della coscienza che nessun grado può davvero formare.

C’è un fatto, e il fatto è già di per sé un discorso. Per la prima volta nella storia della Repubblica, l’Ordinariato militare ha disposto che un drappello di cappellani in divisa sfili alla parata del 2 giugno. La notizia ha provocato la reazione immediata di Pax Christi e di don Tonio Dell’Olio, che parlano di scelta antievangelica e rilanciano una richiesta che torna puntuale ogni anno: smilitarizzare una festa che celebra una Costituzione fondata sul lavoro, non sulle armi. Non è la prima volta che mi trovo a riflettere su cosa accade quando una festa nazionale si appropria di una figura cristiana e finisce per svuotarla.

Si dirà che è solo protocollo, una manciata di preti che marcia dietro le bandiere. Ma nei segni religiosi non esiste il “solo”. A rendere la cosa quasi imbarazzante è il contrasto interno alla stessa Chiesa. Appena nel dicembre 2025, con la Nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” approvata ad Assisi, i vescovi italiani avevano aperto una riflessione proprio sui cappellani, chiedendosi se non si dovessero prospettare “diverse forme di presenza” meno legate alla struttura militare, capaci di garantire maggiore libertà nell’annuncio di pace. Pochi mesi dopo, l’istituzione che da quella stessa Chiesa dipende fa l’esatto contrario, e lo fa nell’anno in cui l’Ordinariato (nato nel 1925) celebra il proprio centenario, con un motto, “Inter arma caritas”, che più di un teologo ha definito un ossimoro intollerabile.

Vale la pena ricordare i dati, perché aiutano a misurare la posta. I cappellani non sono semplici preti che entrano in caserma: in base al Codice dell’ordinamento militare sono equiparati ai gradi della gerarchia (il capo del servizio a generale di corpo d’armata, i cappellani capo a colonnello), stipendiati dallo Stato, che arriva a pagare perfino ostie e paramenti. È materia concordataria, e proprio per questo modificabile: il Concordato, è stato detto con felice asprezza, non è il Vangelo.

Non un danno d’immagine, un danno all’annuncio

Qui sta il punto che vorrei mettere a fuoco, perché di solito si manca. Si tratta la faccenda come una questione di immagine, e l’immagine si gestisce: un comunicato, un distinguo, la presa di distanza di chi non ci sta. Ma il danno non è d’immagine. È un danno all’annuncio, ed è di tutt’altro ordine.

L’annuncio cristiano non è un’informazione, è una parola che dovrebbe generare fede. Dice un Dio disarmato, un crocifisso, una pace che papa Francesco chiamava “solo disarmata”. Quando il segno visibile di quella parola sfila in uniforme, con i gradi di un ufficiale, la parola non viene soltanto offuscata, viene smentita alla radice. La forma contraddice il contenuto, e nell’annuncio la forma è già contenuto. Un Vangelo della nonviolenza pronunciato da uomini inquadrati nell’apparato della forza è una proposizione che si autoconfuta: prima ancora di essere ascoltata, è già incredibile. Del resto ho già visto da vicino quanto facilmente il linguaggio della fede possa essere piegato al servizio della potenza militare.

E nessuno, fuori, legge i distinguo. In una società che riceve il cristianesimo per immagini e non per trattati, la gente non vede “il cappellano cattolico inquadrato secondo la normativa concordataria”. Vede i preti, la Chiesa, i cristiani. Le distinzioni che a noi stanno a cuore (profetico contro costantiniano, Pax Christi contro Ordinariato) sono invisibili allo sguardo comune. Per questo il danno colpisce anche, e soprattutto, chi prende le distanze: gli obiettori, gli eredi di don Milani e don Mazzolari, le chiese che storicamente hanno rifiutato il patto fra trono e altare. Pagano il prezzo di un segno che non hanno scelto e che combattono.

C’è una crudeltà in più, nascosta in quel “non volendo”. I cappellani possono essere uomini sinceri, capaci di stare accanto a un morente come nessun funzionario saprebbe. Non intendono danneggiare il Vangelo. Eppure lo danneggiano, perché nell’ordine dei segni l’intenzione non salva il segno. È lo scandalo nel senso evangelico più preciso: non il peccato del singolo, ma la pietra d’inciampo che allontana i lontani prima ancora che possano scegliere. Costoro non rifiutano il Vangelo. Rifiutano un’immagine che è stata messa al posto del Vangelo, e al Vangelo non arrivano mai.

Cosa avrebbe fatto Gesù

La domanda è ingenua e insieme inevitabile. La tentazione è rispondere con i mercanti del Tempio, ed è una risposta giusta ma insufficiente. Giusta, perché il bersaglio coincide: Gesù non rovescia i banchi del mercato cittadino, rovescia quelli nel Tempio, il sacro messo al servizio di altro. E la frusta non è per l’occupante romano fuori dalle mura, è per il proprio establishment religioso. Se quel gesto si ripetesse oggi, la sferza non sarebbe per i soldati che sfilano: sarebbe per chi li benedice, per la rendita concordataria, per la Chiesa che si lascia arruolare. L’ira evangelica è sempre, prima di tutto, ira domestica.

Ma la cacciata dei mercanti non basta, e lo dicono i Vangeli stessi: quel gesto è ciò che lo fa condannare a morte. L’arco non si chiude sulla frusta, si chiude sulla croce. E nel mezzo, al Getsemani, c’è il gesto che rovescia il primo: quando Pietro sguaina la spada per difenderlo, Gesù lo ferma (“rimetti la spada nel fodero”) e risana l’orecchio del servo ferito. È il disarmo compiuto sul proprio difensore, nell’istante in cui la violenza sarebbe stata persino comprensibile. Il Cristo che caccia i mercanti e il Cristo che disarma Pietro sono lo stesso, e la direzione fra i due è inequivocabile: dalla sferza alla croce, mai il contrario.

Si obietterà che Gesù loda la fede del centurione e non gli ordina di lasciare l’esercito, che invita a rendere a Cesare quel che è di Cesare. Vero. Ma c’è una soglia che quei testi non varcano mai: Gesù accoglie il soldato, non fa del soldato il portatore del segno. Loda la fede del centurione, non mette il Vangelo in divisa. La differenza fra stare accanto al soldato e indossarne i gradi è tutta lì, ed è la differenza che la parata cancella.

La coscienza è uno spazio libero

Resta l’argomento più nobile in difesa dei cappellani, quello ripreso anche dal magistero recente: il loro compito sarebbe formare evangelicamente le coscienze. Prendiamolo sul serio, perché è proprio lì che la contraddizione diventa più radicale.

Formare la coscienza è una categoria cattolica legittima: la stessa Gaudium et spes riconosce che la coscienza può errare e va perciò educata, e Amoris laetitia parla di una coscienza da accompagnare al discernimento. Il problema non è il verbo. Il problema è che “formare” nasconde due sensi opposti. Il primo è illuminare: rendere quello spazio interiore più luminoso, perché la persona oda da sé la voce che vi risuona e giudichi libera, davanti a Dio. Il secondo è conformare: piegare la coscienza a una volontà esterna.

E il magistero sceglie senza ambiguità il primo. La Gaudium et spes chiama la coscienza “il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio”. Francesco la definisce lo spazio interiore dell’ascolto di Dio. E Leone XIV, di recente, ha condannato esplicitamente “ogni forma di indottrinamento morale”, perché impedisce il giudizio critico e attenta alla libertà sacra della coscienza. Tre voci, un solo insegnamento: la coscienza è il luogo dove nessuna autorità umana entra a comandare.

Ma una gerarchia militare esiste per conformare: addestra, uniforma, ottiene adesione. Quando chi forma la coscienza è anche il tuo superiore in grado, la formazione scivola inevitabilmente nel secondo senso, nel conformare, cioè in quell’indottrinamento che il Papa stesso definisce un attentato alla libertà sacra. Non per cattiva volontà del singolo, ma per geometria del rapporto: il sacrario è il luogo dove l’uomo è “solo con Dio”, e se vi entra un terzo con le stellette sulle spalle, l’uomo non è più solo con Dio, è solo con Dio e con il suo comandante. Che è come dire: non più solo con Dio. Un sacrario con una sentinella sulla soglia non è più un sacrario.

C’è poi la lama che chiude il cerchio. Una coscienza formata davvero in senso luminoso, libera davanti a Dio, potrebbe arrivare a giudicare ingiusto un ordine e a rifiutarlo: è esattamente ciò che portò don Milani a scrivere che l’obbedienza non è più una virtù. Ma un esercito non può volere coscienze così, perché genererebbe obiettori nelle proprie file. Dunque, dentro quella struttura, “formare le coscienze” può significare una cosa sola: formare coscienze riconciliate con l’obbedienza, educate a non obiettare. Il contrario esatto dello spazio libero e luminoso. La formula, pronunciata in divisa, si capovolge nel suo opposto: non apre la coscienza, la arruola.

La sfida è continuare a essere cristiani

Non si tratta, allora, di difendere l’immagine della Chiesa, e nemmeno di negare ai militari il diritto a una presenza spirituale. Si tratta di riconoscere che fra lo stare accanto e l’appartenere corre tutta la distanza del Vangelo. Il prete senza stellette non è un prete dimezzato: è l’unico che possa stare in caserma come si sta in un ospedale o in un carcere, disarmato, e lasciare che sia quella nudità a parlare.

La tradizione viva, in questa storia, non è l’Ordinariato che sfila. È don Mazzolari, è don Milani processato per aver difeso l’obiezione di coscienza contro i cappellani che la chiamavano un insulto alla Patria. È la lunga schiera di chi ha intuito che a volte si resta fedeli al Vangelo solo a prezzo di liberarsi delle proprie incrostazioni. La Chiesa cattolica non porta soltanto il peso di una tradizione e di un magistero: porta il peso di patti centenari e di privilegi che la trattengono quando vorrebbe muoversi, e che le impediscono di essere fedele a se stessa. Come ho provato a dire altrove, il problema non è mai soltanto chi siede sul trono, ma il trono stesso.

La sfida, in fondo, è tutta qui, e vale anche per chi guarda da un’altra sponda della stessa fede: continuare a essere cristiani, cioè preferire la fedeltà al Vangelo alla fedeltà ai propri privilegi. La pace disarmata, se ha un senso, comincia banalmente dal disarmo dei propri preti. E il 2 giugno, mentre il drappello sfila, l’unica testimonianza credibile sarà quella di chi è rimasto fuori dal corteo.

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