La politica della speranza. Perché l’ottimismo vince, e quando invece si ritorce contro

C’è un momento, in ogni campagna, in cui il candidato deve scegliere che cosa mettere al centro del proprio racconto. Può scegliere la paura, e allora dirà che tutto sta crollando, che il nemico è alle porte, che senza di lui verrà il disastro. Oppure può scegliere la speranza, e allora dovrà fare una cosa molto più difficile: convincere le persone che un futuro migliore non solo è desiderabile, ma è possibile, e che loro possono contribuire a costruirlo. La paura è un carburante potente e a buon mercato. La speranza costa di più, si accende con più fatica, ma quando prende brucia più a lungo.
Conviene dirlo subito, prima che la retorica del pensiero positivo se ne impadronisca: parlare di speranza in politica non significa promettere sorrisi. Le campagne che hanno vinto puntando sull’ottimismo non hanno mai negato i problemi. Li hanno nominati con precisione, e proprio per questo hanno reso credibile la promessa di superarli. L’ottimismo che funziona non è l’assenza della crisi, è una risposta alla crisi.
Questo articolo apre una serie. Nelle prossime settimane analizzeremo alcune delle campagne più studiate al mondo, da Reagan a Obama, da Berlusconi a Renzi, fino ai casi recenti di Macron, Lula e Starmer, e anche ad alcune sconfitte istruttive. L’obiettivo non è collezionare slogan efficaci, ma capire un meccanismo. Perché la stessa emozione, la speranza, in una campagna diventa una valanga e in un’altra si sgonfia in poche settimane.
Due parole che sembrano uguali e non lo sono
Il primo passo è distinguere due cose che il linguaggio comune confonde: l’ottimismo e la speranza. L’ottimismo è un’aspettativa, spesso passiva: le cose andranno bene, il tempo lavora per noi, prima o poi il vento cambia. È rassicurante, ma è anche fragile, perché non chiede nulla a chi ascolta. La speranza è un’altra cosa. La speranza è attiva: presuppone che il futuro migliore vada costruito, che richieda impegno, partecipazione, responsabilità condivisa. Chi promette ottimismo dice “andrà tutto bene”. Chi costruisce speranza dice “possiamo farcela, insieme, e serve anche il tuo contributo”.
La differenza non è filosofica, è operativa. Un messaggio ottimista che non chiede nulla scivola addosso, e alla prima difficoltà appare ingenuo o, peggio, disonesto. Un messaggio di speranza attiva coinvolge, e proprio perché chiede qualcosa lascia un segno. È la ragione per cui gli slogan più memorabili della storia recente non dicono “io”, dicono “noi”. Non promettono un salvatore, chiamano a raccolta una comunità.
L’ottimismo che ha fatto la storia
Nel 1984 la campagna di rielezione di Ronald Reagan produce uno spot che è ancora oggi il manuale di ogni comunicazione positiva. Si intitola “Prouder, Stronger, Better”, ma tutti lo ricordano per la frase con cui si apre: è di nuovo mattino in America. Sullo schermo non ci sono comizi né promesse gridate. Ci sono persone che vanno al lavoro, una casa che viene comprata, un matrimonio, una bandiera issata al mattino. L’ottimismo non viene dichiarato, viene mostrato. Nessuno dice “sono fiducioso”, si vede la fiducia, e la si lega a dati concreti su inflazione e occupazione. È la prima grande lezione: la speranza credibile si fa vedere nei dettagli della vita quotidiana, non si annuncia in astratto.
Ventiquattro anni dopo, Barack Obama trasforma due parole in un movimento. “Yes We Can” funziona perché è breve, ripetibile, e soprattutto perché sposta il soggetto: non è il leader che promette, è il popolo che si autorizza. Lo slogan esce dai comizi ed entra nella musica, nei video, nelle magliette, diventa una lingua condivisa. E c’è un secondo elemento che lo rende solido: la biografia stessa di Obama è la prova vivente che il cambiamento è possibile. Quando il messaggero incarna il messaggio, la speranza smette di essere un’idea e diventa un fatto. Seconda lezione: lega la promessa a una storia vera, alla tua, e costruiscila perché possa essere ripetuta da chiunque.
L’ottimismo che vince non nega la crisi. La guarda in faccia, la nomina con precisione, e poi indica una strada percorribile. Tutto il resto è pubblicità.
Quando la luce acceca
Ci sono studiosi della comunicazione che hanno coniato un’espressione utile: ottimismo tossico. È quello che promette un domani radioso ignorando le paure e i conflitti reali delle persone. Suona bene per qualche giorno, poi si scontra con la vita e si rovescia in sfiducia. La storia recente offre lezioni severe su questo punto, ed è giusto guardarle con la stessa serietà con cui guardiamo i successi.
Nel 2016 Hillary Clinton corre con “Stronger Together”, più forti insieme. Sulla carta è un messaggio positivo e inclusivo. Nei fatti diventa una campagna reattiva, costruita più contro l’avversario che attorno ai bisogni degli elettori. Quando il tuo ottimismo serve soprattutto a distinguerti da qualcun altro, hai già smesso di proporre e hai cominciato a difenderti. Nel 2024 Kamala Harris punta esplicitamente sulla gioia, sulla speranza come antidoto alla paura. Ma a molti elettori quel tono appare lontano dai loro problemi concreti, dal costo della vita, dalla sicurezza percepita. Una frase raccolta in campagna riassume tutto: l’ottimismo è bello, ma non paga le bollette.
E la lezione più vicina a noi porta un nome italiano. Nel 2016 Matteo Renzi lega il proprio destino personale a un referendum costituzionale, dicendo che in caso di sconfitta lascerà la politica. Trasforma un voto sul merito di una riforma in un plebiscito sulla propria persona. I sondaggi sul testo erano più favorevoli del voto reale: è la personalizzazione, quell’ottimismo diventato sfida, ad aver mobilitato il fronte contrario. Quando la speranza si fa arroganza, quando diventa “o me o il caos”, regala all’avversario la parte migliore del racconto.
Una speranza adulta
Che cosa tenere, allora, di tutto questo, per chi oggi deve costruire una voce pubblica credibile, magari in un comune, magari lontano dai riflettori nazionali? Una sintesi che non è né il cinismo di chi promette solo paura né l’ingenuità di chi promette solo sorrisi. La chiamerei speranza adulta. Parte da un quadro lucido della realtà, nomina i problemi senza addolcirli, e proprio per questo può indicare un percorso realistico invece di un miracolo. Sceglie due o tre temi concreti, il lavoro, i servizi, il futuro dei più giovani, e a ciascuno lega una promessa verificabile, non uno slogan vuoto. Dice “noi” più spesso di quanto dica “io”. E soprattutto racconta storie vere di problemi superati, perché un racconto non si batte con una smentita, si batte con un racconto migliore.
La politica della speranza non è un trucco da campagna elettorale. È una scommessa su un’idea di cittadino: che le persone, se trattate da adulte, preferiscano essere chiamate a costruire piuttosto che spaventate per essere guidate. È una scommessa difficile, e non sempre vince. Ma quando vince, come vedremo nelle prossime settimane leggendo chi ci è riuscito e chi ha fallito, cambia non solo l’esito di un voto, cambia il modo in cui una comunità parla di se stessa.
Nella prossima puntata torniamo a quel mattino americano del 1984, per capire come si fa a rendere visibile una promessa senza pronunciarla mai.
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Chi scrive
Tommaso Scicchitano è scrittore e si occupa di comunicazione: dà forma a messaggi pubblici che vogliono essere ascoltati, non solo gridati. Affianca chi fa politica in modo riformista nel costruire una voce chiara, credibile e capace di parlare ai bisogni reali delle persone, senza rincorrere l’avversario sul suo terreno.
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