Quanto pesa un foglio di carta. Il processo Reset e l’appello perso

Il maxiprocesso contro la ‘ndrangheta cosentina doveva tornare in aula per ventotto persone assolte in primo grado. Non ci tornerà: gli appelli della Procura sono stati dichiarati inammissibili per come sono stati depositati. È un paradosso che non regala niente a nessuno e toglie qualcosa a tutti: all’accusa, agli assolti, a una città sciolta per mafia, a chi crede ancora che la giustizia arrivi in fondo.
Duecento arresti all’alba
Il primo settembre 2022 Cosenza si è svegliata dentro una parola inglese: Reset. Circa duecento misure cautelari firmate su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, più di settantadue milioni di beni sequestrati, anni di intercettazioni, pedinamenti e verbali di collaboratori di giustizia. La tesi era ambiziosa e precisa: a Cosenza non ci sarebbero stati più clan in guerra, ma una confederazione, un «sistema» con una cassa comune per la droga, l’usura, le estorsioni, le scommesse. Ai domiciliari quella mattina finirono anche il sindaco di Rende, che era pure presidente dell’Anci Calabria, e il suo assessore ai lavori pubblici. Dieci mesi dopo il Consiglio dei ministri sciolse il Comune di Rende per infiltrazioni mafiose.
Poi i processi, su due binari. Con il rito abbreviato, nel dicembre 2024, sono arrivate condanne per circa dieci secoli di carcere, fino a vent’anni per i nomi che a Cosenza tutti conoscono. Con il rito ordinario, il 17 luglio 2025, il Tribunale ha giudicato centoventuno imputati: cinquantotto condanne e sessantadue assoluzioni. Tra gli assolti l’ex sindaco Marcello Manna e l’ex assessore Pino Munno, per i quali l’accusa aveva chiesto dieci anni. La Procura ha impugnato ventotto di quelle assoluzioni. Era il suo diritto, e per molti era anche il suo dovere.
Una busta invece di un file
Ieri la Corte d’appello di Catanzaro ha chiuso la partita prima che cominciasse. Ha accolto un’eccezione della difesa e dichiarato inammissibili gli appelli: secondo quanto riporta la stampa, gli atti sono stati depositati su carta, mentre le regole del processo penale telematico chiedono il deposito digitale. I giudici non sono entrati nel merito. Non hanno detto che le assoluzioni erano giuste o sbagliate. Hanno detto che quella porta non si poteva aprire così. Le ventotto assoluzioni, scrivono le cronache, diventano definitive.
Mi fermo un momento sull’ironia, perché in questa storia c’è ed è amara. Il deposito telematico è nato per rendere la giustizia più veloce. Qui ha funzionato benissimo: ha reso definitive in un giorno decisioni che avrebbero chiesto mesi di udienze. Anni di indagini, anni di dibattimento, un’aula bunker riempita e svuotata, e il secondo grado per ventotto persone si decide su una questione che starebbe comoda in una circolare. Un foglio di carta, ieri, ha pesato più di tutti i faldoni del processo.
Un regalo alle mafie? No, ed è questo il guaio
La frase viene spontanea, l’ho pensata anch’io: un vizio di procedura che diventa un vantaggio per la ‘ndrangheta. Ma è una frase sbagliata, e conviene dirlo chiaro. Il vizio di procedura non ha assolto nessuno. Quelle ventotto persone erano già state assolte da un collegio che ha ascoltato testimoni, letto intercettazioni, pesato prove per anni. L’errore della Procura non ha cancellato una condanna: ha tolto allo Stato la possibilità di guardare quelle assoluzioni una seconda volta. E chi è stato condannato resta condannato. Le pene pesanti dell’abbreviato restano dove sono, e gli appelli dei condannati del rito ordinario vanno avanti per conto loro. Il «sistema Cosenza», per quanto i giudici lo hanno riconosciuto, non lo ha smontato una busta.
Il paradosso vero è un altro, ed è più crudele. A perdere non è solo l’accusa. Perdono anche gli assolti. Chi è stato riconosciuto innocente nel merito, dopo anni di processo, oggi rischia di sentirsi dire al bar, sui social, nei corridoi di un ufficio: «se l’è cavata per un cavillo». È falso, ed è ingiusto. Un’assoluzione definitiva dovrebbe chiudere una storia e restituire un nome. Questa invece lascia la porta socchiusa, con uno spiffero di sospetto che non è colpa loro. L’errore dello Stato non premia nessuno, e finisce per sporcare anche chi lo Stato stesso aveva dichiarato innocente.
Rende, la città delle due voci
Poi c’è Rende, che è la città dove in questi giorni seguo il presidio di agricoltori e autotrasportatori, e che di contraddizioni, in questi anni, ne ha attraversate parecchie. Nel 2023 lo Stato l’ha sciolta per infiltrazioni mafiose e l’ha affidata per diciotto mesi a una commissione straordinaria. Oggi lo stesso Stato consegna alla storia il suo sindaco di allora come innocente, senza possibilità di appello. Le due cose possono stare insieme, e chi conosce il diritto lo sa: lo scioglimento è una misura di prevenzione amministrativa, che guarda al rischio e non alla colpa, e non ha bisogno di una condanna. Ma ai cittadini di Rende, che hanno votato, che sono stati commissariati, che hanno letto i giornali per anni, resta da capire quale delle due voci dello Stato debbano ascoltare. La seconda, adesso, non potrà più essere messa alla prova in un’aula.
La forma non è un cavillo
C’è una tentazione, davanti a decisioni come questa: prendersela con la forma. Ma la forma, nel processo penale, è sostanza. I termini e i modi del deposito sono garanzie, e valgono per tutti. Valgono per l’imputato che sbaglia una scadenza e perde il suo appello, cosa che succede a persone senza nome e senza titoli sui giornali. Valgono per il pubblico ministero. Se una regola si piegasse quando a sbagliare è la Procura, non sarebbe più una regola: sarebbe un privilegio. La difesa ha fatto il suo mestiere, e la Corte ha fatto il suo. A chi chiede più severità contro le mafie, e io sono tra questi, conviene ricordarlo: lo Stato di diritto non è l’ostacolo dell’antimafia. È esattamente ciò che la distingue dalla mafia.
Fedeli nel poco
Leggendo le cronache di ieri mi è tornata in mente una frase di Gesù che di solito si cita per parlare di soldi: «Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto» (Luca 16,10). È una frase scomoda, perché rovescia la nostra gerarchia. Noi misuriamo l’antimafia con le cose grandi: i blitz all’alba, i numeri degli arresti, le conferenze stampa, i secoli di carcere. Il Vangelo ci dice che il molto si regge sul poco, e che chi trascura il poco mette a rischio il molto. Un deposito fatto nel modo giusto e nel tempo giusto è una cosa piccola. Ma è su quella cosa piccola che ieri si è retto, o meglio non si è retto, il lavoro di anni.
C’è poi un versetto del Deuteronomio che la tradizione ebraica ha letto con grande finezza: «La giustizia, la giustizia seguirai» (Deuteronomio 16,20). Perché ripetere la parola due volte? Una parte dei commentatori ha risposto così: perché la giustizia va cercata con mezzi giusti. Non basta avere ragione sul fine; bisogna avere ragione anche sulla strada. Due fedeltà, una al traguardo e una al cammino. Ieri è mancata la seconda, e si è trascinata dietro la prima.
Un debito con i cittadini
Resta una domanda, e non è una caccia al colpevole. Chi risponde di questo errore? Non lo chiedo per avere un nome da mettere alla gogna, ma perché un’istituzione che chiede ai cittadini il rispetto delle forme deve dimostrare per prima di rispettarle. In Calabria c’è chi denuncia, chi testimonia, chi ha scelto di collaborare rischiando la vita, chi ha smesso di pagare. Tutte queste persone hanno fatto la loro parte del poco, e meritano che lo Stato faccia la sua. Quello di ieri non è un regalo alle mafie. È un debito con i cittadini, e si paga in un solo modo: facendo bene, la prossima volta, le cose piccole.
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