21 Ott 2026 · articolo, Calabria, Società

«Stiamo lavorando per vivere». Una sera al presidio dei tir e dei trattori di Rende

Di notte, un fuoco acceso in un bidone accanto a un trattore e a una pala meccanica al presidio di via Cristoforo Colombo a Rende; sullo sfondo i camion e un gruppo di manifestanti sotto un gazebo.

Da sei giorni, all’imbocco di via Cristoforo Colombo, tra Quattromiglia e Settimo, camion e trattori non se ne vanno. Stasera ci sono andato con la macchina fotografica e un registratore, e ho parlato con Teresa Leone, venticinque anni, una ditta di trasporti e una frase che non mi lascia: «Stiamo lavorando per vivere». È il primo di una serie di pezzi: da qui seguirò il presidio, giorno per giorno, almeno fino al 27 ottobre.

Il fuoco nel bidone

La prima cosa che vedi, arrivando di sera, è il fuoco. Arde in un bidone di lamiera, accanto alla ruota di un trattore Hürlimann più alta di un bambino, e ci si scaldano le mani uomini con il cappuccio tirato su. Dietro, sotto un gazebo, ci sono casse d’acqua, pacchi di pasta, sacchetti di plastica: la dispensa di chi ha deciso di restare. Poi i camion, con i fari accesi e i nomi scritti sulla cabina come si scrivono i nomi sulle barche. Uno si chiama Maria.

Il presidio è qui dal 16 ottobre e non si è mai interrotto. Lo tengono in piedi gli autotrasportatori di Fedralog, a cui si sono uniti gli agricoltori del Movimento autonomo e i militanti dell’Usb, che hanno piantato la loro bandiera rossa e gialla accanto ai tir. Il fermo regionale doveva finire ieri, 20 ottobre. Dopo l’incontro con il ministero, Fedralog ha deciso di andare avanti fino al 27, giorno del nuovo tavolo a Roma.

Teresa Leone, giovane imprenditrice dei trasporti, in giacca di pelle nera al presidio di Rende di sera; alle sue spalle le luci di un camion, una bandiera rossa e gialla e altri manifestanti.
Teresa Leone, della Leone Trasporti, al presidio di Rende. Foto di Tommaso Scicchitano

«Questa lotta è per tutti»

Teresa Leone è amministratrice unica della Leone Trasporti. Ha una giacca di pelle nera, il telefono in mano, una bottiglietta d’acqua sotto il braccio, e risponde senza giri di parole. Le chiedo perché sono qui. «Per il caro carburante, il caro vita che ci sta mangiando, sia le ditte che le persone fisiche. Perché ormai stiamo lavorando per vivere.»

Le chiedo se sentono la vicinanza della gente comune, di chi non ha fatto partire la protesta ma passa, si ferma, porta qualcosa. Mi corregge subito, e ha ragione lei: «Non sono d’accordo su questo punto di vista. Questa lotta è per tutti, è veramente per ogni singola persona, soprattutto in Italia». E aggiunge che oggi, più che mai, si sentono accolti dai cittadini. Le domando se è una lotta del Sud. «Riguarda l’Europa, riguarda tutti noi, senza distinzioni tra Nord e Sud. Si stanno prendendo tutto di noi, tutte le nostre energie e soprattutto il nostro futuro. Non esisterà più niente se non si dà una scossa forte a quello che stiamo vivendo.»

Milano, e la domanda da avvocato del diavolo

Le ho fatto una domanda scomoda, e le ho detto che poteva chiedermi di tagliarla. Non l’ha chiesto. Sabato e domenica scorsi, a Milano, la manifestazione «Italia in piazza» contro il carovita è finita in due giorni di vetrine sfondate e negozi saccheggiati. Secondo la polizia, quattro fermati su cinque, domenica, erano minorenni. Le ho chiesto se, tolta la violenza, quei ragazzi non dicessero in fondo la stessa cosa che dicono i camionisti.

«La violenza non è mai giustificata», risponde. «Lì non si parlava di manifestazione, ma di vandalismo e di rapine. Loro non sono andati a disintegrare il governo o i politici: sono andati a disintegrare le vetrine di commercianti che fanno sacrifici proprio come li stiamo facendo noi. È come se a me distruggessero un camion.» Per onestà va detto che i negozi colpiti erano in gran parte di grandi catene, da Foot Locker al Carrefour di via Torino, insieme a qualche piccola bottega come una sartoria di via Dante. Ma il punto di Teresa resta: la rabbia, quando colpisce a caso, colpisce quasi sempre in basso.

Le chiedo allora che cosa vogliono smuovere loro, visto che non li immagino a mettere bombe. «Si sta già smuovendo qualcosa di forte», dice. «Si parla di supermercati vuoti, di colonnine del gasolio a secco.» È vero: a Cosenza e a Rende l’acqua in bottiglia è diventata difficile da trovare e cominciano a mancare frutta, verdura e latte.

I conti che non tornano

Il problema, per Teresa, è dall’altra parte, «in chi ci governa». Cita tre cose, e le ho verificate una per una.

La prima: si parla di confiscare i mezzi a chi blocca le strade. È un’ipotesi che il governo sta valutando, non ancora una norma; si aggiungerebbe al decreto sicurezza del 2025, che ha già reso reato il blocco stradale anche fatto con il proprio corpo. La seconda: i soldi annunciati ieri. Il viceministro Rixi ha messo sul tavolo 480 milioni da pagare subito, e Salvini ha parlato di «un miliardo abbondante» da sbloccare. Teresa dice che sono stati rifiutati; più esattamente, Fedralog li ha giudicati insufficienti, perché sono contributi già dovuti per il 2025 e attesi da mesi, non risorse nuove. La terza: «35 miliardi in armi». Trentacinque miliardi è la spesa militare complessiva prevista per il 2026 secondo l’osservatorio Mil€x; per l’acquisto di armamenti in senso stretto la cifra è di circa 13. Il senso della sua frase però non cambia: «Questa guerra non la vogliamo noi e la stiamo pagando noi».

Le chiedo se la politica si è fatta vedere. Racconta che sono passati i sindaci di Rende e di Castiglione Cosentino, e che sono stati grati della loro vicinanza. «Ma loro non possono fare niente, non sono loro quelli che ci governano.» E quelli che possono cambiare le cose? «Non si sono fatti vedere. Assolutamente no.»

«Restituite loro oggi stesso»

Tornando a casa mi è venuto in mente il quinto capitolo del libro di Neemia. Gerusalemme è appena stata ricostruita, e il popolo protesta: «Si levò un gran lamento fra la gente del popolo e le loro mogli», dice il testo, e mi colpisce che le donne siano nominate per prime. Hanno ipotecato i campi e le vigne per comprare il grano, si sono indebitati per pagare le tasse al re. È una protesta contro il carovita, duemilacinquecento anni fa.

Neemia, che governa, non manda nessuno a sequestrare gli asini e i carri di chi protesta. Ascolta, si arrabbia, «ci riflettei dentro di me», e convoca una grande assemblea contro i notabili. Poi dice una frase che sembra scritta per il tavolo del 27: «Restituite loro oggi stesso i loro campi, le loro vigne, i loro uliveti e le loro case». Oggi stesso. Non a novembre, non nella prossima finestra di bilancio. È quasi la stessa cosa che mi ha detto Teresa, senza conoscere il testo: «Ci ridessero quello che è nostro».

La Scrittura non dice che chi protesta ha sempre ragione. Dice però che il lamento di chi lavora per vivere va ascoltato prima di essere represso, e che chi governa ne risponde.

Da qui, fino al 27 ottobre

Questo è il primo pezzo. Nei prossimi giorni tornerò al presidio di via Colombo e racconterò quello che succede: chi arriva, chi se ne va, che cosa manca sugli scaffali e che cosa si decide a Roma il 27. Poi c’è il 30 ottobre, giorno dello sciopero generale proclamato dai sindacati di base, per cui agricoltori e autotrasportatori annunciano un blocco totale. Se passate da Quattromiglia, fermatevi: c’è sempre un caffè, e qualcuno che ha voglia di raccontare. E se avete una storia da segnalarmi, scrivetemi.

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