Voi siete miei testimoni. Il processo di Cutro, senza registrazioni

Al Tribunale di Crotone il processo sui mancati soccorsi della notte di Steccato di Cutro si celebra senza riprese e senza registrazioni. Per chi non è in aula esiste soltanto nei taccuini e nella memoria di chi c’è. Una domenica con il profeta Isaia, che immaginò Dio in tribunale e affidò la prova non ai potenti, ma a un popolo di esuli.
Un’aula che non si può riascoltare
Da due settimane, il venerdì, vado a Crotone e mi siedo in fondo all’aula del Tribunale dove si celebra il processo sui mancati soccorsi della notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023. Sei militari imputati, quattro della Guardia di finanza e due della Guardia costiera, per naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. Novantaquattro vittime accertate; trentacinque erano minori.
Sul banco, davanti a me, c’è un taccuino. È l’unico modo per portare fuori quello che si dice là dentro. A febbraio il collegio presieduto dal giudice Alfonso Scibona ha escluso le riprese video delle udienze e ha respinto anche la richiesta di una registrazione soltanto audio, di quelle che finiscono nell’archivio di Radio Radicale, aperto a chiunque. La motivazione, lunga quasi dodicimila battute, si regge su un principio serio: la genuinità della prova. Chi deve ancora deporre non deve poter ascoltare prima che cosa hanno detto gli altri, e confezionare la propria versione su quella altrui.
È una ragione che si capisce, e non è di questo che voglio discutere oggi. Ma ha una conseguenza che vale la pena guardare in faccia: di questo processo non resterà una voce, né un’immagine. Resteranno i verbali, che leggeranno in pochi, e resterà quello che sapranno raccontare le persone sedute in quell’aula. Per chi non c’è, il processo di Cutro esiste soltanto nelle parole di chi c’è.
Chi c’è, e chi manca
Le prime file sono delle parti civili: superstiti, familiari delle vittime, sei organizzazioni del soccorso civile in mare, con le loro avvocate e i loro avvocati. Poi le difese, il pubblico ministero, i testimoni che si alternano al banco. Qualche cronista, non molti. Il pubblico, quasi nessuno.
Chi manca, soprattutto, sono le famiglie. Molti parenti delle vittime vivono all’estero, in paesi da cui non si arriva a Crotone per un venerdì mattina; e anche chi potrebbe venire difficilmente avrebbe la lingua per seguire un controesame fatto di miglia nautiche, orari di sala e competenze. Per loro il processo che dovrebbe dire che cosa è accaduto alle loro figlie, ai loro fratelli, ai loro padri è una cosa che qualcuno racconta. Arriva per telefono, per messaggio, attraverso un avvocato, un mediatore, un articolo tradotto alla meglio.
Seduto là in fondo ho capito che quel taccuino non è soltanto un quaderno di lavoro. È uno dei pochi fili che tengono legate quell’aula e le case, lontane, dove si aspetta.
Testimone, una parola che pesa
In aula la parola testimone ha un senso preciso: è chi viene chiamato a deporre, si impegna a dire la verità e risponde alle domande delle parti. In queste settimane al banco si sono seduti ufficiali, sottufficiali, operatori delle sale operative: uomini che quella notte erano di turno. Ciascuno porta il suo pezzo, e il processo esiste per metterli in fila e vedere dove non combaciano.
Ma c’è un senso più antico. In greco testimone si dice mártys, e da lì viene la parola martire: non perché il testimone debba morire, ma perché la sua parola lo impegna tutto. Il testimone è qualcuno che c’era e che non può fare finta di non aver visto. La legge di Mosè non si fidava di una voce sola: un fatto si stabiliva sulla parola di due o tre testimoni (Deuteronomio 19,15). La verità, per la Bibbia, ha bisogno di un coro.
Chi siede tra il pubblico non giura niente. Eppure il dovere è lo stesso: scrivere quello che si è sentito, non quello che si sarebbe voluto sentire. Segnare il dubbio quando un orario non torna. Correggersi quando si è sbagliato. Mettere le virgolette soltanto dove la parola è sicura. Senza un archivio pubblico da riascoltare, ogni virgoletta è una responsabilità.
Per chi non c’è, il processo di Cutro esiste soltanto nelle parole di chi c’è.
Dio in tribunale
Nel capitolo 43 del libro di Isaia c’è un processo. Il profeta che la tradizione chiama Secondo Isaia parla agli esuli di Babilonia: un popolo sconfitto e deportato, che ha perso la terra e il tempio e si domanda se il suo Dio conti ancora qualcosa. E mette in scena un tribunale. Da una parte le nazioni con i loro dèi, dall’altra il Dio d’Israele. Si convochino tutti i popoli, dice; e chi sostiene di conoscere la storia «presenti i suoi testimoni» (43,9). Chi sa raccontare davvero le cose accadute? Chi può alzarsi e dire: è vero?
Poi il versetto che dà il titolo a questa domenica: «Voi siete miei testimoni» (43,10). Il Dio di Isaia non chiama a deporre i potenti, né gli archivi dell’impero. Chiama un popolo di esuli, quelli che la storia aveva messo in fondo all’aula. E lo chiama così com’è: un momento prima lo ha descritto come un popolo cieco che pure ha occhi, sordo che pure ha orecchi (43,8). Non sono testimoni perfetti. Sono quelli che c’erano.
C’è un versetto, all’inizio dello stesso capitolo, che a Crotone non riesco a leggere senza fermarmi: «Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno» (43,2). Novantaquattro persone hanno attraversato le acque, e le acque le hanno sommerse a pochi metri dalla riva. Non ho una spiegazione da offrire, e diffido di chi ne ha una pronta. La Bibbia stessa non la offre: mette la promessa accanto all’esilio e lascia che stridano. Quello che il profeta fa, invece, è affidare la verità a chi ha visto. Non chiede agli esuli di capire tutto. Chiede loro di non tacere.
Forse è questo che resta da fare, davanti a una promessa che quella notte nessuno ha visto mantenere: non coprirla con parole devote, ma testimoniare. Dire chi c’era, chi sapeva, chi decideva e chi no. Il processo serve a stabilire le responsabilità penali, ed è giusto che lo faccia con le sue regole e con i suoi tempi. La testimonianza serve ad altro: a far sì che quelle novantaquattro persone non restino soltanto un numero in un capo d’imputazione.
Le prossime udienze
Il processo torna in aula venerdì 16 ottobre, per i controesami dei testimoni sentiti la settimana scorsa. L’udienza del 23 ottobre è stata revocata. Il 3 novembre saranno sentite tre persone che quella notte erano nella sala di coordinamento di Frontex, chieste dal pubblico ministero; poi toccherà ai consulenti tecnici.
Il racconto delle udienze lo scrivo ogni settimana per VITA: il primo pezzo, sulla deposizione dell’ammiraglio che quella notte coordinava i soccorsi, è uscito l’8 ottobre. Qui, la domenica, provo a fare l’altra cosa: fermarmi e chiedermi che cosa ci dice tutto questo. Domenica scorsa era «Il centurione e il pilota», la mia prima giornata in aula.
Sorelle e fratelli
Sorelle e fratelli, il dibattimento è pubblico. Vuol dire che quell’aula è anche vostra: chiunque può entrare, sedersi, ascoltare. Se abitate in Calabria e un venerdì potete, venite a Crotone. Se non potete, leggete, e fate leggere: ogni racconto che passa di mano in mano è un testimone in più. La legge di Mosè chiedeva due o tre voci per stabilire un fatto. Per Cutro ne servono molte di più, e la vostra conta.
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