4 Ott 2026 · domenicale, Società

Il centurione e il pilota. Un giorno a Crotone, al processo per i morti di Cutro

Incisione a due colori: la colonna di Capo Colonna su un promontorio roccioso e, nel mare sotto, una piccola barca a vela spezzata su una secca a pochi metri dalla spiaggia, di notte, con una striscia rossa di luce all'orizzonte

Venerdì sono andato a Crotone, al processo per i morti di Steccato di Cutro. Ci sono arrivato lungo la costa, passando davanti alle Bandiere Blu, alla colonna di Capo Colonna, all’aeroporto, al CARA. In aula ha testimoniato l’ammiraglio che quella notte coordinava i soccorsi, e ha detto tre cose che non stanno insieme. Tornando a casa mi è venuto in mente un centurione che, duemila anni fa, su una nave diretta a Roma, diede più ascolto al pilota che a un prigioniero.


La strada lungo il mare

Per arrivare a Crotone, e poi a Steccato, si fa un pezzo di costa ionica, e la costa comincia a parlare prima che tu arrivi. Le prime cose che vedi sono i cartelli delle Bandiere Blu: Le Castella, Isola di Capo Rizzuto. Quest’anno la Calabria ne ha ventisette, seconda in Italia dopo la Liguria. Per anni ho pensato che la bandiera volesse dire mare pulito perché qui non c’è industria, perché l’uomo ha toccato poco. Non è così. La bandiera premia chi gestisce bene le acque e i servizi, non chi è stato risparmiato. E a pochi chilometri da quelle spiagge c’è Crotone, che è un sito di interesse nazionale per le bonifiche: cinquant’anni di metallurgia della Pertusola, poi la Montedison, poi niente, tranne i veleni lasciati nel terreno e una bonifica che aspetta da più di venticinque anni. L’industria non è mancata. È arrivata, ha preso, se n’è andata. Steccato di Cutro, dove la barca si è spezzata, la bandiera non ce l’ha.

Poi, sul promontorio, la colonna. Una sola, delle cinquantotto che reggevano il tempio di Hera Lacinia; le altre sono state portate via dai terremoti e dagli uomini che avevano bisogno di pietre. Accanto, il santuario della Madonna di Capo Colonna, con l’icona nera che la tradizione attribuisce a san Luca e il pellegrinaggio di maggio che porta lì decine di migliaia di persone. Non è che un culto abbia cacciato l’altro: si sono messi uno sopra l’altro, come fanno i culti sul mare, dove la gente ha sempre avuto bisogno di qualcuno a cui chiedere di tornare a casa.

Più avanti, a Sant’Anna, l’aeroporto. È nato militare, nel settembre del 1941, e nel luglio del 1943 cinquanta bombardieri americani lo hanno raso al suolo. Accanto alla pista c’è il CARA, il centro di accoglienza per richiedenti asilo. Per undici anni l’ha gestito una confraternita, la Misericordia di Isola di Capo Rizzuto, e per quegli anni dentro c’era la ‘ndrangheta: la cosca Arena mangiava sui pasti dei profughi. Lo ha scritto la Cassazione, in via definitiva, a luglio di quest’anno: otto anni all’ex governatore della Misericordia, otto anni a un prete. La Corte dei conti ha calcolato il danno: quasi trentacinque milioni di euro. È in quel centro, in quei capannoni, che nel marzo 2023 furono portati i superstiti di Cutro: pochi letti, donne e bambini con gli uomini, un bagno, niente riscaldamento. Ci volle una denuncia pubblica perché il ministero li spostasse in albergo.

Infine la città, e in un quartiere popolare, i «300 alloggi», il volto di Rino Gaetano alto quanto un palazzo. Lo ha dipinto Jorit nel 2022. Negli occhi del cantante ci sono due immagini: in uno un fungo atomico, nell’altro la bandiera della pace. Rino Gaetano era nato qui, e da bambino la sua famiglia partì per Roma. Un figlio dell’emigrazione guarda dal muro la città che, dal mare, vede arrivare chi parte da altrove.

Tutta la strada per il tribunale è fatta così: cose belle che hanno sotto qualcosa, e cose terribili che qualcuno ha ridipinto. Poi si entra in aula, e in aula si parla di una sola notte.

La notte, per chi non la ricorda

Il 25 febbraio 2023, alle dieci e mezza di sera, un aereo di Frontex avvista un caicco a una quarantina di miglia dalla costa calabrese. Viene dalla Turchia, ha a bordo circa centottanta persone, in gran parte afghane, poi pachistane, siriane, iraniane. L’avvistamento viene trasmesso come operazione di polizia, non come soccorso, anche se chi scappa da quei paesi ha diritto d’asilo: la Guardia di finanza prende in carico il «bersaglio», la Guardia costiera resta a disposizione. Alle quattro del mattino del 26 la barca urta una secca a pochi metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro e si spezza. Le vittime accertate sono novantaquattro, trentacinque erano minori. Nessuna unità dello Stato, in quelle sei ore, l’ha raggiunta.

La notte del 25-26 febbraio 2023, come è stata raccontata in aula

20:30  Una motovedetta della Guardia di finanza è già in mare.

22:30  L’aereo di Frontex avvista il caicco e segnala «possible people» a bordo.

22:57  Un militare italiano in servizio nella sala Frontex di Varsavia manda su WhatsApp a un ufficiale della Finanza l’immagine termica della barca.

23:43 e 23:47  Le comunicazioni radio tra le sale operative su cui, in aula, difese e parti civili si contendono i secondi.

Nella notte  La Guardia costiera offre il proprio supporto; la Finanza risponde che chiamerà se avrà bisogno, e che uscirà «mare permettendo».

Intorno a mezzanotte  Viene attivato un secondo mezzo della Finanza.

02:10  Viene disposta l’uscita del secondo mezzo. Nessuno dei due raggiunge il caicco.

Circa 04:00  Il caicco si incaglia e si spezza davanti a Steccato di Cutro.

Per quella notte sono a processo sei militari, quattro della Guardia di finanza e due della Guardia costiera. Il processo si celebra in un’aula piccola, per via dei lavori, dove il pubblico ci sta a fatica. Non ci sono telecamere: il tribunale le ha vietate. Non c’è quasi più la stampa nazionale: ci sono i giornali calabresi, e per fortuna. I testimoni in lista sono quarantasette. I tre giudici hanno facce giovanissime, e non so perché questo mi abbia colpito tanto: forse perché la notte di Cutro, per la loro generazione, è già storia.

Tre cose che non stanno insieme

Il testimone di venerdì era il contrammiraglio Giuseppe Sciarrone, che quella notte comandava la Direzione marittima di Reggio Calabria, cioè la struttura della Guardia costiera da cui dipende il coordinamento dei soccorsi in tutta la Calabria. Non è imputato. Sette giorni dopo il naufragio consegnò in procura la sua ricostruzione con tutte le registrazioni. È un uomo preciso, e ha risposto a lungo senza cercare scorciatoie. Proprio per questo le sue risposte sono così difficili da tenere insieme.

La prima cosa che ha detto: il caicco si poteva raggiungere. Lo sa dai dati della boa dell’ISPRA, mare forza quattro, onde intorno ai due metri. Quella notte le motovedette della Guardia costiera, unità che non sono «ogni tempo», hanno navigato; se potevano loro, si poteva confidare che potessero anche quelle della Finanza. E la barca, ha ricordato, non è affondata per il mare: si è incagliata a pochi metri dalla riva. «Quindi posso presupporre che c’era margine per raggiungerla».

La seconda: la Guardia costiera «non può accettare il rischio di spiaggiamento». Non è una cosa che si fa, ha spiegato: lo spiaggiamento è ammissibile solo se la barca imbarca acqua, e in ogni situazione di rischio bisogna intercettare. L’Italia, ha detto, applica un principio di precauzione: ogni barca di migranti viene coperta da una motovedetta o da un mercantile che la segue fino a terra. «Bisognava indicare evento SAR», cioè chiamarlo soccorso.

La terza: quella notte non lo ha fatto nessuno, nemmeno lui. «Se a mezzanotte e un quarto ci avessero detto “abbiamo un problema”», avrebbe cercato un mercantile e fatto uscire le sue unità, come era già successo nel 2020. Ma la Finanza, ha aggiunto, non comunicava lo svolgimento delle sue operazioni: «ce lo dicevano alla fine, quando i migranti arrivavano in porto». Il «mare permettendo» che gli era stato detto era, a suo giudizio, una proiezione, e lui non poteva conoscere le condizioni reali. A un certo punto il presidente del collegio lo ha interrotto: alcune ricostruzioni dimostrano che i mezzi della Finanza non erano in grado di raggiungere il caicco. L’ammiraglio ha preso atto: «non sono riuscite a tenere il mare».

Se il mare permetteva di uscire, perché nessuno è uscito? E se non lo permetteva, perché chi doveva coordinare i soccorsi si è fidato di un «mare permettendo» detto da altri?

Ecco la domanda che resta, dentro la deposizione di un uomo che non voleva lasciarla. Non è una domanda su di lui. È una domanda sul modo in cui funziona una catena di comando quando un’informazione passa da una divisa all’altra: ogni anello fa la sua parte e nessuno fa l’insieme.

Quello che non si sapeva

Dopo l’ammiraglio hanno testimoniato tre militari della Guardia di finanza, e hanno detto tutti la stessa cosa, che è la cosa che le difese ripetono a ogni udienza: non c’era evidenza che a bordo ci fossero migranti. L’ufficiale che ricevette l’immagine termica alle 22:57 ha spiegato che la risposta di calore dai boccaporti c’era, «ma era febbraio»; che a bordo c’era un telefono satellitare turco; che una barca a vela di dodici, quattordici metri non gli sembrava di quelle usate dai trafficanti su questa costa. Un’imbarcazione «da valorizzare» sul piano operativo, ma che «per certi versi escludeva» migranti a bordo. Il coordinatore del centro che riceveva le segnalazioni di Frontex ha detto che il modulo previsto per le barche di migranti non fu compilato perché «non c’era alcuna evidenza». Pochi minuti prima l’ammiraglio aveva ricordato che il rapporto di Frontex parlava di «possible people».

A fine udienza ho parlato con Lidia Vicchio, avvocata di parte civile. Mi ha detto una cosa che mi ha accompagnato per tutta la strada del ritorno: «Anche se non fossero stati migranti, anche se fossero stati terroristi: li fai arrivare sulle coste con questa tranquillità?». Su quella barca, ha aggiunto, potevano esserci armi, droga, chiunque. «Purtroppo c’erano persone, che sono morte perché nessuno è riuscito a salvarle».

È l’argomento più forte che ho sentito, perché non chiede a nessuno di essere buono. Chiede solo di essere coerente con la propria paura. Se davvero quella notte si trattava di difendere un confine, il confine non è stato difeso: una barca di cui non si sapeva nulla è arrivata fino alla spiaggia senza che nessuno la guardasse da vicino. Né soccorso né controllo. L’unica cosa che le autorità dicono di non aver saputo è esattamente la cosa che avrebbe imposto di uscire.

Il centurione e il pilota

Negli ultimi due capitoli degli Atti degli apostoli c’è un naufragio raccontato da chi c’era. Paolo è prigioniero, viene portato a Roma su una nave da grano. È autunno inoltrato, la stagione in cui non si dovrebbe più navigare, e Paolo lo dice: «Vedo che la navigazione sta per diventare pericolosa e molto dannosa, non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite». La risposta è in un versetto solo: «Ma il centurione dava più ascolto al pilota e al padrone della nave che alle parole di Paolo» (Atti 27,11). Poi viene messo ai voti, e «la maggioranza fu del parere di salpare».

Non ci sono cattivi, in questa pagina. Il pilota conosce il mare, il padrone della nave conosce la nave, il centurione conosce il suo compito, che è portare i prigionieri a Roma. Ognuno dà ascolto a chi ha la competenza, e la competenza dice che si può. Il solo che dice «non si può» è un prigioniero, cioè la persona a cui nessuno è tenuto a dare ascolto. La catena funziona perfettamente. La nave si perde.

Mi colpisce che la Bibbia, che pure di naufragi ne racconta pochi, abbia conservato questo dettaglio procedurale: non la tempesta, ma la riunione prima della tempesta. Chi ha parlato, chi ha ascoltato chi. A Crotone si sta facendo la stessa operazione, con i tabulati al posto della memoria di Luca: alle 22:57 chi ha scritto a chi, a mezzanotte chi ha detto «mare permettendo», alle due chi ha disposto un’uscita che non è servita. E la regola che quella notte ha fatto di un caicco un’operazione di polizia, la regola per cui l’avvistamento di Frontex va alla Finanza e non al soccorso, non è imputata. Non è stata scritta da nessuno dei sei che stanno in aula. È il pilota e il padrone della nave: la competenza a cui si dà ascolto.

Una rara umanità

Il racconto degli Atti, però, non finisce con il naufragio. Finisce su una spiaggia. La nave si incaglia, come il caicco, «la prua, incagliatasi, rimase immobile, mentre la poppa si sfasciava per la violenza delle onde» (27,41). I soldati vogliono uccidere i prigionieri perché non scappino a nuoto; il centurione, questa volta, non dà loro ascolto. Tutti arrivano a riva, duecentosettantasei persone. E poi: «Gli indigeni ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un gran fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia e faceva freddo» (28,2).

Ho ripensato a questo versetto passando davanti al CARA di Sant’Anna. I superstiti di Cutro sono arrivati a riva a febbraio, con la pioggia e il freddo, e il fuoco intorno a cui li abbiamo accolti erano capannoni senza riscaldamento gestiti da gente che, qualche anno prima, dava da mangiare ai profughi il cibo della cosca. Gli abitanti di Malta non avevano un protocollo. Avevano un fuoco. L’umanità «rara» che Luca annota con stupore è la cosa più comune del mondo: vedere qualcuno bagnato che trema e accendere qualcosa.

Sorelle e fratelli, non so come finirà il processo di Crotone, e non sta a me dirlo. So che ci tornerò, venerdì prossimo e quelli dopo, perché un’aula senza telecamere ha bisogno almeno di qualcuno che prenda appunti. E so che la strada per arrivarci dice già tutto: una bandiera che premia la gestione e non l’innocenza, una colonna sola di cinquantotto, un aeroporto raso al suolo, un centro in cui la carità è stata data in appalto alla mafia, un cantante con la guerra in un occhio e la pace nell’altro. Siamo bravissimi a ridipingere. Quello che non sappiamo più fare è la cosa che gli indigeni di Malta fecero senza pensarci: dare ascolto al prigioniero prima di salpare, e accendere il fuoco quando la nave si è rotta.


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