La volta buona. L’ottimismo generazionale di Renzi 2014

Quinta uscita della serie sulla comunicazione politica dell’ottimismo. Dopo il confronto tra Berlusconi e Veltroni, restiamo in Italia per il caso più recente e più studiato di ottimismo costruito attorno a una parola sola: la rottamazione.
2014. Un giovane sindaco arriva alla guida del partito e poi del governo con un lessico che spariglia. La parola d’ordine è «rottamazione», il rinnovamento come rimozione della vecchia classe dirigente; l’orizzonte emotivo è «la volta buona», l’idea che questa, finalmente, sia l’occasione da non perdere. Nel giro di pochi mesi, alle elezioni europee, quel messaggio tocca il quaranta per cento, un risultato che sembrava impensabile.
Cambiamento anagrafico più ottimismo
La forza di quel messaggio nasce dalla saldatura di due elementi che di solito viaggiano separati. Da un lato il cambiamento anagrafico: giovani al posto di anziani, una generazione che reclama spazio. Dall’altro l’ottimismo: non solo «via i vecchi», ma «adesso possiamo farcela davvero». La rottamazione, da sola, sarebbe stata solo un atto di rottura, quasi un regolamento di conti. Unita alla promessa di un’occasione irripetibile, diventava speranza. Il messaggio non diceva soltanto contro chi, diceva anche verso dove.
A questo si aggiungeva uno stile comunicativo asciutto, fatto di frasi brevi, dirette, ripetibili, spesso affidate ai social prima ancora che ai comizi. Una lingua semplice, costruita per essere capita al primo colpo e rilanciata. È lo stesso principio che avevamo visto in Reagan e in Obama: quando il messaggio è nitido e ripetibile, cammina da solo.
«La volta buona» è una promessa potentissima e pericolosa: crea l’attesa dell’occasione irripetibile, e a quell’attesa, poi, qualcuno dovrà dare seguito.
La lama a doppio taglio dell’occasione
Ma proprio qui si nasconde il rischio, ed è la parte che rende questo caso così istruttivo. Un ottimismo costruito sull’idea di occasione irripetibile carica il presente di aspettative enormi. «La volta buona» promette che adesso, proprio adesso, tutto può cambiare. È una scommessa che eccita e mobilita, ma che crea un debito: quelle aspettative andranno onorate, e in fretta. Se il cambiamento promesso tarda, o si complica nella realtà del governo, l’ottimismo dell’occasione si rovescia con la stessa velocità con cui era salito, e diventa senso di occasione tradita.
È la ragione per cui, nella puntata successiva, vedremo lo stesso protagonista attraversare una caduta rovinosa. Non perché l’ottimismo sia sbagliato, ma perché l’ottimismo dell’occasione ha una scadenza incorporata: promette molto, subito, e su quella promessa poi si viene giudicati.
Come si traduce, oggi, in un comune
Per chi fa comunicazione politica a livello locale, la lezione è doppia, e va presa tutta intera. La parte positiva: un ottimismo che coincide con un cambio generazionale è potentissimo. Se rappresenti una leva nuova, giovane, che chiede spazio in un contesto fermo da anni, il messaggio del rinnovamento più speranza può darti una spinta che nessuna promessa tecnica potrà mai eguagliare. La gente non vota solo programmi, vota l’energia di chi sembra poter davvero cambiare le cose.
La parte prudente: attenzione alle parole che promettono l’occasione irripetibile. «Adesso o mai più», «la volta buona», «l’ultima possibilità» sono formule magnetiche, ma sono anche cambiali. Usale solo se sei pronto a onorarle con fatti visibili e rapidi, perché l’elettore che hai entusiasmato con l’occasione sarà lo stesso che, se l’occasione sfuma, si sentirà preso in giro. L’ottimismo generazionale funziona finché il rinnovamento che prometti si vede; nel momento in cui resta solo una parola, si trasforma nel suo contrario.
Nella prossima puntata seguiamo proprio questa parabola fino in fondo, con il primo dei nostri casi-monito: il referendum del 2016, quando l’ottimismo di Renzi diventò personalizzazione, e la personalizzazione diventò sconfitta.
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Chi scrive
Tommaso Scicchitano è scrittore e si occupa di comunicazione: dà forma a messaggi pubblici che vogliono essere ascoltati, non solo gridati. Affianca chi fa politica in modo riformista nel costruire una voce chiara, credibile e capace di parlare ai bisogni reali delle persone, senza rincorrere l’avversario sul suo terreno.
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