27 Ago 2026 · Comunicazione politica

Quando l’ottimismo diventa arroganza. Il referendum del 2016

Un faro illumina un podio vuoto in una sala deserta e buia: il giorno dopo la sconfitta

Sesta uscita della serie, e primo dei nostri casi-monito. Fin qui abbiamo studiato l’ottimismo che funziona. Adesso, per tre puntate, guardiamo l’ottimismo che fallisce, perché si impara tanto dai successi quanto dagli errori, a volte di più. E cominciamo dal caso più istruttivo, perché ha lo stesso protagonista della puntata precedente.

Dicembre 2016. Lo stesso leader che due anni prima aveva toccato il quaranta per cento porta al voto un referendum costituzionale. E lo trasforma, passo dopo passo, in un giudizio su di sé, arrivando a dire che in caso di sconfitta avrebbe lasciato la politica. Il 4 dicembre vince il No con il cinquantanove per cento. Poche ore dopo, le dimissioni.

Dal merito alla persona

Che cosa era andato storto, dal punto di vista della comunicazione? Un dato lo dice meglio di ogni commento: i sondaggi sul contenuto della riforma erano più favorevoli del voto reale. Molti italiani, cioè, non bocciarono soltanto un testo, bocciarono una persona. La personalizzazione aveva spostato la domanda. Non più «sei d’accordo con questa riforma?», ma «sei con lui o contro di lui?». E a una domanda posta così, si mobilita tutto ciò che di ostile quella persona ha accumulato, ben oltre il merito.

È il rovescio esatto della forza che avevamo descritto. L’ottimismo sicuro di sé, quello che aveva reso Renzi capace di osare, diventa qui il suo tallone d’Achille. Trasformato in «o me o il caos», l’ottimismo smette di essere una promessa aperta e diventa un ultimatum. E un ultimatum, in democrazia, è un invito irresistibile a rispondere di no.

Quando la speranza diventa «o me o il caos», smette di essere una promessa e diventa un ultimatum. E a un ultimatum, l’elettore è tentato di rispondere di no.

La sottile linea tra fiducia e arroganza

La lezione non è che l’ottimismo sia pericoloso. È che esiste una linea sottile, e mobilissima, tra la fiducia e l’arroganza. La fiducia dice «possiamo farcela insieme» e lascia spazio all’altro. L’arroganza dice «solo io posso, e chi non mi segue è contro il futuro» e quello spazio lo chiude. La prima è inclusiva, la seconda è ricattatoria. E il pubblico, che ha un’ottima antenna per queste cose, percepisce la differenza anche quando non saprebbe spiegarla.

C’è poi un errore tecnico specifico, quello di legare il proprio destino personale a un voto che dovrebbe riguardare un’idea. Nel momento in cui dici «se perdo, me ne vado», hai regalato ai tuoi avversari il modo più semplice di batterti: mandarti a casa. Hai trasformato una consultazione sul merito in un’occasione per un giudizio su di te, e hai consegnato loro l’arma.

Come si traduce, oggi, in un comune

Per chi fa comunicazione politica, soprattutto in una piccola comunità dove tutto è personale e i volti contano più delle sigle, questa lezione è oro. La tentazione di mettere se stessi al centro è fortissima, perché all’inizio funziona: la personalità carismatica attira, mobilita, semplifica. Ma se ogni scelta diventa un plebiscito sulla tua persona, stai costruendo un consenso fragile, che crolla al primo inciampo e che regala all’avversario un bersaglio unico e facile.

La regola pratica è semplice. Non legare le proposte al tuo destino personale, legale ai bisogni della comunità. Non dire «se non vinco io»; dì «ecco cosa possiamo fare, chiunque lo porti avanti». Non trasformare ogni disaccordo in un tradimento. Un ottimismo che lascia spazio agli altri costruisce alleanze; un ottimismo che pretende fedeltà costruisce nemici. E in politica, come abbiamo visto, i nemici vanno alle urne più volentieri degli amici.

Nella prossima puntata attraversiamo l’oceano per il secondo caso-monito, e vediamo perché due campagne americane costruite sull’ottimismo e sulla gioia, quelle di Hillary Clinton nel 2016 e di Kamala Harris nel 2024, non sono bastate a fermare la paura.


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Chi scrive

Tommaso Scicchitano è scrittore e si occupa di comunicazione: dà forma a messaggi pubblici che vogliono essere ascoltati, non solo gridati. Affianca chi fa politica in modo riformista nel costruire una voce chiara, credibile e capace di parlare ai bisogni reali delle persone, senza rincorrere l’avversario sul suo terreno.

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