Gli stessi problemi, solo più poveri? La domanda che ho fatto al Dossier Immigrazione

All’Università della Calabria, alla presentazione del Dossier Statistico Immigrazione 2026, ho fatto una domanda che mi portavo dietro da mesi: i migranti hanno gli stessi problemi dei calabresi, solo da più poveri? La risposta che ho ricevuto, dai dati e dalle persone, è stata «sì, ma non solo». Ed è quel «non solo» che vale la pena raccontare.
La domanda
Martedì 27 ottobre ero nell’aula «Pieroni» di Arcavacata per Riforma. Studenti, rifugiati, operatrici dei progetti Sai, un signore di 83 anni venuto da Rovito «per imparare e per continuare a sperare». Ascoltando i numeri mi era venuta un’impressione, e al momento delle domande l’ho detta ad alta voce: che i migranti abbiano gli stessi problemi dei calabresi, solo da più poveri. Lavoro povero, case in affitto, figli che se ne vanno. Mi chiedevo se non fosse vero anche il contrario: quanto pesa la povertà che condividono con tanti di noi, e quanto pesano norme e sguardi che li tengono poveri proprio perché stranieri.
Il «sì»
I dati del Dossier, curato da Idos con il Centro Studi Confronti, danno ragione alla prima metà. In Italia le famiglie con stranieri hanno un’incidenza di povertà più che tripla rispetto a quelle di soli italiani; le retribuzioni sono più basse di un terzo; solo un quinto degli stranieri è proprietario di casa. In Calabria il 60,8% degli occupati stranieri fa lavori non qualificati e il 39,9% lavora in agricoltura. Sono i problemi di tanti calabresi, più acuti. E il risultato è lo stesso: la regione perde 7.075 abitanti in un anno, i calabresi iscritti all’Aire sono 475.159, 4,3 volte gli stranieri residenti (110.463), e dei nuovi arrivati, ha detto il giurista Claudio Di Maio, «molti arrivano, pochi restano». Se ne vanno per le stesse ragioni per cui se ne vanno i nostri figli.
Il «non solo»
Poi c’è la seconda metà, e l’hanno detta le persone. Khalid Elsheikh, presidente dell’associazione Asim, ha risposto con suo figlio: nato in Italia, italiano per tutti, ha sofferto «per il colore e per il cognome». Ma per chi la cittadinanza non ce l’ha, ha aggiunto, «il permesso è la prima carta che ti dà i diritti. Senza, nessun aiuto, nessun servizio, la sanità, la residenza. Poi i diritti li devi conquistare». Alex Franzisi, del patronato Enasc, ha raccontato lo sportello: diritti che esistono sulla carta e che nemmeno il patronato riesce a far riconoscere, «perché il legislatore ha voluto così». Il Dossier lo scrive con parole sue: i non comunitari restano esclusi da varie forme di sostegno al reddito e dalle case popolari «a causa di sbarramenti normativi discriminatori». E i decreti flussi, che dovrebbero essere la porta legale, nel 2024 hanno trasformato in un permesso di soggiorno solo il 17% delle quote.
Un italiano povero, a Cosenza, aspetta. Uno studente internazionale dell’Unical, ha raccontato Elsheikh, ha perso tre mesi di lezioni per aprire un conto corrente e ha atteso otto mesi un appuntamento in questura. La povertà è comune; l’attesa, il permesso, il cognome no. Non sono «solo più poveri»: sono più poveri anche perché le norme li tengono così.
La povertà è comune; l’attesa, il permesso, il cognome no. Non sono «solo più poveri»: sono più poveri anche perché le norme li tengono così.
Quello che resta
A fine incontro ho raccolto alcune voci, lasciando a ciascuno la libertà di non dire il nome. Una ragazza etiope, laureata in Finanza: «Una ragazza bionda con gli occhi azzurri non è uguale a una ragazza nera come me. Ma l’umanità è più importante del colore che vediamo fuori». Un ragazzo del Gambia, qui da quasi dieci anni e ancora senza cittadinanza, mi ha detto che per i figli dei migranti conta «vedere persone come loro» diventare medici e ingegneri. Una madre di 53 anni, arrivata da due, si è iscritta al primo anno di Relazioni internazionali. Silvia Rizzo, che segue il Sai di Rovito, ha chiuso con una frase che mi porto a casa: «Il messaggio è verità scientifica e umanità».
Foste stranieri
Deuteronomio 10,17-19
Il Deuteronomio descrive un Dio «che non ha riguardi personali e non accetta regali, che fa giustizia all’orfano e alla vedova, che ama lo straniero e gli dà pane e vestito». E subito dopo dà l’ordine: «Amate dunque lo straniero, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto». Mi colpisce l’ordine delle cose. Prima viene la giustizia, poi il pane e il vestito: prima la norma giusta, poi la carità. Un Dio che non ha riguardi personali è un Dio che non guarda il cognome. E la ragione dell’amore non è un sentimento, è una memoria: anche voi.
Sorelle e fratelli calabresi, quel «anche voi» per noi non è una figura retorica. Sono 475.159 righe di un archivio, l’Aire, e sono le nostre famiglie. La domanda che ho fatto all’Unical, alla fine, tornava indietro: se abbiamo gli stessi problemi, perché non abbiamo gli stessi diritti? La risposta non spetta agli stranieri. Spetta a noi, che siamo stati stranieri e lo siamo ancora, altrove.
Le foto sono di Robin Makmot. I resoconti della mattinata escono sulle testate con cui collaboro; qui c’è la domanda che mi sono portato a casa.
Fonti
- Centro Studi e Ricerche Idos, Dossier Statistico Immigrazione 2026, in collaborazione con il Centro Studi Confronti e l’Istituto «S. Pio V», con il sostegno dell’Otto per mille della Chiesa valdese; capitolo regionale Calabria a cura di Claudio Di Maio.
- Presentazione regionale, Università della Calabria, Dipartimento di Scienze politiche e sociali, 27 ottobre 2026 (registrazione dell’autore).
- Monitoraggio Ero Straniero sul decreto flussi 2024, via Vatican News, 27 ottobre 2026.
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